Curiosità

Beetlejuice: il macabro è entrato nel cinema di Tim Burton

Diamo uno sguardo più approfondito a Beetlejuice, il secondo lungometraggio di Tim Burton

Sarà mai possibile dare una spiegazione a Beetlejuice, secondo lungometraggio diretto da Tim Burton nel 1988? Tim Burton allora era un bambinone di 30 anni, con un’aria fragile, un volto pallido e malinconico ed una testa di capelli neri ed arruffati. Dentro di sé nascondeva però un universo fiabesco nascosto, pronto ad esplodere e a rivelarsi finalmente al mondo intero. Ma cosa abbiamo prima di Batman, prima Edward Mani di Forbice, prima di Jack Skellington, prima dei successi e dei flop? 

Il film di cui andremo a parlarvi tra poco rappresenta l’inizio di una carriera, ma specialmente l’inizio di una serie di collaborazioni che caratterizzeranno negli anni a venire tutto il lavoro di Burton. Le musiche di Danny Elfman, le scenografie di Bo Welch, gli effetti in stop motion di Rick Heinrichs. Insomma, la spiegazione di Beetlejuice che leggerete consisterà perlopiù in un commento riguardante la poetica del “primo” Tim Burton, incomparabile ai lavori degli ultimi anni. 

Indice 

Spiegazione di Beetlejuice: la trama

Beetlejuice è la storia dei coniugi Maitland, Adam (Alec Baldwin) e Barbara (Geena Davis), felicemente sposati e soddisfatti della loro villetta nel New England. Dopo pochissimi minuti dall’inizio del film, però, un tragico incidente stradale cambierà per sempre le loro vite. I due perderanno la vita ma ritorneranno sotto forma di fantasmi nella loro amata casa. Al danno per si aggiunge la beffa, i due scopriranno con orrore che la loro abitazione è stata venduta ad una altolocata e pretenziosa famiglia newyorchese, i Deetz.

I due, che detestano la loro nuova condizione di recently deceased, tenteranno di scacciare “gli intrusi” ma senza successo; nonostante la simpatia nutrita nei confronti della figlia dei nuovi insediati, Lydia (Winona Ryder), che riesce a vederli e a comunicare con loro. Disperati, si rivolgono ad un molto poco affidabile “bio-esorcista”, Beetlejuice (Michael Keaton), che dovrebbe aiutarli nell’intento, ma che di fatto porterà solamente tanto scompiglio nella casa Maitland – Deetz. beetlejuice spiegazione

Anti Narrazione 

Beetlejuice è stato definito come “una delle commedie – horror più bizzarre mai prodotte da un grande stusios”. Effettivamente l’atmosfera che rimanda all’horror e quell’humor macabro così facilmente fraintendibile da pubblico e critica hanno reso la pellicola un’ operazione di enorme audacia produttiva. Nella realtà dei fatti, comunque, il film ha avuto un grande successo di pubblico, incassando in poche settimane oltre 73 milioni di dollari, su un budget di 13 milioni.  La critica ha però mosso una pesante critica al film, che effettivamente non è del tutto negabile: la debole, o addirittura assente, coerenza narrativa. La cosa è effettivamente innegabile, ma è davvero la coerenza narrativa quella ricercata da Burton? Oppure si dà più importanza ad un altro tipo di coerenza, più simbolica, più personale? 

Il regista, parlando di Beetlejuice, dirà provocatoriamente:

Ho fatto la versione comica de L’esorcista.

La pellicola di fatto mostra per la prima volta ed in maniera netta l’esigenza di Burton di mettere in primo piano i personaggi, rispetto alle storie; dando priorità alla costruzione maniacale dell’universo in cui esse vivono anziché alla loro vera e propria messa in scena.  Soffermatevi per un istante: Quentin Tarantino è famoso per la sua “trunk shot”, si è parlato per mesi del piano sequenza voluto da Damien Chazelle in La La Land, per non parlare delle famose inquadrature alla Sergio Leone. Insomma, i registi lavorano duramente alla composizione delle inquadrature, sui movimenti della macchina da presa, alla ricerca dell’armonia perfetta tra angolazioni, movimenti dei corpi, oggetti. Tutti i registi, tranne Tim Burton.

Universo Burtoniano in Beetlejuice 

Quello che rende Tim Burton così famoso e saldamente fissato nell’immaginario cinematografico popolare non è infatti il suo uso della macchina da presa. Non è una particolare inquadratura, non è l’armonia di certe scene ma è tutto l’universo che i suoi film rappresentano. Inoltre, molto spesso, Burton non scrive le sceneggiature dei suoi film: preferisce trovarle già pronte, così da potersi concentrare maggiormente sull’aspetto visivo. Questo fattore parla già da solo: non sono i racconti che muovono i personaggi Burtoniani, ma sono i personaggi stessi che disegnano la storia. 

In Beetlejuice, per la prima volta, si rende evidente che in Burton il “vero” lavoro avvenga di fatto prima di prendere in mano la macchina da presa. L’ideazione dei personaggi, la costruzione dei luoghi e di quell’atmosfera fiabesca che diano al film quell’atmosfera tipicamente Burtoniana. Questa fase di “c’era una volta” è un lavoro estremamente personale del regista, nato dalle viscere della sua immaginazione, che prende forma grazie alle precisissime indicazioni date ai suoi fidati collaboratori. 

