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Recensione “Omicidio all’italiana”: la comicità che fa riflettere

Marcello Macchia (il vero nome di Maccio Capatonda) è il protagonista di Omicidio all’italiana, il secondo lungometraggio scritto, diretto e recitato dallo stesso, sul grande schermo dal 2 marzo 2017.

Sul filone de “L’Italiano Medio”, film d’esordio del Maccio, Omicidio all’italiana è una grande presa in giro ad una moda ricorrente nel nostro Paese da più di un decennio. Ovvero quella di costruire uno spettacolo attorno ai fatti di cronaca, moda di cui la televisione è il primo e più importante veicolo.

Il film è ambientato ad Acitrullo (il paese della “morta ammazzata”), un paesino di fantasia vicino a Campobasso, quest’ultima descritta nel film come una grande metropoli al pari di Londra e Parigi paragonata all’arretratezza e all’assenza di tecnologia della piccola Acitrullo.

La protagonista del film, inutile dirlo, è, più che un personaggio, l’atmosfera
che gira attorno al finto omicidio.
Quello di una contessa, inscenato dal sindaco (Capatonda) con l’intento di far conoscere il paesello al pubblico di una trasmissione di punta, “Chi l’acciso” la cui presentatrice, Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli) è un’autorità
superiore alle forze dell’ordine.

L’intento è chiaro: ironizzare sulla morbosità della televisione italiana intorno a omicidi, o in generale a fatti di cronaca, che al giorno d’oggi sono la maggiore fonte di share. Il tutto, ovviamente, viene esasperato ai massimi livelli. Viene, infatti, istituito un televoto per decidere chi è l’assassino e il cadavere viene manomesso per aggiungere sangue e Acitrullo diventa, da un paesino di 16 abitanti dall’età media di 65 anni, una fonte di attrazione turistica senza precedenti, la cui attrattiva principale è il mistero attorno all’omicidio della contessa, snaturandolo quindi totalmente (per esempio gli anziani del paese vengono visti ballare la musica techno).

Maccio non risparmia battute dall’esito scontato, ma, con il tocco di genialità a lui così familiare, queste ultime si riveleranno di massima importanza per la risoluzione della storia. L’esagerazione diventa normalità, i personaggi sono caricature della gente di tutti i giorni, lo spettatore ride ma allo stesso tempo riflette perché tutto è condito da una retorica importante. Di rilievo anche il verso al servilismo della politica nei confronti della televisione, reso evidente dal personaggio dell’Onorevole Filippo Bello, interpretato da Maccio stesso, il quale incarna tre diversi personaggi in maniera eccellente.

Maccio Capatonda, attraverso una comicità inedita e ben riconoscibile, costruisce una storia dalle varie sfumature: comica, perché le battute sono ben distribuite e funzionali alla narrazione; verosimile, poiché riprende dei temi importanti del costume italiano degli ultimi anni; riflessiva, perché permette allo spettatore di riflettere sulla società in cui vive; e infine grottesca, dato che i personaggi sono fortemente stereotipati ed ingigantiti delle loro caratteristiche.

Inoltre tratta vari temi importanti, come appunto la morbosità dell’intrattenimento; l’importanza dell’innovazione ma allo stesso tempo anche della tradizione; la falsità della politica e il razzismo, trattato in maniera assolutamente geniale attraverso uno stratagemma davvero squisito (che non verrà svelato  in questa sede perché è tutto da godere).

Se invece si vogliono analizzare gli aspetti puramente tecnici, la pellicola è ben costruita in quanto la regia è fluida e concisa, non ci sono scene inutili o allungate, o forzature troppo evidenti. La sceneggiatura è versatile, in quanto non è costruita da sole battute e non ha una funzione puramente comica; è infatti portata, come è già stato detto, anche alla riflessione. È veramente interessante, per esempio, ciò che la Spruzzone dice al commissario Fiutozzi (Giorgio Morra), ossia che la televisione rifiuta la verità a favore del puro intrattenimento, frase che rispecchia alla perfezione l’andamento della televisione italiana dell’ultimo periodo.

Il montaggio rende il film dinamico e fluido, senza rallentamenti o allungamenti del brodo. Nel complesso, dunque, “Omicidio all’italiana” è un buon film, che permette allo spettatore di riflettere divertendosi, senza però addentrarsi troppo profondamente nel ragionamento, bensì gli permette di farsi una risata nonostante si ritrovi davanti alle infelici e grottesche mode della televisione italiana.

Omicidio all'italiana: la comicità che fa riflettere

Rating - 7

7

The Good

  • Indaga sulla morbosità della televisione italiana
  • Non annoia nemmeno per un attimo
  • La comicità non è fine a se stessa

The Bad

  • Nino Frassica è inutile al film
  • Certe battute/scene sono troppo scontate

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