Recensioni

Legend – Le due facce del crimine

Fra i lavori più chiacchierati degli scorsi anni, “Legend”, ultima fatica di Brian Helgeland – premio Oscar per l’adattamento di L.A. Confidential – è un atipico gangster movie su due fra i più celebri criminali della storia britannica recente.

La complessa parentesi gangster che ha sconvolto Londra negli anni ’60 ha già avuto varie trasposizioni cinematografiche, ma quella di “Legend” merita un’attenzione particolare.

La storia dei gemelli Kray, fratelli criminali a capo di una delle gang più potenti e temute del ‘900, era già stata portata al cinema negli anni ’90. Qui Brian Helgeland non racconta una origin story, bensì l’ascesa e il declino della banda nel periodo tra il ’63 e il ’69.

Ronald e Reginald Kray (Tom Hardy) sono due gemelli dell’East End che aspirano ad ottenere il controllo di tutta Londra. Cresciuti da poveri, i due hanno imparato a farsi rispettare e hanno pian piano costruito un piccolo impero. Fra l’incontro di Reginald con Frances (Emily Browning) e le folli scorribande del fratello, tutto ciò che hanno costruito andrà crollando, pezzo dopo pezzo.

Visto l’interessantissimo incipit, visto il livello della produzione, visto il tipo di marketing ad essa dedicato, ci si aspettava tutto fuorché un’opera così leggera rispetto alle tematiche trattate. Un gangster movie che di gangster ha veramente poco, nonostante qualche scena intrigante e l’utilizzo di alcuni stratagemmi registici – vedasi un efferato uso del montaggio, freneticamente volto a trovare un ritmo ad una pellicola di ben 2 ore e 10 di durata. Scelte, queste, abbastanza opinabili nel pratico: la narrazione poteva giovarne maggiormente, se solo si fosse focalizzata su altri aspetti.


Tolta questa premessa, il film si mostra molto caratteristico rispetto al genere: tra (poca) criminalità, qualche scatto di violenza ed un costante senso di ilarità, non si può che collegare il tutto all’universo di Scorsese. Se anche solo si provasse a fare un paragone, sarebbe facile dire che questo film tenti di ricalcare la scia di Quei Bravi Ragazzi senza però riuscire appieno nell’intento. “Legend”  ha i suoi momenti, ed è qui che bisogna concentrare l’attenzione. Con tutti i suoi difetti, con la sua leggera prevedibilità, questo atipico gangster movie piace e si fa piacere, lasciandosi guardare ed approcciandosi in maniera molto diretta allo spettatore. 

Motivo principale, questo, per il quale la pellicola ha avuto un enorme successo di pubblico in patria – andando ben oltre i 20 milioni di sterline. Spinto da una realizzazione tecnica di buon livello (tolto qualche frangente in cui sono evidenti le difficoltà nella resa scenica dei due gemelli) il risultato finale è parecchio apprezzabile. Dalla scenografia ai costumi è possibile notare una particolare cura per i dettagli, specialmente nella colonna sonora ricca di particolari: da brani rock e classici assoluti (fra cui spicca la cantante Duffy come special guest) fino al tema finale, opera originale del maestro Curter Bruwell (nominato all’Oscar per la OST di Carol).

A risollevare il film dalla valanga di critiche sono le ottime performance del cast: da Taron Egerton, esilarante in un ruolo parecchio singolare, a David Thewlis, fino a una Emily Browning mozzafiato, delicata nella recitazione e molto vicina al punto di vista dello spettatore.

Menzione d’onore a un eccellente Tom Hardy, che raddoppia gli sforzi interpretando da solo i diversissimi gemelli Kray. Un’impressionante caratterizzazione di due personaggi genialmente ideati per lo schermo, credibile anche nelle liti e nelle scene più concitate. Improntandosi al grande pubblico con un tocco più commerciale, l’interpretazione del film fornisce una visione più umana e meno storica degli eventi e dei personaggi trattati.

Nonostante tutto, contro la critica generale ed il poco successo di pubblico, “Legend” riesce comunque a colpire in più occasioni e ad offrire dell’ottimo intrattenimento. Un lavoro soddisfacente nel suo complesso, che merita senz’altro una chance. Magari ci sarà qualcos’altro da dire.

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