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Requiem for a Dream: la Recensione

Ascesa, Declino, Caduta. 

Sono queste le tre fasi rappresentate nel film Requiem for a Dream, messe in scena attraverso l’uso delle scansioni stagionali: estate, autunno, inverno. Il secondo film da regista di Darren Aronofsky, dopo Il Teorema del Delirio, racconta le vicende di una signora teledipendente ossessionata dal voler partecipare ad un talk show, nonché madre di Harry, ragazzo tossicodipendente che vuole aprire un negozio con la sua fidanzata Marion, anch’essa dipendente dalla droga, così come il loro amico Tyrone. La pellicola è datata 2000 ed il soggetto è tratto dall’omonimo romanzo del 1978 scritto da Herbert Selby, che contribuisce alla scrittura della sceneggiatura assieme al regista.

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” Lo sai com’è, no? Tutto si aggiusta “

Queste le parole della madre di Harry, la signora Sara, nell’incipit del film; vorrebbe tanto che la sua situazione migliorasse. Proprio come il figlio, che vorrebbe sistemarsi ed aprire un negozio con la ragazza che ama, Marion. Anche Tyrone vorrebbe esaudire i suoi desideri, riuscendo ad ottenere dei soldi con la droga mentre ne fa uso, insieme ai suoi amici Harry e Marion. Racconta proprio questo la prima parte del film, racconta l’ascesa dei protagonisti, che sono convinti di poter arginare le loro dipendenze costruendo qualcosa attorno ad esse. Poi, però, arriva l’autunno, che in inglese leggiamo “fall”, che corrisponde ad un gioco di parole usato da Aronofsky per indicare l’inizio della caduta. E così Tyrone viene rinchiuso in carcere, mentre Sara si immerge sempre di più nei suoi incubi e nelle sue allucinazioni, grazie a delle pasticche di cui abusa. I ragazzi cominciano ad avere dei problemi con lo smercio della droga, che era sostanzialmente ciò che li legava, ed iniziano perciò ad inclinare i loro rapporti. Si arriva, non molto lentamente, alla terza ed ultima fase del film: l’inverno, in cui i personaggi andranno incontro al loro destino.

La regia di Darren Aronofsky appare essenziale per un film del genere. Egli fa un grande uso dei dettagli sugli oggetti e sulle parti del corpo per immergere lo spettatore nel mondo della dipendenza, televisiva nel caso della signora Sara, interpretata da Ellen Burstyn, tossica nei casi dei tre ragazzi Harry, alias Jared Leto, Marion, ovvero Jennifer Connelly, e Tyrone, alias Marlon Wayans. La pellicola mostra sostanzialmente un mix di dipendenze, portate agli occhi di chi guarda con un mix di elementi riguardanti la messa in scena, usati da Aronofsky; infatti le immagini in alcune sequenze si susseguono l’una all’altra molto velocemente, sovrapponendosi alla musica, che è a tratti quasi disturbante.

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Requiem for a Dream è un film in cui rendere realistica l’immaginazione dei personaggi era fondamentale, ed Aronofsky ci riesce molto bene; tramite l’uso di una musica che in alcuni casi ha la funzione di far arrivare la condizione “disturbata” dei personaggi, ma in altri una sofferenza di fondo, soprattutto con la traccia Marion Barfs, scritta da Clint Mansell, che si è occupato di tutta la colonna sonora. Ma non solo, Aronofsky usa una regia molto dinamica, con diverse dissolvenze, ed una luce particolare in alcune sequenze.

Questo è un film profondamente disturbante, non solo nella musica. Ci sono anche diversi rumori che contribuiscono a creare il climax della pellicola. Una scena è esemplificativa in questo senso. Tyrone sta per andare a letto con una ragazza di cui non conosciamo né nome né identità: Aronofsky mostra prma quello che accade nella testa del ragazzo, che ricorda gli abbracci con una madre che gli sembra mancare molto, ma con un sottofondo di gemiti sessuali. Vediamo poi i due ragazzi che realmente fanno l’amore, avvinghiati l’uno dentro l’altra, ma quelle che sentiamo sembrano essere voci di bambini. Il regista usa questi elementi in maniera così contrastante per mostrare allo spettatore la confusione e la perversione che, probabilmente, vi è nella testa del ragazzo.

Anche le scelte degli attori sembrano eccellenti. Jared Leto, in uno dei suoi primi film di spessore da co-protagonista, restituisce una buona interpretazione. Risulta molto interessante il modo in cui Aronofsky inquadra Jennifer Connelly per la maggior parte delle volte, riuscendo a rappresentare una tossicodipendente, ma con una profonda bellezza e sensualità. Buona anche l’interpretazione di Marlon Wayans, che viene conosciuto dal grande pubblico soprattutto per commedie. Probabilmente il personaggio più complicato era quello di Sara, che è resa in maniera egregia da Ellen Burstyn. La signora, madre di Harry, ostenta felicità, ma in realtà è una donna molto sola, che ha perso il marito, dipende dalla televisione, e soffre per la mancanza del figlio. Ellen è bravissima a nascondere tutte queste sofferenze, e a tirarle fuori in una scena in particolare con il figlio.

Per concludere, il film diretto da Aronofsky sembra essere senz’altro una delle migliori pellicole che hanno saputo trattare il tema della dipendenza, con la sua crudeltà e le sue immagini molto forti.

 

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