Recensioni

Split. Shyamalan torna. Ma non lo fa in grande stile.

Split batte La La Land durante il primo giorno di botteghino italiano. E già questo basta per scrivere un articolo.

Partiamo subito dai lati positivi del film: la campagna pubblicitaria. Universal è stata in grado di creare molte attenzioni e molte aspettative intorno al film del regista indoamericano, e il risultato del primo giorno di box office ha dato ragione alle strategie di Universal. Chapeau per questo.

Battere un cavallo di battaglia come La La Land il primo giorno di uscita non è facile.
Per il resto?

Per il resto il recensore qui presente ha ben poco di positivo da dire riguardo Split.

Sono onesto. Amo i thriller psicologici e, pur sapendo che lo Shyamalan del Sesto Senso non tornerà molto facilmente, mi aspettavo qualcosa che mi facesse pensare “Dai che forse forse stavolta…”. E invece no. Dopo i dimenticabilissimi E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth, Shyamalan torna con un film che sulla carta si presenta come uno degli esperimenti più interessanti del panorama cinematografico di inizio 2017. Allora cos’è che non va in Split? A mio modesto parere, quasi tutto.

La trama si capisce dal trailer, e, una delle poche note positive, questa viene subito messa in moto dal regista, che non perde tempo nel condurre dritto dritto all’interno del cuore della storia il personaggio principale e le sue tre vittime, tre giovani e belle teenager di cui una delle tre, Casey (interpretata da Anya Taylor-Joy), sembra essere anch’essa affetta da qualche turba psichica. Kevin le porta in una stanza e le segrega sotto il suo controllo.

Incominciando, chiaramente, dal leitmotiv che fa da propulsore alla trama del film, le decantate 23 personalità di Kevin non riescono ad essere “mostrate” in maniera convincente. Il regista decide comunque di presentarcene circa 4-5 in maniera evidente, ma è la caratterizzazione di queste e il modo in cui esse interagiscono a non convincere affatto. Molte si somigliano e il film è talmente discorsivo e prolisso in alcuni punti che è difficile capire quale sia la personalità che sta interagendo in quel momento.

Un altro neo evidente è il personaggio della psicoanalista di Kevin: un personaggio davvero irritante e petulante, che in certi momenti si perde in digressioni in cui cerca di spiegare a sé stessa, a Kevin e allo spettatore cosa sta succedendo, riuscendo però nell’effetto totalmente opposto. La confusione più totale. Inoltre il personaggio della dottoressa Fletcher, interpretato da Betty Buckley, sarebbe dovuto risultare come un deus ex machina che tenta di dare ordine alla mente di Kevin. Ebbene, non è così, ma, anzi, risulta essere un personaggi che ci creerà più dubbi e momenti “che cavolo sta dicendo questa?” piuttosto che spiegazioni plausibili e risposte coerenti.

E arriviamo al dunque.

 

La spiegazione del motivo per cui Kevin ha queste personalità diverse è una delle scelte narrative più allucinanti e interdicenti che abbia mai visto. Shyamalan passa dal voler risultare credibile nell’affrontare la “malattia” del protagonista, al trasformare il tutto, dal mio punto di vista, in un ridicolo tentativo di ricondurre il tutto al sovrannaturale. Ed è proprio in quel momento che uno si chiede: ma Shyamalan, cosa mi vuole dire?

Poche volte mi è capitato di capire così poco di un film. Defiance mia, possibile.

Anche il personaggio della ragazzina principale, Casey, ci viene presentata in un determinato modo, ma le spiegazioni che ci vengono fornite da Shyamalan in merito a questo personaggio, si perdono anche queste nel nulla, portando lo spettatore a chiedersi, ancora una volta, “E quindi?”.

La risposta a queste domande, come detto, non convince per niente. Anzi.

Ci si continuerà a chiedere, anche a un giorno di distanza, se Shyamalan volesse fare un film volontariamente tendente al trash anni ottanta-novanta, e, in questo caso, nonostante momenti “comici”, la struttura non decolla in questo senso. Se, invece, Shyamalan era fortemente convinto di fare un film thriller puro, il risultato è ancora più negativo. Non c’è un momento del film in cui le vittime di Kevin risultano in pericolo, e il senso di angoscia è totalmente assente nelle due ore abbondanti della pellicola.

Quindi, ancora una volta, Shyamalan, che vuoi dirci?

Piccola nota positiva per l’interpretazione di McAvoy: si vede lontano un miglio che l’attore ha puntato molto su questo lavoro, e l’impegno traspare da ogni inquadratura che lo riguarda. Purtroppo la sceneggiatura non gli permette di completare la sua performance in maniera del tutto coerente, facendo disperdere nel nulla il grande sforzo profuso.

Un’ultima nota sul finale del film.  Shyamalan si autocita e lo fa male.

E anche lì la domanda sorge spontanea: Manoj, che cosa stai cercando di dirci?

 

VOTO: 5

Split

Rating - 5

5

The Good

  • McAvoy ci mette impegno e in molti momenti risulta davvero enigmatico e magnetico

The Bad

  • Sceneggiatura poco fluida
  • Espedienti narrativi al limite dell'assurdo e del ridicolo
  • Molto prolisso e discorsivo

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