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Beata Ignoranza, la dipendenza dai Social Network: la Recensione

Filippo ed Ernesto sono due insegnanti di liceo, sicuramente più nemici che amici, che si andranno a confrontare con una tematica attualissima: capire se è corretto o meno esser dipendenti dai social network. Quello che li divide in realtà è il pensiero totalmente opposto sulla questione: infatti se uno è perfettamente al passo con i tempi e totalmente immerso nel mondo dei social, l’altro è un uomo all’antica, che sostiene ancora che i vecchi tempi siano stati i migliori, quindi perché “modernizzarsi”?

Ed eccoli ancora insieme Alessandro Gassman, che interpreta Filippo, e Marco Giallini, alias Ernesto, nella nuova commedia prodotta da Fulvio e Federica Lucisano e Rai Cinema e diretta da Massimiliano Bruno, che firma anche soggetto e sceneggiatura. Diciamo “ancora insieme” perché i due già si erano trovati ad impersonare i due ruoli da protagonisti, nel film Se Dio Vuole di Edoardo Falcone, del 2015. Con loro nel cast, tra gli altri, Valeria Bilello, Carolina Crescentini e Teresa Romagnoli.

Massimiliano Bruno ci introduce alla storia di Beata Ignoranza tramite l’uso di un documentario che potremmo definire diegetico. Infatti esso ci permette di conoscere chi sono veramente i due protagonisti e qual è stata la loro storia. Giallini e Gassman parlano direttamente con la macchina da presa che in quel momento li sta riprendendo per la funzione, appunto, documentaristica. Ci sembra così che essi colloquino con lo spettatore, tramite lo sguardo in camera e l’uso dei flashback con i quali Bruno intende raccontare il passato dei personaggi.

Sarà Gassman durante una lezione in classe a sottolinearci il tema fondamentale sul quale si sviluppa l’arco narrativo di Beata Ignoranza. Filippo parla ai suoi ragazzi: “Voi dovete pensare al vostro cellulare come ad un’estensione del cervello”. Molto interessante il punto di vista utilizzato da Bruno, che va a riprendere il concetto elaborato dal sociologo Marshall McLuhan. Secondo il suo pensiero il medium è il messaggio; i media sono entrati talmente tanto nella nostra vita quotidiana che ormai sono insiti nel nostro corpo, e noi non possiamo far altro che assistere al fatto che essi sono diventati delle vere e proprie estensioni del nostro corpo. Eppure Bruno è abile nel controbattere questa posizione con quella del personaggio di Ernesto — Giallini — che pur essendo un grande lettore di libri ed un professore molto acculturato, ignora le teorie di McLuhan, almeno per quanto riguarda i media appartenenti alla seconda metà del Novecento, quindi innestatisi da poco nella società.

I problemi che purtroppo presenta la pellicola risiedono nella sceneggiatura. Particolarmente in una scena, che apre l’atto finale del film, in cui c’è una discussione tra i due protagonisti fondamentale per lo sviluppo drammaturgico, ci si accorge che la sceneggiatura è abbastanza debole. Tanto che noi non sappiamo poco e niente di Filippo ed Ernesto fino a quel momento, sia della loro storia passata sia di chi veramente si sia assunto le proprie responsabilità da genitore. Bruno esagera anche un po’ nel rappresentare il mondo del social, che rischia quindi di perdere credibilità. In Beata Ignoranza c’è comunque una buonissima comicità, grazie all’ottima interpretazione di Marco Giallini ed Alessandro Gassman e alle situazioni comiche che Bruno riesce ad articolare in maniera molto buona, rimarcando ancora la sua provenienza dal teatro. Anche la colonna sonora risulta gradevole, con “Isn’t she lovely” a fare da cornice. Ne viene fuori un film godibile, che possiede in una frase detta da Michela Andreozzi nel documentario un messaggio su cui bisognerebbe riflettere:

“Non è il mezzo che porta alle patologie, ma l’uso che ne facciamo”.

 

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