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Il caso Spotlight – La recensione del Miglior Film agli Oscar 2016!

Realizzare un film su argomenti spigolosi come abusi o violenze non è mai semplice. Il caso Spotlight, co-scritto e diretto da Tom McCarthy, riesce nel 2016 a coinvolgere lo spettatore in una storia delicata. Lo fa con una narrazione adeguata capace di far riflettere ma senza cadere in cliché. Tratto da un’incredibile storia vera, narra le vicende di una “task force”giornalistica e della loro indagine contro la Chiesa cattolica e gli abusi sui minori. Essa valse il Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano The Boston Globe. Il caso Spotlight ha raggiunto traguardi incredibili e apprezzamenti da critica e pubblico. Successi coronati dal premio Oscar come Miglior Film. Noi di FilmPost ve lo raccontiamo in questa recensione:

Recensione del premio Oscar 2016 al miglior film “Il caso Spotlight”

Verità da far emergere

Boston fa da sfondo a questa storia. Nel 2001 il team giornalistico “Spotlight” del quotidiano Boston Globe, guidati dal loro nuovo direttore Marty Baron, cominciano un’incredibile indagine. Il loro obbiettivo è svelare decine di abusi sessuali ai danni di minori da parte di un gran numero si sacerdoti di Boston. La squadra è decisa a far luce sulla vicenda, che è stata insabbiata dalle autorità ecclesiastiche, mettendola sotto i riflettori mondiali. Decisi ad affrontare, con i rischi del caso, l’autorità della Chiesa cattolica, la squadra troverà come bersaglio principale il cardinale Bernard Francis Law, accusato di essere il principale artefice della gigantesca copertura.

Il Caso Spotlight recensione


Un percorso riflessivo

Tom McCarthy e Josh Singer, per Il caso Spotlight, hanno realizzato un lavoro di strutturazione narrativa incredibile. Non è mai semplice parlare di reati realmente accaduti, soprattutto se sono legati a violenze e abusi, ancora di più se legati ad un’autorità come la Chiesa. Non è semplice parlarne senza mancare di rispetto a vittime e ai carnefici. E’ difficile, quasi impossibile, non cadere nella struttura narrativa del documentario d’inchiesta. I due sceneggiatori invece ci trasportano all’interno della redazione, del piccolo mondo del Boston Globe, o meglio del team Spotlight. Riescono a non annoiare, a non produrre un prodotto ripetitivo e pieno di morale.

Il caso Spotlight ha i ritmi di un poliziesco, una crime story che coinvolge e porta lo spettatore a riflettere. Lo fa con una narrazione dai ritmi moderni, che riescono inaspettatamente ad adeguare bene al prodotto. Inaspettatamente perché non ha picchi alti, non ci sono sussulti: Il caso Spotlight è un lungo percorso di due ore per arrivare ad una conclusione che forse magari ci aspettiamo già, ma che ha bisogno di una riflessione per capire cosa e come ci ha portato ad essa.

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L’occhio del giornalista: l’indagine sull’indagine

La conclusione ed il tema della pedofilia forse non sono neanche il tema principale: il posto d’onore spetta proprio alla squadra e al loro percorso che li porta ad essere eroi e a rompere quell’aria di omertà. McCarthy diventa come un membro della squadra del Boston Globe, racconta e narra come lo fanno loro ogni realtà, con uno stile giornalistico. Fa il gioco che fanno i suoi personaggi, perché forse è loro che vuole raccontare; dai reporter-detective interpretati da Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Micheal Keaton (tra le prove migliori della loro carriera) al direttore, Liev Schrieber, pacato quanto deciso motore trainante, come lo stesso personaggio che interpreta fu per l’inchiesta.

E quello che viene realizzato si fonde con il documentario e con le sue tecniche. La forza di questo film sta nel mettere da parte il suo essere cinema a vantaggio della storia e dei suoi avvenimenti che permeano, attraverso quel percorso, in noi.



Silenzi per prendere coscienza

Il caso Spotlight è frutto di uno sforzo di scrittura immenso, riuscito alla grande grazie alla capacità di esporre chiaramente i fatti, appassionando e non cadendo mai in cliché e nella retorica. Tom McCarthy e soci riescono ad impostare alla perfezione la narrazione di questo genere delicato di racconto cinematografico, che si fonde con il documentario d’inchiesta e il documentario storico. Il cinema non si annulla ma è un pretesto per narrare una storia. Entra nel filone dei tradizionali film d’inchiesta e ricorda il modello “Tutti gli uomini del presidente”, facendo del film del 1976 una sorta di guida. Il cast magistrale e una regia dinamica si aggiungono ai tanti motivi per il quale anche l‘Academy ha scelto di premiare il film.

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I premi per Miglior Film e Miglior Sceneggiatura originale hanno amplificato la risonanza mediatica di questo gioiello. A primo impatto, infatti, poteva apparire come la classica morale non adeguata al grande cinema contemporaneo. Avrebbero di gran lunga meritato la statuetta anche la regia di McCarty e gli eccellenti Mark Ruffalo e Rachel McAdams. Un film che non vuole esaltarsi: niente virtuosismi, niente momenti clou, niente colonna sonora che cattura. A catturare invece ci pensa proprio il vuoto, i momenti lenti, le parole non dette e i silenzi e alle prese di coscienza: quelle dei protagonisti e degli spettatori, tutti sono messi alla prova.

 


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Rating - 9

9

The Good

  • Sceneggiatura: eccezionale la narrazione giornalistica
  • Regia e Montaggio: dinasmo calibrato magnificamente per questo genere di storia
  • Cast: eccezionale apporto recitativo

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