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Film Stranieri: L’insulto di Ziad Doueiri, film candidato agli Oscar 2018

Eccoci tornati con un nuovo appuntamento della rubrica: film stranieri. Stavolta parliamo di un film che sicuramente non ha avuto l’attenzione che meritava nel panorama internazionale, e meno che mai durante quest’ultima edizione degli Oscar. Stiamo parlando de L’insulto (L’insulte, 2017) del regista libanese Ziad Doueiri.

Candidato quest’anno come Miglior Film Straniero, e scelto dall’Academy per rappresentare il Libano, il film ha come protagonista Kamel El Basha. Questa interpretazione gli fa vincere la Coppa Volpi come miglior attore alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Arriva nelle sale italiane solo il 6 Dicembre con una distribuzione molto limitata.

Film Stranieri: L’insulto di Ziad Doueiri, film candidato agli Oscar 2018

film stranieri l'insulto

La goccia che fa traboccare l’insulto

Gli ingredienti della storia sono semplici e ben scelti: Beirut, giorni nostri; un meccanico di nome Toni (Adel Karam), convinto sostenitore locale del Partito Cristiano; un capocantiere di nome Yasser (Kamel El Basha), profugo palestinese. Basterà la grondaia del balcone di Toni che gocciola in strada, per scatenare un conflitto tra i due.

Il tentativo di Yasser di aggiustare il malfunzionamento sarà brutalmente stroncato da un violento Toni, che staccherà a mani nude il nuovo pezzo di grondaia. La reazione di Yasser non si lascia aspettare: “brutto stronzo”, dice all’oggettivamente spregevole meccanico. Questo sarà solo il primo degli insulti a cui fa riferimento il titolo, la goccia che farà traboccare il vaso.

Fuor di metafora, inizierà da qui una reazione a catena che scopre le ferite ancora aperte della guerra civile conclusasi nel 1990. Gli insulti peggioreranno e i tentativi di riconciliazione saranno vani: “Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi tutti”. Questa frase pronunciata da Toni porterà la loro storia sul tavolo della Corte, e una semplice scaramuccia di quartiere diventa un affare di stato. Siamo calati al cento per cento all’interno di un court drama.

Nelle complessità del Libano

Il regista Ziad Doueiri era già noto in America per i delicati temi legati al suo paese d’origine affrontati nei suoi film, trattati sempre con un particolare tocco da cinema hollywoodiano e mai come documentari. Egli ci racconta del suo Libano, e lo fa raccontandoci delle storie di vita quotidiana. Nella contemporaneità de L’Insulto la guerra civile libanese appartiene al passato, ma il regista ci mostra come basti una minuzia come una mezza grondaia che sgocciola, per riaccendere vecchie ostilità e pregiudizi.

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Basta pochissimo per trasformare un fraintendimento in un processo di portata nazionale, rischiando di scatenare un nuovo conflitto civile. Si creano delle vere e proprie fazioni cittadine, che diventano sempre più nutrite e accese. Ci sono “armate” schierate da un lato e dall’altro, intimidazioni che arriveranno ad attaccare in prima persona i protagonisti, Toni e Yasser, e le loro famiglie. Cronaca locale e media si interessano sempre di più, come se fossero tutti ancora bisognosi di vedere uno scontro. Come se tutta la popolazione non aspettasse altro per sfogare le frustrazioni legate ad una guerra non ancora finita – non nelle anime dei libanesi, almeno.

La vicenda sfugge di mano agli stessi personaggi, che lentamente e silenziosamente riescono a riconoscere i propri errori. Un’opera d’immersione profonda, questa di Ziad Doueiri, Raccontata attraverso tappe per alcuni aspetti prevedibili, la storia vuole essere un discorso sfumato, colorato, drammatizzato, alternando con astuzia la realtà della sfera pubblica (il court drama) e i momenti di vita privata (il dramma psicologico).

Il tacito bisogno di comprendere ed essere compresi

Detta in questi termini, la storia potrebbe sembrare noiosa per chi non conosce – o non è interessato a conoscere – le conflittualità della Beirut contemporanea. Fidatevi, non è così. Di certo non parliamo di un film privo di difetti, ma grazie all’attenzione e alla minuziosità con cui viene raccontata la vicenda, ed alle splendide interpretazioni degli attori protagonisti viene mantenuto vivo l’interesse dello spettatore (anche quello di chi, come noi, l’ha visto in lingua originale coi sottotitoli).

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Sicuramente troppo lungo ed un po’ troppo melodrammatico, ma quello che il regista ci teneva a sottolineare era il bisogno di raccontare una storia di vita contemporanea. Una storia dove non ci sono buoni o cattivi, dove i confini tra bene e il male sono sfumati e non sono tagliati con l’accetta. E dove torna a galla un forte sentimento non tanto di denuncia politica, quanto di esigenza sociale di sentirsi rappresentati e compresi.

La piacevole sensazione che proviamo quando finiamo la visione di film come questo, va interpretata come simbolo di arricchimento culturale e personale. Ci hanno raccontato una storia e noi abbiamo colto l’opportunità di viverla con occhi nuovi, attraverso un modo di fare cinema non convenzionale.

 

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