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Lo sciacallo (Nightcrawler) – Recensione del film con Jake Gyllenhaal

Jake Gyllenhaal è Lo sciacallo: recensione di un film che guarda oltre i limiti della moralità

Sciacallo: […] 2. fig. Persona che approfitta delle altrui sventure per rubare; in particolare chi, in occasione di cataclismi o eventi bellici, saccheggia case e luoghi abbandonati, deruba cadaveri o persone indifese; anche chi, nei sequestri di persona, si inserisce con false promesse nelle trattative per trarne profitto” (Enciclopedia Treccani)

Jake Gyllenhaal ne ha fatti di film belli nella sua vita, questo lo sappiamo. Ma ce n’è uno di pochi anni fa particolarmente interessante che evidenzia come l’uomo sia stato trasformato dall’avvento dei media, arrivando (in extremis) a fargli perdere la sua stessa umanità. Lo sciacallo – Nightcrawler di Dan Gilroy (2014) è la storia di Lou Bloom (Jake Gyllenhaal): uno sciacallo.

Questo film è il primo lungometraggio per il regista, già noto come sceneggiatore per The Bourne Legacy. Nightcrawler viene presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival l’11 settembre 2014, riscuotendo un grande consenso da parte del pubblico. Viene poi candidato agli Oscar 2015 per la Migliore sceneggiatura originale, premio che andrà però (ovviamente) a Birdman.

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Lo sciacallo (Nightcrawler) – Recensione del film con Jake Gyllenhaal

Le luci della ribalta

Lou Bloom è un ragazzo che sogna il successo e cerca di sopravvivere come può rubando e rivendendo materiale metallico. Poi succede che una notte assiste per caso ad un incidente stradale. Osservando il lavoro di un operatore video che riprende la scena, decide di procurarsi una videocamera per andare anch’esso a riprendere le immagini più crude delle disgrazie che capitano in giro per Los Angeles. L’obbiettivo è fare soldi rivendendole ai network televisivi.

Uno sciacallo, quindi, intento a catturare scene quanto più esplicite possibili. Un personaggio che pian piano rivela la sua indole amorale ed alienata, completamente indifferente di fronte alla sofferenza del prossimo. Questo percorso lo porterà tra le grazie di Nina, la responsabile delle notizie di un’importante emittente televisiva, che lo aiuterà nel suo percorso di crescita professionale e di deumanizzazione personale.

Lou è l’emblema di una crisi generazionale che ha colpito tutti i ragazzi il cui futuro è ridotto a stage, lavori precari e salario minino. Tutto il film sarà una scalata disperata e disperante verso la realizzazione atipica del classico sogno americano.

Un personaggio da disprezzare?

Dan Gilroy ha creato per il suo primo film da regista un protagonista assolutamente fuori da ogni schema cinematografico: arrivista, inquietante e, nonostante tutto ciò, assolutamente umano e comprensibile. Lou Bloom è la metafora nella quale chiunque abbia tra i 20 e i 30 anni può riconoscersi (siamo la famosa “Generazione Y”). La sua immagine è sicuramente portata a livelli estremi, ma guardando oltre la semplice rappresentazione filmica, abbiamo un ragazzo qualunque che cerca “solo” di diventare qualcuno.

“La bibbia di Lou sono le linee guida delle multinazionali scaricate da Internet, in cui crede profondamente. Lou è sempre ricettivo, impara e assorbe le cose come una spugna. Queste sono qualità umane con cui ci si può identificare, così come la sua impresa di arrampicamento. Crea empatia per la sua causa, dato che è in cerca di un lavoro e di una relazione. Queste qualità, combinate con la sua solitudine, rendono Lou umano

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Evidente è anche la citazione (voluta o meno) al noto personaggio cult di Martin Scorsese, col quale tutti abbiamo empatizzato un po’. La caratterizzazione di questo soggetto deviato ed isolato ricorda sicuramente quella di Robert De Niro in Taxi Driver. La Los Angeles notturna di Lou non può non assomigliare alla New York di Travis Bickle.

Qui, invece dei postumi della guerra del Vietnam, è la sua condizione di videoreporter a rendere il protagonista un outsider, isolato dalla società. Con il suo occhio costantemente puntato dentro la telecamera, che lo rende un operatore così intento nel suo scopo di riprendere tanto da diventare impassibile di fronte a qualunque tipo di immagine (anche a quelle più cruente).

Un Jake Gyllenhaal oltre i limiti

Appare inquietante e deforme la sagoma di Louis Bloom, incarnata da uno straordinario Jake Gyllenhaal. Dimagrito per l’occasione, lo troviamo qui con dei lineamenti particolarmente spigolosi ed accentuati, evidenziati da una fotografia freddissima e quasi fluorescente.

L’unico momento in cui vediamo il “vero Lou Bloom”, quello capace di provare emozioni, è di fronte ad uno specchio. In uno scatto d’ira, afferra la sua immagine riflessa e sfodera un urlo spaventoso, il suo viso si contrae ed assume fattezze quasi mostruose. Forse le sembianze del mostro che è diventato a causa dei mass media.

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Lou, come uno sciacallo, si muove a piccoli passi attenti, si nutre del sangue versato da altri grazie al quale sopravvive anche lui. Vive di notte, quando tutti abbassano la guardia lui è sempre in agguato. Bloom rinnega l’empatia e si dimostra repellente all’osservazione, si fa portavoce di una realtà che è interessante solo quando mostra quello che nessuno vuol vedere ma tutti vogliono guardare.

Il film è davvero intrigante e non annoia. Tutti vogliamo sapere quale sarà il prossimo passo (estremo) di Lou. Le uniche pecche sono nella regia un po’ macchinosa (notiamo che si tratta di un’opera prima, anche se di alto livello) e una scarsa caratterizzazione degli altri personaggi presenti. D’altra parte, ruota tutto intorno a Jake Gyllenhaal, che con la sua interpretazione ha contribuito a trasformare quello che poteva essere un film ordinario in un prodotto cinematografico di rara bellezza.

Lo sciacallo - Nightcrawler

Voto - 8.7

8.7

Lati positivi

  • L'interpretazione di Jake Gyllenhaal
  • Fotografia fredda e limpida (soprattutto nelle riprese notturne)

Lati negativi

  • Regia un po' macchinosa
  • Caratterizzazione degli altri personaggi molto ridotta

Voto Utenti: 4.7 ( 2 Voti)
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