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Il regno: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

Sorogoyen mette in scena un thriller politico dalle forte tinte drammatiche

Contemporaneamente alla presentazione del suo ultimo film Madre alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia (miglior attrice a Marta Nieto); nelle sale italiane esce il precedente lavoro di Rodrigo Sorogoyen, Il regno. Un film che si è rivelato essere un autentico successo in patria capace di vincere 7 premi Goya di fronte a 13 candidature. Avventuriamoci quindi nella recensione de Il regno, un thriller politico dalle forti vene drammatiche. Il regno racconta le vicende di un importante politico di un partito fittizio, Manuel Lopez Vidal (Antonio de la Torre), il quale in seguito a uno scandalo vedrà distrutto tutto il regno che si era costruito. Una situazione difficile alla quale rifiuta di accettare, facendo il possibile per ribaltare le carte in tavola.

Nonostante il grande successo ricevuto in Spagna, il film di Sorogoyen presenta dei problemi che gli impediscono di attrarre pienamente un pubblico internazionale. Seppur sia dotato di una regia eccelsa e a tratti innovativa nella messa in scena, è nella narrazione che il film si perde. Accentrando completamente la storia sul ruolo del politico corrotto, la sceneggiatura accantona quei personaggi secondari che sono anche loro complici della caduta dell’uomo. Queste appaiono come macchie sullo schermo, figure che per brevi istanti sferrano il loro colpo al protagonista e poi spariscono. È l’ipocrisia che regna nelle grandi istituzioni il tema centrale che emerge da questo film. Il regista non tenta di addolcire la visione, da sfogo attraverso la storia a tutta la negatività che tale ambiente gli trasmette. Questo film però riesce solo in parte a catturarne la situazione, risultando lacunoso in molti passaggi.

Indice

La trama – Il regno recensione

Manuel Lopez Vidal è il vicesegretario regionale di un partito di cui non viene mai rivelato il nome. Ha una vita perfetta, stimato dai colleghi e dal futuro annunciato come esponente di quel regno politico che si sta costruendo attorno a lui. Attraverso un breve piano sequenza iniziale lo spettatore è lanciato alle spalle di questa figura, composta nei modi e attento agli equilibri. Nulla pare lasciato a caso, l’ordine delle cose viene mantenuto e ogni tassello si direziona dove desidera. Come però si è già visto in altre produzioni spagnole, il tema della politica corrotta riscuote particolare attenzione nella penisola iberica, e Il regno dopo un prologo di gloria prepara la caduta del protagonista. Vidal infatti è coinvolto, insieme a molti altri membri del partito, in un grande scandalo politico che coinvolge appalti truccati e fondi dirottati all’estero.

Il regno inizia a vacillare e il protagonista sempre di più viene risucchiato dentro il vortice che gli si sta creando attorno. Mentre i media cavalcano lo scandalo, le persone che fino a poco prima festeggiavano con lui gli voltano le spalle. In breve tempo diventa il principale capro espiatorio del partito. Disonorato e con il rischio di perdere ogni cosa, in una serie di tentativi disperati prova a restare agganciato al suo ruolo. Sotto la facciata del thriller politico, Il regno rappresenta il lento declino dell’ambizione dell’uomo. Un moderno Icaro che volando troppo vicino al Sole non si accorge delle conseguenze delle sue azioni, fino a che non precipita. Sorogoyen non mostra alcuna pietà per il suo protagonista. La macchina da presa documenta ogni passo di un uomo accecato dalla sua ambizione, accanendosi verso chi dalla parte dei giusti fingeva di stare senza mai farne parte, ovvero il politico.il regno

Un film girato come un servizio giornalistico

Come se fosse più una ripresa giornalistica che un film, Sorogoyen realizza gran parte delle scene di Il regno attraverso una camera a mano. La macchina da presa traballa ripetutamente, così come il ruolo politico del protagonista, e si inserisce con sguardo indiscreto nella privacy di Vidal, non omettendo niente. Tutto è destinato a venire alla luce, così il regista pone il suo sguardo il più vicino possibile all’azione, schiacciando il personaggio di Antonio de la Torre dentro la lente dell’obiettivo. I sentimenti del protagonista, l’orgoglio che lo fa rialzare a ogni caduta che incontra le suo percorso, vengono riportati nello schermo come se si trattasse di un reportage di un telegiornale. Il regista non empatizza con il suo protagonista, lo tratta come fosse un burattino, simbolo di una politica corrotta che sconvolge il paese.

Lo manipola attraverso la sceneggiatura e lo pone in scena come fosse il capro espiatorio su cui accanirsi. Uno stile inusuale che a tratti funziona nel corso della narrazione. Lo spettatore pervaso da un senso di giustizia non arriva mai prendere le parti di Manuel Lopez Vidal, abbandonandolo al suo destino così come i pochi alleati che aveva nel corso della storia. Allo stesso modo anche le musiche si rivelano funzionali nel seguire il ritmo della vicenda. Se l’inizio la musica elettronica accompagnava ogni istante di vita del politico, realizzando un tappeto sonoro in ogni suo movimento; più la narrazione prosegue più la musica scarseggia. Verso la fine rimane un lento tamburo, un motivo scheletrico che rievoca il battito cardiaco pressante del protagonista più che le feste di inizio film.

Considerazioni finali – Il regno recensione

Sorogoyen attraverso la sua regia non pare voler offrire un approccio morale alla vicenda, anche se il destino a cui vanno incontro i personaggi la dice lunga sul suo pensiero. In questa recensione de Il regno è necessario sottolineare come il regista si limiti a seguire le azioni, a portare avanti una sua vendetta personale nella quale non offre ne speranze ne vie di fuga. Se compi azioni negative il destino, presto o tardi, presenterà il suo conto; potrebbe essere il messaggio nascosto dietro alle azioni di Lopez Vidal. Un protagonista mai veramente pentito di quanto fatto, oltraggiato per il tradimento ricevuto rappresenta quella vittima incapace di adattarsi al suo nuovo ruolo e per questo incline all’estinzione. Il ruolo del politico rappresentato da Antonio de la Torre rappresenta tutta la negatività che Sorogoyen e altri registi contemporanei spagnoli hanno nel proprio sistema politico.

Questo tema può arrivare facilmente allo spettatore di tutto il mondo; nonostante ciò la forte geolocalizzazione e gli elementi messi in scena dal regista ne fanno un film strettamente spagnolo. Il regno punta per lo più a documentare una caduta, un fallimento e gli effetti che ha questo risultato su una figura potente. Svolgendo questo compito però si dimentica di raccontare, non offre metri di paragone ne di giudizio.

I personaggi sono appiattiti dal peso del proprio ruolo e lo sguardo negativo rivolto a questa situazione sommerge lo spettatore che non trova elementi in cui identificarsi. A questo si aggiunge un finale tronco, il quale nel tentativo di dare un colpo a effetto e contemporaneamente svelare il senso del film, non chiude completamente le vicende. Ne risulta così un film depotenziato nella sua storia, dalla regia eccelsa ma incapace di raccontare pienamente, e con le dovute sfumature, un crollo che oltre che politico è soprattutto personale.

Il regno

Voto - 5.5

5.5

Lati positivi

  • Sorogoyen si conferma uno dei registi più interessanti del panorama spagnolo
  • Interpretazione di Antonio de la Torre

Lati negativi

  • Mancato approfondimento dei personaggi secondari
  • Finale aperto e poco coinvolgente

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