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Elephant: la recensione del film di Gus Van Sant

Elephant: la recensione del film di Gus Van Sant, vincitore della Palma d'oro per miglior film e miglior regia a Cannes '56

Gus Van Sant, nel 2003, firma uno dei suoi più grandi successi: Elephant. Il film, presentato in concorso al Festival di Cannes nello stesso anno, riuscì ad aggiudicarsi non solo la Palma d’oro per il miglior film, ma anche quella per la miglior regia.

La pellicola fa parte della cosiddetta “trilogia della morte” del regista, composta da Gerry del 2002, Elephant e Last Days del 2005. In questo articolo, ci focalizzeremo sul film che fa da spartiacque tra il primo e l’ultimo. Ecco la recensione di Elephant.

Elephant: la recensione

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Elephant è sicuramente uno dei film più controversi e allo stesso tempo affascinanti di Gus Van Sant. La storia, ispirata liberamente al massacro avvenuto al liceo Columbine nel 1999, riprende le vite di alcuni studenti in una giornata che sembra normale, ma che si trasformerà in una tragedia.

In questa opera più che in altre, il regista esprime la sua volontà di allontanarsi dal classico cinema “americano”. Il realismo della storia presentata appare quasi disarmante agli occhi dello spettatore, che non può distogliere lo sguardo dallo schermo neanche per un secondo. Senza far ricorso all’elemento drammatico fine a sé stesso, l’efficacia del film sta proprio nella potenza prodotta dalle immagini nella loro semplicità.

Elephant: la genesi del film

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Il titolo del film di Gus Van Sant è una citazione del film “Elephant” diretto da Alan Clarke e prodotto da Danny Boyle, del 1989, ispirato al Conflitto Nordirlandese meglio conosciuto come The Troubles, che mostra una serie di omicidi ripresi da varie angolazioni.  “L’elefante” delle due pellicole fa riferimento al detto “l’elefante nella stanza”, vale a dire un problema che è evidente a tutti ma di cui nessuno vuole parlare. Il regista americano non riprende solamente il titolo dalla pellicola di Clarke, ma, soprattutto, l’utilizzo della steadycam che segue i personaggi di spalle praticamente per tutta la durata del film.

Dopo Michael Moore con il suo documentario Bowling a Colombine (2002), Gus Van Sant torna a toccare il delicato argomento della sparatoria avvenuta nella Columbine High School in cui persero la vita 13 ragazzi e un professore, senza però fare espliciti rimandi all’accaduto. Di riferimenti, infatti, non ce ne sono, ma l’allusione al massacro del 1999 è automatica.

Elephant: Gus Van Sant e la regia

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Elephant è un film composto da tasselli di un puzzle che si incastrano alla perfezione. La steadycam, che segue i ragazzi dall’inizio alla fine della pellicola come una mosca, non fa che mostrare i momenti della vita dei protagonisti nella più assoluta discrezione. I personaggi, apparentemente isolati, in varie occasioni, si imbattono l’uno nell’altro tra le pareti e i corridoi della scuola. Un normale incontro è mostrato da più prospettive o punti di vista a seconda del ragazzo che ci troviamo a rincorrere ed è proprio nella maestria con cui Van Sant combina questi semplici eventi che il film trova la sua forza.

“Ritenevo che il tema di Columbine si legasse bene con la vita quotidiana di un gruppo di studenti di una scuola superiore. Ma è loro che ho voluto raccontare, i loro umori, le loro ansie. Anzi, sono loro a essersi raccontati in Elephant.” Possiamo dire che la parola chiave dell’opera di Van Sant sia autenticità. Non solamente per il realismo con cui decide di raccontare le vicende, ma anche per la scelta del cast, composto da attori non professionisti, a cui è stata data carta bianca per quanto riguarda i dialoghi e le azioni. Autenticità che si rispecchia in ogni scena, inquadratura e sequenza dell’opera del regista statunitense.

Elephant: le tecniche utilizzate e l’atmosfera del film

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Guardando Elephant, non possiamo non notare la potenza delle inquadrature che rendono questo film unico nel suo genere, anche se qui di genere è sbagliato parlare. Già dalla prima inquadratura (dall’alto), si percepisce il desiderio del regista di mostrare e di rendere partecipe lo spettatore che pedina i protagonisti con sguardo attento, curioso e silenzioso, attraverso l’utilizzo di piani sequenza che donano al film la naturalezza ricercata. Oltre ai piani sequenza, è innovativo l’uso della slow motion e delle inquadrature fisse che riprendono i personaggi soli in spazi ampi e vuoti.

La fotografia gioca un ruolo decisivo all’interno del film. Il colore giallo ritorna più volte nel corso della storia, a partire dai capelli e la maglietta di John al tappeto di foglie autunnali che copre le strade della cittadina. La prima parte del film, costituita da scene di vita quotidiana degli studenti, degenera negli ultimi minuti della vicenda, in modo freddo, repentino e brutale, in tragedia. La tranquillità, la serenità, il silenzio vengono sostituiti dal terrore e dal caos. La tenue luce dei raggi del sole che riscalda una giornata di scuola come le altre viene soffocata da una pioggia di sangue.

Elephant: la componente sonora

In Elephant, la componente sonora è fondamentale, al pari di quella visiva. La splendida Sonata al chiaro di luna e la celebre Per Elisa non fanno che accentuare il contrasto tra la violenza delle immagini che vedremo e la delicatezza ed eleganza delle note partorite dalla mente geniale di Beethoven. Nello specifico, l’esecuzione di Per Elisa, all’interno dello straordinario piano sequenza nella stanza di Alex, aumenta la tensione della scena fino allo sfociare nella violenza più cruda, rappresentata da un videogioco  del genere “sparatutto”.

Il sonoro, nel film, non è limitato solo alla musica. Ancor più rilevante è il ruolo che giocano i rumori e i silenzi nell’opera di Van Sant. A fare da sottofondo alle azioni dei protagonisti è un costante brusio di voci, caratteristico dell’ambiente scolastico. I dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile e il tono della voce utilizzato dagli interpreti è estremamente basso, come se la distanza tra la macchina da presa e i personaggi fosse reale. Il suono di un cinguettio di uccelli torna spesso nel corso del film, in particolar modo nella scena finale, dove sembra voler mettere il punto conclusivo alla terribile vicenda.

Elephant: considerazioni finali

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Elephant non è un film, è un’opera d’arte vera e propria. La peculiarità del film di Van Sant si ritrova nella dinamicità e accuratezza che il regista riesce a donare ad una storia che poteva risultare scontata o furba. Attraverso la volontà di dare un volto, un nome, una storia ai ragazzi vittime del tragico evento, Van Sant riesce a rendere giustizia a un triste e crudo episodio della storia americana.

Elephant è un film da vedere e rivedere, per immergersi in un’esperienza sensoriale unica e focalizzare lo sguardo su una terribile realtà che, ancora oggi, non smette di lasciare senza parole.

Elephant

Voto - 9.5

9.5

Lati positivi

  • Regia magistrale
  • Componente sonora predominante
  • Originalità nella messa in scena della storia
  • Autenticità nell'atmosfera

Lati negativi

  • Ad alcuni potrebbe risultare "lento"

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