Beetlejuice, per la prima volta, dà vita ad una vera e propria antologia burtoniana, dove iniziano ad essere presenti moltissimi dei suoi tratti distintivi. Prima di tutto, il paradosso: le risate ed il macabro, l’orrore ed il grottesco, il realismo e le surrealistiche scene di animazione. Per la prima volta, vediamo il filo che unisce il mondo dei vivi e quello dei morti, tema molto caro al regista che lo approfondirà ne “La sposa cadavere”.beetlejuice spiegazione 

La morte e l’aldilà 

Come è facilmente intuibile, è possibile da spiegazione precisa di Beetlejuice. Si tratta infatti di un vero e proprio organismo simbolico che affonda le sue radici nell’infanzia e nell’immaginazione sconfinata di Tim Burton; la cui comprensione non può essere spiegata dopo la visione ma può essere vissuta solamente grazie alle sensazioni provate durante. Possiamo però soffermarci sul modo diverso, in ogni film, di affrontare quelle tematiche topiche del regista californiano. 

Il mondo dei morti viene mostrato in maniera dirompente: un ufficio statale bloccato da una lentissima burocrazia, dove capiamo che chiunque decida di suicidarsi è destinato ad esserne l’impiegato. Una squadra di football che ancora non realizza di essere morta, la referente dei Maitland con la gola sgozzata. Un organismo che più che simbolico potremmo definire solamente “macabro for macabro’s sake”, reinterpretando il credo bohémien di inizio ‘900. 

È evidente come il regista non sia di fatto interessato nel mostrare una rappresentazione lineare e sensata del mondo dei morti: nemmeno i coniugi Maitland, che di fatto sono morti, riescono a capire come dovranno comportarsi da quel momento in poi. Questo per dire che, forse, la morte è un avvenimento così inspiegabile, così improvviso, che da nessuna parte – nemmeno nel mondo dei morti – si riuscirà ad arrivare ad una risoluzione che riesca a soddisfare le domande e le paure, sia dei morti che dei vivi. beetlejuice spiegazione

La casa infestata – Beetlejuice spiegazione

Nonostante il tema del rapporto con i morti sia tipico del cinema di Burton, solamente in Beetlejuice incontriamo il topos della casa infestata. Tema che viene comunque rivisitato in maniera anticonvenzionale: solitamente, siamo abituati a credere che i fantasmi siano gli intrusi che i vivi debbano cacciare; mentre in tal caso ciò che crea scompiglio nella quotidianità dei protagonisti è la famiglia Deetz. Questa visione rovesciata è estremamente innovativa, ed è avvenuta 13 anni prima di “The Others”, che utilizza il medesimo escamotage in maniera completamente diversa. 

La dinamica di Beetlejuice è molto diversa da quella di “Edward mani di forbice” o “La sposa cadavere”. Negli ultimi due film, rispettivamente, la rieducazione del mostro e la coesistenza tra i vivi e i morti sembra possibile, ma di fatto entrambe falliscono nel momento in cui il quartiere si rivolta contro Edward ed Emily si scompone in centinaia di farfalle luccicanti; restituendo in tal modo, al mondo “normale”, l’equilibrio che aveva all’inizio della pellicola. 

In Beetlejuice, invece, la coesistenza tra morti e vivi si rivelerà alla fine un ménage perfetto: “The Living and the Dead. Harmonious Lifestyles and Peaceful Co-Existence” è il libro che legge Charles Deetz alla fine del film. Naturalmente all’inizio, essendo la casa un tipico simbolo di espressione di sé e della proprietà, era difficile immaginare una convivenza pacifica in un medesimo spazio vitale che nel momento del trapasso è diventato sovraffollato per la compresenza non richiesta di due famiglie estremamente diverse. Ma alla fine, i Deetz ed i Maitland, si scopriranno unite per sconfiggere il malefico Beetlejuice: ed è qui che scopriranno che vivere in maniera pacifica è di fatto l’unico modo per poter continuare ad esistere. beetlejuice spiegazione

Beetlejuice: spiegazione del “bio-esorcista”

Ma chi è Beetlejuice? Beetlejuice è un bio-esorcista che, teoricamente, dovrebbe essere amico dei fantasmi, ma di fatto è un irriducibile trouble-maker. Beetlejuice è fautore di un caos dettato dalla volontà di non coesione e non coesistenza tra i vivi ed i morti. Il felice connubio che si vedrà alla fine della pellicola è proprio quello che il grottesco antagonista non avrebbe voluto. Ma di cosa è effettivamente antagonista Beetlejuice? Teoricamente appartenente al mondo dei morti, ma anche da esso ripudiato, non può e non vuole di certo trovare rifugio in quello dei vivi. Privo di un luogo di appartenenza, privo persino di una casa da infestare, si vende come “bio-esorcista” per entrare perlomeno nelle vite e nelle case di coloro che cadono nel suo malefico tranello. 

La non appartenenza provoca in Beetlejuice un’esplosione incontrollabile dell’io, rendendolo noncurante di qualunque disciplina, sessuale o primaria, trasformando tutta quell’energia in repressione e violenza. Allo stesso tempo, capiamo però come Beetlejuice, essendo uno spostato, folle, fallito e, specialmente, morto, abbia guadagnato la simpatia di Burton. Il personaggio indossa un abito a righe, che circa 6 anni dopo vedremo anche indossato da Jack Skellington. Ricordiamo il regista californiano adora le righe, e ancora di più chi le indossa: “a volte scelgo i miei amici senza sapere esattamente perché, per istinto. Per esempio le persone che indossano dei vestiti a righe bianche e nere. Le righe compaiono in molti dei miei film, come nel personaggio di Beetlejuice, e anche nella mia vita”. 

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