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Recensione Babel: un malinconico gioco di causa-effetto

Prima dei più celebri “Birdman” e “Revenant”, Iñárritu portò sullo schermo 4 storie intrecciate tra loro, ambientate in diversi contesti politici e sociali.

Film ad episodi: cosa potrà mai accomunare una coppia californiana in viaggio reduce dalla prematura morte del figlio, due ragazzi marocchini intenti a maneggiare un fucile per acquisire una buona mira, due bambini che attraversano il Messico sotto la responsabilità della tata e un’adolescente giapponese sordomuta?

Lo spettatore, di fronte a quattro vicende che si alternano nel corso della pellicola, percorre gradualmente un cerchio e partecipa ad un gioco di causa-effetto improbabile ma molto verosimile, che ci aiuta a ricordare, come direbbe Einstein, che l’unica razza di questo mondo è quella umana e non possiamo dare per scontato che la lontananza geografica o culturale corrisponda al lavamento delle mani.

La sceneggiatura di Guillermo Arriaga non si riduce al solito significato filosofico che innalza le buone critiche, ma, grazie alla regia di Alejandro Gonzalez Inarritu, ci offre un panorama di ben 4 realtà e quelli che potrebbero essere i loro problemi, che siano sociali o politici.

Troviamo infatti una ragazzina di Tokyo che cadrà progressivamente in un vortice apparentemente senza uscita di depressione e di totale mancanza di autostima, causato dal suo handicap che gli impone di comunicare attraverso gesti e portarsi dietro un taccuino su cui all’occorrenza scrive le sue domande e le sue risposte, e che la costringe soprattutto a non sentire la musica della discoteca e ad essere scansata dai coetanei dell’altro sesso. Poi abbiamo i due ragazzi che pagheranno amaramente il loro “gioco” da cecchini, dai quali però trasparirà il tipico pregiudizio occidentale nei confronti del terzo mondo.

La coppia americana invece affronterà un avvenimento che metterà da parte la loro crisi e che nel finale espliciterà l’opposizione tra l’esito felice di questi ultimi e quello per niente allegro dei ragazzini.

Finali che vorrebbero ripetere il topos del “felici e contenti” occidentale e del purtoppo brutto termine di molte vicende del terzo mondo, ma che in realtà lo criticano pesantemente con l’evidenza. Infine abbiamo due bambini che faranno visita inconsapevolmente all’altra pesante realtà di quell’altrettanto pesante divisione tra Usa e Messico data concretamente dal muro costruito al confine.

Inarritu, divenuto celebre tra il grande pubblico soprattutto per il suo capolavoro “Birdman” (Miglior film agli oscar) e per “Revenant”, grazie al quale Di Caprio ha vinto il suo primo oscar come miglior attore, costruisce un intreccio congegnato, oserei dire, alla perfezione, ma in particolare insolito e molto interessante. Apparentemente lento, ma in realtà capace di raccontare di tutto e di più, e aperto a molteplici interpretazioni.

Nel cast troviamo Brad Pitt e Cate Blanchett, che interpretano la coppia, e anche la musa di Nicolas Winding Refn, Elle Fanning, e il messicano Michael Pena, nel suo solito ruolo di agente di polizia. Da segnalare la sublime colonna sonora di Gustavo Santaolalla, grazie al quale vinse l’Oscar e che invade soprattutto il finale, impreziosendolo più che mai.

“Babel” è dunque una pellicola anomala, anticonvenzionale e non adatta a tutti (sesso e violenza non mancano), che incolla allo schermo e offre uno sguardo drammatico e malinconico della realtà.

Recensione Babel: un malinconico gioco di causa-effetto

Prima dei più celebri "Birdman" e "Revenant", Iñárritu portò sullo schermo 4 storie intrecciate tra loro, ambientate in diversi contesti politici e sociali. - 8

8

The Good

  • La sceneggiatura, gli attori, la colonna sonora.

The Bad

  • La durata consistente

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