Lost in Translation: recensione del film di Sofia Coppola

Ecco la nostra recensione del film Lost in Translation con protagonisti Bill Murray e Scarlett Johansson

Lost in Translation, recensione del film diretto dalla figlia d’arte Sofia Coppola, la quale ha dimostrato ancora una volta il proprio talento alla regia. Uscito nelle sale cinematografiche nel 2003, la pellicola ha subito riscontrato giudizi positivi provenienti sia dalla critica che dal pubblico, riscuotendo un enorme successo. Il film è stato candidato a ben 4 premi Oscar, vincendo tra l’altro la statuetta per Miglior Sceneggiatura Originale.

Sofia Coppola scrive e dirige il secondo film dopo l’esordio di Il giardino delle vergine suicide, riuscendo a coinvolgere lo spettatore con una commedia romantica dai toni malinconici e nostalgici. Lost in Translation però non può essere considerato esclusivamente una storia d’amore. Ciò che emerge forte e chiaro infatti è la condizione di incomprensione e solitudine che pervade sempre più frequentemente l’uomo. Coppola indaga tali sensazioni grazie all’aiuto di Bill Murray, nei panni di Bob e di una giovanissima Scarlett Johansson, che interpreta Charlotte.

Lost in Translation recensione: trama

La storia si svolge nella caotica e moderna Tokyo, dove l’americano attore Bob, la cui carriera è ormai in declino, accetta di pubblicizzare una marca di whisky. Una volta arrivato nella metropoli, Bob si trova a dover far i conti con una cultura ed una lingua completamente diverse e difficili da comprendere. Tale diversità, crea nelle varie situazioni da lui affrontate diversi malintesi e incomprensioni che lo portano inevitabilmente a sentirsi sempre più isolato. Ma nell’albergo nel quale alloggia, Bob nota presto una ragazza, Charlotte, con la quale stringerà poi una particolare amicizia.

Charlotte invece, ventiquattrenne in cerca del suo destino, si è trasferita a Tokyo per seguire il neo-marito fotografo. Così come Bob, anche la ragazza si sente irrimediabilmente sola. Annoiata, Charlotte percepisce una più profonda solitudine, che va oltre l’incomunicabilità dovuta ad un paese straniero. I due protagonisti si incontrano nel bar dell’albergo e iniziano ad uscire insieme per sfuggire alla noia, dandosi conforto l’un l’altra. Tra loro nasce una relazione che apparentemente può sembrare la nascita di una storia d’amore, ma nasconde un più intimo e profondo rapporto.

Lost in Translation: il Giappone e l’incomunicabilità

Con il film Lost in Translation Sofia Coppola vuole analizzare e sottolineare il malessere provocato dalla sensazione di non venire capiti e compresi totalmente. Tale condizione isola l’individuo, che si ritrova quindi come unico portatore delle proprie sofferenze e dei propri problemi. Spesso tali situazioni vengono generate da un ascolto superficiale, che non è in grado di prestare attenzione alle sfumature delle emozioni che trapelano dalla voce dell’altro. Così accade a Charlotte che, cercando conforto e comprensione per la sofferenza che prova, chiama la sorella.  Ma la sua richiesta di aiuto svanisce nel nulla, conducendola nuovamente all’abbandono.

All’interno della storia questa difficoltà di comunicazione si inserisce perfettamente nel contesto giapponese. Il Giappone, e tutta la cultura asiatica, è notoriamente considerato un mondo lontanissimo da quello occidentale, sia culturalmente che linguisticamente. Infatti è difficile per un europeo o un americano comunicare ed addentrarsi in una cultura diametralmente opposta come quella giapponese.

Sin dall’antichità il paese del Sol Levante prese la decisione di non aprire i propri confini, isolandosi dal resto del mondo. Quindi oggi ciò che un visitatore si trova davanti è un popolo chiuso nelle loro tradizioni e nei loro riti e che, nonostante la globalizzazione, fa ancora fatica a dialogare con il mondo.  Questa incomunicabilità viene evidenziata dalla regista durante i primissimi minuti del film, attraverso una lunga carrellata di insegne scritte esclusivamente in giapponese.

