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Non ci resta che il crimine: recensione e conferenza stampa del film

Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi uniscono le forze in una inedita commedia

Non ci resta che il crimine recensione. Cosa succede quando mescoli insieme volontà di innovazione e uno sguardo nostalgico al passato? Ce lo dice Massimiliano Bruno, che con Non ci resta che il crimine intraprende una strada atipica per il cinema italiano; scegliendo come compagni di viaggi celebri volti del panorama televisivo nostrano. Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi si accompagnano a Edoardo Leo e a Ilenia Pastorelli come parte di un riuscito cast di un film corale. Il cui scopo è quello – secondo quanto dichiarato dal regista stesso – di unire la fantascienza al più classico “polizziottesco”, tra viaggi nel tempo e una full immersion nel mondo della criminalità romana.

Secondo quanto dichiarato dal regista:

Mi piaceva l’idea di mescolare i generi e di legare la commedia all’action-movie e al fantasy. Volevo insomma divertirmi su quel terremo di gioco già sperimentato da Benigni e Troisi nell’indimenticabile “Non ci resta che piangere”; e allo stesso tempo provare a respirare l’aria di “Ritorno al futuro” e immergermi nelle tinte forti di Romanzo Criminale”.

Sarà riuscito Bruno a portare a termine il suo scopo? Scopriamolo insieme nella nostra recensione!

Non ci resta che il crimine recensione

Non ci resta che il crimine recensione

Moreno, Sebastiano e Giuseppe sono amici da una vita. Compagni di scuola fin dalle elementari, una volta adulti non hanno perso i contatti, e cercano di vivere alla giornata sbarcando il lunario con i pochi mezzi a disposizione. Così, un giorno, decidono di organizzare un “Tour Criminale” di Roma, alla scoperta dei luoghi-simbolo della Banda della Magliana, di cui Moreno è un vero esperto. Tuttavia, nel bel mezzo del tour – il cui unico partecipante è un loro ex compagno di scuola, ricco di risentimento e desideroso di una rivalsa nei confronti del trio – i protagonisti vengono catapultati nel 1982, nel bel mezzo dei Mondiali.

Inizialmente increduli, il trio realizza ben presto di aver viaggiato nel tempo, ma non solo. Realizza anche di essere stato catapultato negli anni di gloria della Banda da loro tanto inneggiata. Così, mentre cercano di far fortuna scommettendo sui risultati delle partite dei mondiali – ricordati a menadito da Giuseppe -, un debito insoluto e l’incontro con una ballerina che conquista il più “bonaccione” Sebastiano li trascinerà faccia a faccia con il boss Renatino e la sua banda. Come cavarsela?

Non ci resta che il crimine: un pastiche cinematografico

Non è difficile, durante la visione di Non ci resta che il crimine, rintracciare chiari ed espliciti riferimenti ad altre opere cinematografiche ormai impresse nella memoria popolare. Il cult Non ci resta che piangere, scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, è richiamato fin dal titolo; e viene più volte citato tramite riferimenti più o meno espliciti nel corso d’opera. Lo stesso avviene per quanto riguarda Ritorno al Futuro, la fantastica trilogia fantascientifica creata da Robert Zemeckis. Ma d’altronde la volontà di emulazione era dichiarata fin dal principio, ed è stata rimarcata nuovamente dal regista durante la conferenza stampa.

Lo stesso Romanzo Criminale, sia nella sua forma cinematografica sia in quella televisiva, viene preso come filo conduttore della storia; pur discostandosi dalla matrice biografica che le opere ispirate al romanzo di De Cataldo hanno invece posto come baluardo. D’altronde, come ha affermato il regista, la volontà di ricostruzione storica non era nelle sue intenzioni quando insieme ad Andrea Bassi, Nicola Guaglianone e Menotti ha lavorato alla sceneggiatura. Ciò che si è cercato di fare, più che altro, è stato mostrare come la criminalità nella sua globalità possa risultare distruttiva. Senza soffermarsi su personaggi in particolare. Lo stesso Renatino, interpretato da Edoardo Leo, è più un simbolo che un individuo in carne ed ossa.

Non ci resta che il crimine – Un cast corale

Con un’ottima gestione del tempo scenico, Non ci resta che il crimine dà modo ad ogni attore di esprimersi a suo modo. Non c’è dubbio che tra i protagonisti ci siano tra i migliori interpreti del panorama cinematografico italiano contemporaneo, e la possibilità di muoversi liberamente permette ad ognuno di loro di esprimersi pienamente. Edoardo Leo, in particolare, restituisce un’ottima interpretazione nel ruolo del villain della situazione, il boss della Banda Renatino. Così come Giallini risulta assolutamente credibile nei panni del “comico”. Ruolo che spesso gli è stato assegnato e che l’attore romano ha portato a compimento in maniera egregia.

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Cast di “Non ci resta che il crimine” durante la conferenza stampa del 07/01/2019

Tognazzi è invece la rivelazione, diviso tra due anime che intrecciano la remissività e la voglia di rivalsa e ottimo nel dare ad esse vita. Alessandro Gassmann allo stesso tempo si immerge in un personaggio diverso dai soliti ruoli, un uomo timido e impacciato che cozza così tanto con la fisicità dell’attore da renderlo credibile per paradosso. E infine Ilenia Pastorelli, che in Lo chiamavano Jeeg Robot ha avuto il suo debutto trionfale, torna in un ruolo diverso da quello che la ha resa celebre, ma che risulta convincente.

Non ci resta che il crimine – Conclusioni

Non ci resta che il crimine recensione

La pellicola intrattiene e diverte. Non scade nel volgare; anzi. Spesso rimanda ai grandi maestri della commedia – così come era intenzione del regista, che tra i titoli d’ispirazione cita “I soliti ignoti” – con un intento forse un po’ troppo esplicito. Per quanto la volontà di emulazione sia voluta, difatti, questa risulta essere (soprattutto nella prima parte del film), forse eccessiva. Gli anni ’80 richiamano un determinato stile di vita, un determinato abbigliamento e una cultura popolare adatta ai tempi; e dunque questi elementi ben si incastrano nel quadro generale. Ciò che invece risulta stonare, in un certo senso, è l’esplicitazione dell’intento citazionario.

Lasciare al pubblico la possibilità di individuare da solo ciò che gli risulta familiare sarebbe stato preferibile; anche solo per instaurare con lo spettatore un rapporto più stretto. Per dare a quest’ultimo, insomma, qualcosa che possa rimanere nella sua mente dopo la visione. La pecca del film, dunque, è quella di essere abbastanza fine a se stesso. Non c’è bisogno di una morale, se quella che si guarda è una commedia. Tuttavia, nel momento in cui quello che si tenta di fare è realizzare un film che travalica i generi, quello che ci si aspetta è che questo abbia uno scopo più deciso.

Nonostante ciò, Non ci resta che il crimine intrattiene lo spettatore; lo fa ridere? Assolutamente sì. Si tratta in definitiva di una commedia decisamente ben riuscita; che tra viaggi nel tempo e richiami al passato degli anni ’80 (anche al passato cinematografico, con riprese zoommate in primo piano o inquadrature dal basso) ci presenta un film profondamente contemporaneo. A ciò si aggiunge un cast davvero meritevole, con con le sue prove attoriali compensa quelle mancanze di sceneggiatura che, in un certo senso, hanno incrinato la perfetta riuscita della pellicola.

Non ci resta che il crimine

Voto - 7

7

Lati positivi

  • Ottima prova attoriale
  • Intrattiene con semplicità

Lati negativi

  • Si perde leggermente nel finale

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