Recensioni

Kynodontas: o la teoria del guscio

Yorgos Lanthimos è un regista e sceneggiatore greco che ha raggiunto la fama mondiale nel 2015, con l’acclamato e discusso “The Lobster”. Non tutti però ricordano il suo esordio folgorante con questa piccola perla a zero budget ma con mille idee.

Kynodontas

Kynodontas o Dogtooth se si volesse chiamarlo col titolo internazionale, è un intelligente e cinico esperimento sul comportamento umano e sulla profondità della sua personalità. Tre ragazzi (due sorelle e un fratello) vivono, insieme ai loro genitori, totalmente isolati dal mondo, senza aver mai oltrepassato l’alta staccionata che delimita il giardino da tutto il resto. Solo il padre ha il permesso di uscire per andare al lavoro mentre la madre gestisce quotidianamente la formazione dei propri figli fornendoli lezioni e informazioni totalmente sbagliate. Così per loro la parola “autostrada” indica un vento molto forte o il “mare” è un tipo di poltrona. Questa totale allegoria della vita è testimoniata anche dal fatto che nessuno nella famiglia possegga un nome, ma che si chiami semplicemente padre, madre, figlia maggiore, figlia minore e figlio. Oltre ad errate informazioni scolastiche, i genitori mentono ai propri figli anche per quanto riguarda la realtà esterna e ai pericoli che si potrebbero incontrare se si dovesse uscire di casa. I figli così crescono alieni alla percezione razionale del mondo come noi lo intendiamo, senza sapere cosa siano quegli strani oggetti di ferro che volano in cielo, senza sapere la loro effettiva età, senza sapere dove si trovino o che senso e futuro abbia lo loro vita. Come nel “The Village” di M. Night Shyamalan, anche qui c’è bisogno della creazione di un nemico comune, di un mostro che crei paura e allontani anche la più recondita idea di abbandonare la casa/villaggio. Nel caso di Kynodontas i mostri partoriti dai genitori (e dal genio di Lanthimos) per incutere terrore nei figli sono i gatti, tanto da insegnarli ad abbaiare per difendersi dal pericolo.

recensione Kynodontas

Ciò è possibile proprio perchè i ragazzi non hanno una percezione reale di nulla, degli oggetti, della paura, delle pulsioni carnali.

La chiave di volta nelle vicende si presenta sotto forma di videocassette di alcuni film visti di nascosto (ovviamente proibiti dai genitori) dalla sorella maggiore. In un certo senso è solo il potere di simulazione che possiede il cinema che riesce ad illuminare e folgorare quegli involucri di carne e ossa senza consapevolezza di sé. Come se Lanthimos volesse far intendere che prima della famiglia, della religione, della politica o del pensiero comune installato nella società dall’alba dei tempi, è il cinema la più grande arma di formazione della personalità umana. Finita la visione del film allora è naturale porsi la domanda su cosa siamo veramente. Perché io sono così? Perché mangio e bevo queste cose? Perché voglio quella macchina? Perché indosso proprio quei jeans? L’incredibile forza di Kynodontas è questa, far riflettere sulla propria condizione di vita e sulla propria esistenza, come se fossimo solo dei gusci vuoti riempiti dai riflessi del mondo.

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