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RECENSIONE – Children of Men (2006) di Alfonso Cuaron

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TRAMA

Anno 2027, il mondo sta cadendo in un’inevitabile fine della propria esistenza a causa di un’improvvisa infertilità delle donne, e quando al telegiornale esce la notizia della morte dell’uomo più giovane al mondo (diciott’anni), anche la minima speranza di positività cade un profondo oblio. In tutta la Terra, ogni nazione è caduta, tranne per la Gran Bretagna, che, nonostante la notevole crisi, riesce a stare in piedi e ad essere l’unico luogo ancora abitabile. Questo anche grazie ad una notevole e drastica chiusura delle frontiere e all’odio verso gli immigrati provenienti da tutto il mondo. Ed è qui che ci viene presentato il nostro protagonista. Theodore Faron (Clive Owen) è un uomo vittima di un passato triste e burrascoso e vive la sua vita rassegnandosi ad una progressiva e non troppo lontana estinzione. Finchè un giorno un fantasma del passato torna dopo tanto tempo, nella speranza che possa aiutarlo in una missione pericolosa quanto illegale: l’uscita di una immigrata dal paese. Accettando il compito, Theo non si aspetterà mai di dover far parte di un viaggio che potrà cambiare le sorti del mondo intero e non potendosi fidare di nessuno si troverà solo in questa odissea. Questo ovviamente dopo aver scoperto che la ragazza da trasportare sarà, in realtà, incinta.

RIFLESSIONE #1: Dietro la cinepresa

Per quanto la trama possa apparire semplice, se non già in certo senso vista, e sembrare di trovarsi di fronte ad un semplice blockbuster-post-apocalittico, quello che non ci si può aspettare è decisamente la rappresentazione tecnica della storia. Sì, perchè da un trama di base così chiunque regista esperto in blockbuster potrebbe tirane fuori un prodotto normale e d’intrattenimento, ma dimenticabile. La fortuna di questa pellicola è, difatti, che dietro la telecamera ci si trovi un direttore come Alfonso Cuaron (Gravity). Grazie a lui il film prende una piega completamente inaspettatata: lo arricchisce di scene dirette magistralmente, piani sequenza quasi infiniti che non potranno che farvi alzare dal divano lasciandovi a bocca aperta. Il regista ha l’intenzione di renderci il più partecipi possibile all’azione e agli avvenimenti della pellicola; da una trama semplice e per certi versi scontata, riesce a trasportarci in questo viaggio senza farci appesantire la visione per tutta la durata del film (poco meno di due ore); non tralascia momenti di tranquillità dopo una scena d’azione intensa, si prende il suo tempo senza sprecare un momento, per poi sbatterci un piano sequenza di minuti in cui la cinepresa non si ferma un secondo; ogni inquadratura risulta importante, che sia durante una fuga o una sparatoria.

La fotografia è ottima, i colori intorno ai personaggi sono in perfetta sintonia con lo stato d’animo che la scena ci suscita. Tutto lo sfondo del film è circondato poi da una colonna sonora superba (soprattutto nella prima mezz’ora del film): un elogio fantastico alle band inglesi dei primi anni (dai King Crimson, al maiale appeso nella Battersea Power Station, presente nell’album Animals dei Pink Floyd).

Un’ultima riflessione tecnica sulla pellicola riguarda decisamente i superbi effetti speciali del film, talmente reali da far sembrare di trovarsi nel bel mezzo di una guerra.

RIFLESSIONE #2: I personaggi e la sceneggiatura

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Ovviamente (e purtroppo) è raro che un film possa essere perfetto in tutto (chissà che noia se no). Il film risulta vittima di se stesso in certi elementi (anche se in minima parte). In primo piano abbiamo la sceneggiatura. Essa risulta quasi accantonata in alcune parti e completamente assorbita dalla parte tecnica del film. Si ottiene così un discreto spreco di potenzialità che magari avrebbe reso il film ancora più bello di quello che già è. Si sarebbero potuti caratterizzare meglio i personaggi, facendoli uscire magari più empatici e interessanti. Difatti il discreto Michael Caine non sembra si trovi troppo a suo agio, o semplicemente in piena forma con il suo personaggio,(un fattone di circa 60 anni che d’altro di interessante non ha). Il più sprecato tra tutti è decisamente il personaggio di Julianne Moore, a cui non viene dato uno spazio troppo ampio da poter essere ricordato. Per fortuna Clive Owen sembra l’unico a trovarsi in perfetta sintonia con il suo, e al contrario di quanto ci si possa aspettare regala una più che buona interpretazione.

RIFLESSIONE FINALE

Non vi è molto altro da aggiungere su quello che già ho potuto dire. Questo Children of men è decisamente un film quasi completo e più che buono. Ha dalla sua parte una grande rappresentazione visiva e tecnica e nonostante la sceneggiatura non sia all’altezza della parte sopracitata, si fa comunque valere con un paio di colpi scena qua e là e al finale quasi interpretativo. Un film che consiglio a gran voce per gli appassionati di questa tipologia di ragia e se il nuovo “rivoluzionante” Revenant (Alejandro González Iñárritu) vi ha fatto saltare dal poltrona per com’è diretto e fotografato, il film di Cuaron non sarà da meno (ed è di quasi dieci anni prima…).

8.5

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