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Dogville: il capolavoro dimenticato di Lars Von Trier

Il regista e sceneggiatore danese viviseziona l’animo umano come se procedesse nell’autopsia delle sue inclinazioni più meschine e ciniche. Indaga tra le pieghe di una società fittizia per denunciare tutta la crudeltà e la violenza nascosta di quella in cui viviamo ogni giorno.

Dogville è la classica piccola e umile cittadina della provincia americana negli anni della Grande Depressione. Così simile a molte altre che addirittura non esiste, o meglio, è rappresentata semplicemente con del gesso che segna i contorni delle case e delimita gli spazi. Le abitazioni di Dogville infatti sono completamente aperte, senza pareti e tutto quel che succede può esser visto senza che delle barriere ne impediscano lo sguardo. Questo è un dono che però Von Trier non consegna agli abitanti di Dogville ma solo allo spettatore, che mai in modo così marcato ed evidente diventa il Dio dello spettacolo in atto, che tutto può vedere anche se solo superficialmente.

Tutti i giorni appaiono uguali e sereni fino a quando non si presenta a chiedere aiuto una giovane donna di nome Grace (Nicole Kidman), in fuga da alcuni gangster. Nonostante l’iniziale diffidenza nei suoi confronti, Grace riesce a farsi apprezzare, specialmente grazie a numerosi piccoli lavoretti a servizio degli abitanti. Dopo un iniziale momento di equilibrio, quelle piccole forme di aiuto che nascevano nel cuore di Grace come forma di ringraziamento verso Dogville per averla “adottata”, si trasformano in uno stato di schiavitù e prigionia. Nonostante i soprusi mentali e fisici, Grace decide di perdonare quelle povere persone, ritenute troppo semplici e chiuse per abbandonare quell’eterna paura e diffidenza verso il prossimo che porta solo all’odio e alla cattiveria. Grace però, nell’epilogo del film, tornata momentaneamente alla realtà da dove era fuggita, cambia la sua prospettiva nei confronti di Dogville e sceglie per la cittadina un finale avvolto nel sangue e nelle fiamme.

Dogville è probabilmente uno dei film più realistici e umani di Von Trier, nonostante gli elementi quasi da favola dark. Distribuito nel 2003 e presentato in concorso al 56º Festival di Cannes senza portarsi a casa nulla, Dogville è un’opera chiave poiché spartiacque tra un prima e un dopo nella carriera del regista danese. Il suo vecchio modo di pensare il cinema era il cosiddetto Dogma 95, una forma purissima di rappresentazione in cui tutto doveva sottostare all’autenticità, dalle scenografie realistiche, alla luce naturale e alla spontaneità recitativa con attori non professionisti. In Dogville questo mondo sembra quasi capovolto con i suoi spazi teatrali, le luci artificiali e l’utilizzo di un grande diva hollywoodiana. Inoltre anche la struttura narrativa assume alcuni aspetti particolari: il film è diviso in nove capitoli e un prologo con una voce fuoricampo che accompagna lo spettatore lungo tutto l’arco delle vicende. È il cosiddetto “cinema fusione”, in cui si mescola in un’unica opera la letteratura, il cinema e il teatro.

Come in tutti i film di Lars Von Trier è impossibile riuscire a mettere tutti d’accordo, trovare una netta maggioranza che si esponi da una parte o dall’altra, positiva o negativa che sia. C’è chi grida al flop, alla mancanza di caratterizzazione dei personaggi, alla prevedibilità della trama, all’inconsistenza dei dialoghi e delle tematiche affrontate e chi vede in quest’opera una sorta di favola moderna, l’epopea di una cittadina che ricalca i pregi e i difetti dell’essere umano. C’è il senso di comunità, la diffidenza verso l’estraneo, la paura del nuovo, la gelosia, l’amore, la violenza, l’inganno, c’è la nascita e c’è la distruzione. Tutto questo è a Dogville, prendere o lasciare.

 

 

 

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