L’intelligente decisione di Sofia Coppola di ambientare il film a Tokyo , conduce poi allo sviluppo di divertenti (e snervanti) equivoci linguistici. Quindi, durante la sua permanenza in Giappone, Bob vive diversi episodi bizzarri scaturiti sia dall’incomprensione con la lingua che dai malintesi nelle traduzioni. Memorabile è la scena in cui Bob, in compagnia di una donna giapponese nella sua stanza d’albergo, non riesce a capire la parola “strappare”, storpiata dal forte accento giapponese.

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Lost in Translation recensione: l’incontro

Il fulcro focale e gravitazionale, verso la quale tutto viene ricondotto, è però l’incontro tra Bob e Charlotte. Due anime solitarie che si attraggono e si avvicinano con la speranza di trovare pace e tranquillità. Nella movimentata e luminosa Tokyo, Bob vede in Charlotte un barlume di salvezza per la sua anima. Mentre Charlotte, d’altra parte, si sorregge all’attore come fosse un ancora, con la volontà di non naufragare. I due iniziano a conoscersi e, apertamente, si confidano i loro dubbi e i loro problemi. Il confronto che ne scaturisce rappresenta una cura. Entrambi sembrano vagare per Tokyo alla ricerca di risposte che riusciranno a trovare solo grazie all’altra persona.

Entrambi intrappolati in dei matrimoni non propriamente felici, Bob e Charlotte si lasciano trasportare da un sentimento che va oltre l’amicizia. Ciò che provano non è visibile attraverso gesti o baci. Le loro intenzioni e i loro desideri sono sempre veicolati attraverso sguardi e silenzi più potenti delle parole stesse. Quella a cui assistiamo è sì una silenziosa e discreta storia d’amore, ma è anche un’operazione di salvataggio. Bob e Charlotte non fuggono per poter rimanere insieme. Ognuno riprende la sua strada e il proprio destino con la consapevolezza di ciò che hanno vissuto.

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Conclusioni finali

Lost in Translation di Sofia Coppola è un film da recuperare se non si ha avuto modo di vederlo. Anche se la trama può risultare semplice e monotona, la pellicola è studiata e ben costruita sia a livello di narrazione che di sceneggiatura. Nonostante i dialoghi possano apparire deboli di contenuti, il loro specifico compito è proprio quello di rappresentare la vacuità e l’inefficacia della comunicazione. L’altro elemento che apparentemente può risultare negativo al fine dell’intreccio della storia è la narrazione. Quella che Sofia utilizza è una narrazione molto lineare, a tratti quasi disgiunta. Non ci sono sovrapposizioni, ma solo un alternarsi delle situazioni vissute da Bob o da Charlotte e momenti vissuti insieme.

Ad elevare ancor di più la qualità del film è sicuramente l’interpretazione di Bill Murray e Scarlett Johansson. La strana e bizzarra coppia Murray-Johansson esprime invece un’incredibile alchimia nel film. Nonostante la giovane età di Scarlett (all’epoca aveva 19 anni), è stata molto abile nell’impersonare una ventiquattrenne sposata che ancora non sa cosa fare della sua vita. Ma a dare più spessore alla storia è sicuramente Bill Murray. Sulla cresta dell’onda, l’attore ha magistralmente interpretato Bob grazie alla sua naturalezza e la particolarità delle sue espressioni e dei suoi movimenti. Per tale ruolo, Bill Murray è stato inoltre candidato al premio Oscar come Miglior Attore Protagonista.

Con Lost in Translation Sofia Coppola ha creato un film difficile da dimenticare, grazie anche ad un finale commovente e per nulla deludente.

Lost in Translation

Voto Criteria - 8

8

Lati positivi

  • Favolosa regia di Sofia Coppola
  • Interpretazione di Bill Murray
  • Sceneggiatura impeccabile

Lati negativi

  • la narrazione può apparire un po' lenta

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2 commenti

  • Pier ha detto:

    Può apparire un po’ lento? Può? Un po’? Rarissimo caso di film senza storia. Se la, regista non avesse quel cognome non sarebbe mai uscito… ma è uscito e a noi non rimane che evitarlo come la peste nera.

  • Pier ha detto:

    Può apparire un po’ lento? Può? Un po’? Rarissimo caso di film senza storia. Se la, regista non avesse quel cognome non sarebbe mai uscito… ma è uscito e a noi non rimane che evitarlo come la peste nera.

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