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Ema: recensione del film di Pablo Larraìn – Venezia 76

Uno sguardo al film che ha affascinato l'intero Festival

Ema non insegna a ballare, lei insegna la libertà. Una frase pronunciata durante un colloquio, uno dei tanti passi da compiere nel macchinoso piano di Ema, racchiude quello che sottilmente è il senso del film. La danza è un mezzo di espressione, un movimento artistico che spazia dai rigidi dogmi della coreografia alla tribale libertà del reggaeton. Pablo Larraìn (Neruda, Jackie) fa spaziare la protagonista liberamente tra questi due poli, calamita magneticamente a sé ogni personaggio del film che sottilmente finisce per ballare insieme a lei, per diventare parte del suo piano verso la riconquista del figlio. In questo articolo la nostra recensione di Ema. È una storia femminile ma in grado di parlare a chiunque. Mette in scena una donna, una madre, una ballerina ma soprattutto una donna conscia della propria femminilità e emancipata nella sua sensualità.

La famiglia, l’amore e la libertà si confondono in un’unica grande storia, non vengono posti limiti alle azioni e i personaggi si spingono lì dove il desiderio li trascina. Una storia che non cerca di creare empatia ma spinge attraverso la bellezza dello sguardo ad affascinare lo spettatore, con la sensualità dei gesti di un piano di cui non è mai completamente chiaro il punto di arrivo. Incapaci di comprendere la ragione dietro ai gesti, lo spettatore osserva dalla finestra cinematografica storie di vita che si allontanano sempre di più dai canoni tradizionali.  Qualunque sia il giudizio finale, un’attrazione di tale intensità e dal magnetismo incontrollabile non lascia indifferente nemmeno lo spettatore meno sensibile. Merito di ciò indubbiamente è di Mariana di Girolamo, la quale con una compostezza incredibile spinge oltre i limiti il corpo e lo sguardo, in una storia dove ogni gesto è dotato di una fisicità debordante.

Indice

Ema recensione

Ema è soprattutto la storia di una donna. Libera dalle convenzioni, libera da vincoli, libera di essere sé stessa di fronte al compagno, le amiche e il figlio. Forse è la troppa libertà, in un mondo troppo legato ai suoi dogmi sociali, il vero problema di questa donna. Nell’antefatto, Polo, il figlio adottato dalla donna (Mariana di Girolamo) e il suo compagno Gaston (Gael Garcia Bernal) giocando col fuoco ha bruciato il viso alla sorella di Ema. Un gesto, forse un atto di attenzione, forse un istinto animale, forse un tentativo del piccolo di esprimersi anch’esso liberamente, ha estreme conseguenze. Ema riporta il bambino all’orfanotrofio, scatenando le proteste di Gaston, il senso di colpa della famiglia e gli insulti delle colleghe che non la ritengono una madre degna.

La pressione emotiva diventa sempre più forte scena dopo scena. La musica pervade ogni azione, dà forza, ritmo e pervade di pathos ogni decisione. Ema è nella vita è una ballerina e un’insegnante di danza e Gaston il suo coreografo. La composizione formale, le regole rigide, la composizione scenica iniziale scelta dopo scelta, azione dopo azione, brucia nel fuoco e si libera nella passione. L’espressione artistica del ballo iniziale lascia posto al reggaeton, libero e passionale. Ema si libera dalle pressioni sociali e medita una nuova vita attraverso un piano. Magnetizza attraverso i suoi gesti e le sue parole le sue amiche, Gaston e ogni altro personaggio che entra in scena. È l’inizio di un machiavellico piano per riprendersi Polo, alle sue regole questa volta.

ema recensione

Stile

Con Ema, Larraìn abbandona le biografie per tornare con una storia originale che ricorda i suoi temi delle origini. Un film dove il corpo femminile si pone in una danza libera e carica di emozioni. Dall’amore alla rabbia nulla viene tralasciato in un ritmo avvincente dove i personaggi si lasciano andare sempre più ai loro istinti più assopiti. Non è una narrazione classica quella che viene proposta dal regista, alcuni elementi della trama non ricevano spiegazioni. È l’istinto a guidare queste figure, è la musica a dare il ritmo al montaggio delle loro azioni che si svolgono in una coreografia.

La fotografia struttura delle finestre nella quale osserviamo da distanza ogni azione. I colori saturi riempiono l’immagine e evidenziano le emozioni dei protagonisti. Il risultato è una serie di immagini che raccontano una storia come se fosse un lungo videoclip. Un album musicale introspettivo nella quale si sviluppa una rivalsa personale, un cambiamento che prende forma attraverso la danza. La passionalità travolgente a cui si lasciano andare questi personaggi però si scontra inevitabilmente con dei limiti. Colpisce certamente per l’audacia dei sentimenti mostrati, per la libertà di gestione del corpo, ma non imprime in chi lo guarda il senso un senso di accettazione verso la famiglia non convenzionale che si trova davanti.

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Conclusioni – Ema recensione

Concludendo la nostra recensione confermiamo che Ema è indubbiamente uno dei film più belli presenti in questo Festival. Seppur le ragioni di alcuni personaggi non sono comprensibili, la storia ammalia e il ritmo pervade. Nei momenti di stasi la fotografia mantiene l’attenzione concentrata e trascina lo spettatore dentro la complessità della ragione dei personaggi. L’attenzione così non crolla mai e chi guarda è costantemente messo nella condizione di domandarsi lo scopo dietro i gesti della donna. La difficoltà dietro l’empatia che proviamo nei loro confronti si pone proprio a dimostrare i limiti di noi spettatori, di fronte a qualcosa che non possiamo comprendere appieno. La libertà che come una moderna profeta espone Ema è qualcosa che sta al di là dei dogmi sociali a cui siamo abituati. La famiglia, la maternità, l’amore, possono essere vissuti così come i nostri impulsi ci richiedono, senza tener conto di nessuno.

Una libertà senza limiti, una libertà ottenuta dietro un astuto piano che ha visto l’inganno come arma, è davvero una libertà? I legami sociali sono anche patti con la propria indipendenza. L’amore è un accordo dove in gioco vengono posti i nostri sentimenti, ma questi devono tenere conto anche di quelli degli altri per non sprofondare nell’egoismo. Ema propone una via di fuga da tutto questo, una realtà che esiste e a cui pochi film hanno dato voce. Sembra però che una realtà del genere sia possibile solo se sottomessa a una figura forte, solo dentro a un mondo artistico, solo lontana anni luce dalla realtà. Il cinema però è anche questo. Propone visioni alternative sul mondo, guarda agli ultimi, agli estromessi, e ne racconta le storie e i sentimenti. Larraìn qui ci pone proprio questo sguardo e che lo condividiamo o meno, il fascino che ne produce è evidente.

Ema, di Pablo Larraìn

Voto - 8.5

8.5

Lati positivi

  • La recitazione di Mariana Di Girolamo: la probabile vincitrice della Coppa Volpi
  • La narrazione sempre fluida
  • La regia e il comparto tecnico in generale

Lati negativi

  • Difficile trovare lati negativi

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