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The Haunting of Bly Manor: recensione della serie Netflix di Mike Flanagan

Il secondo capitolo della serie antologica di Mike Flanagan

È uscita lo scorso 9 ottobre su Netflix The Haunting of Bly Manor, secondo capitolo della serie antologica The Haunting ideata da Mike Flanagan. La serie arriva sulla piattaforma streaming due anni esatti dopo The Haunting of Hill House; sebbene i due capitoli condividano parte del cast artistico e il team creativo, le due storie non sono in alcun modo collegate tra loro. The Haunting of Bly Manor, di cui vi proponiamo la nostra recensione, trae libera ispirazione da Il giro di vite, complessa novella dell’orrore scritta da Henry James e uscita per la prima volta a puntate su una rivista nel 1898. Nel cast tornano Victoria Pedretti, Oliver Jackson-Cohen, Henry Thomas e Carla Gugino. Accanto a loro T’Nia Miller, Rahul Kohli, Amelia Eve, Tahirah Sharif e i giovanissimi Amelie Bea Smith e Benjamin Evan Ainsworth.

Siamo nel 1987. Dani Clayton, un’insegnante statunitense trasferitasi in Inghilterra, viene assunta dal ricco avvocato Henry Wingrave affinché si prenda cura dei nipoti, Flora di otto anni e Miles di dieci. I due fratellini sono rimasti orfani dei genitori, morti in un tragico incidente due anni prima. Dani può contare sull’aiuto del personale che già lavora a Bly: la governante Hannah, il cuoco Owen e la giardiniera Jamie. Fin da subito Dani si rende conto che Flora e Miles risentono in maniera evidente del trauma della morte dei genitori, ma c’è di più. I fratelli si comportano in modo strano e soprattutto Miles ha un carattere problematico e indecifrabile. Col passare del tempo diventa sempre più chiaro che l’origine dei misteri del Bly Manor risiede nel passato; le mura della grande casa nascondono infatti inquietanti segreti e tragici echi di antichi dolori.

Indice:

Una storia di traumi, amore e fantasmi – The Haunting of Bly Manor, la recensione

Il giro di vite di Henry James è un racconto dell’orrore affascinante, complesso e ricco di sfumature. Mike Flanagan riprende più dalla novella di James rispetto a quanto abbia fatto in Hill House con il romanzo di Shirley Jackson. The Haunting of Bly Manor è un denso incrocio di generi fra dramma, horror e qualche incursione nel romantico. L’orrore è solo una parte – a volte nemmeno preponderante – della narrazione; anche Hill House travalicava spesso il genere horror, ma qui la miscela è meno equilibrata, sbilanciata verso il dramma sentimentale. Il secondo capitolo della serie antologica di Mike Flanagan ha nell’amore una componente fondamentale, oggetto di varie declinazioni. Altro nucleo tematico portante è quello della rappresentazione del trauma, anch’esso variamente declinato. La perdita dei genitori, la morte della persona amata, il peso di un’infanzia infelice.

Ciascun personaggio sulla scena combatte e fa i conti col proprio trauma; dai piccoli Flora e Miles a Dani, passando per ogni protagonista che lo spettatore impara a conoscere nel corso degli episodi. Persino i fantasmi, le presenze che popolano Bly Manor “convivono” coi propri traumi. Mike Flanagan si prende tutto il tempo per introdurre lo spettatore in un’atmosfera suggestiva ma non spaventosa, facendo luce sulla storia di ogni personaggio. Ogni protagonista ha ampio spazio per il suo sviluppo, il suo arco narrativo compiuto. Ciascuno racconta una storia che racchiude in sé i nuclei tematici fondamentali: ognuno ha dunque il suo trauma, il suo amore, il suo fantasma.

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The Haunting of Bly Manor. Amblin Television, Intrepid Pictures, Pramount Television Studios

Analisi

Come accennato in apertura della nostra recensione, The Haunting of Bly Manor è liberamente ispirata a Il giro di vite di Henry James. Inizialmente la serie di Mike Flanagan è abbastanza fedele al racconto per poi naturalmente allontanarsene e prendere direzioni autonome. E non sempre queste direzioni sono portate avanti in maniera convincente. Un esempio su tutti riguarda il personaggio di Dani (Victoria Pedretti). Dani ha una vicenda tragica alle spalle, che l’ha segnata profondamente e che ancora la perseguita. Questa vicenda è introdotta e portata avanti col giusto respiro per poi chiudersi bruscamente e definitivamente, come se non avesse importanza. Vero è che i personaggi e le storie sono tante, ma tanti sono anche 60 minuti a episodio. Tanto più che altre storyline meno cruciali hanno uno spazio maggiore e a tratti eccessivo.

E sono proprio questi inserti e deviazioni dai binari della storia originaria ad appesantire un po’ il racconto. Dopo un primo episodio ben costruito, The Haunting of Bly Manor esce un po’ dai binari e si concede troppe deviazioni sul versante delle storie d’amore. La narrazione della relazione tormentata tra i personaggi di Rebecca (Tahirah Sharif) e Peter (Oliver Jackson-Cohen) ad esempio toglie troppo spazio alle figure di Flora e Miles e a quello che è il vero focus della narrazione. Dopo il quinto episodio la storia rientra nei binari e tutto si fa più avvincente, più centrato e coerente, ma di fondo resta la sensazione che parte del tempo speso nei primi episodi sia tempo perso.

Considerazioni tecniche – The Haunting of Bly Manor, la recensione

Un pregio evidente di The Haunting of Bly Manor è la gestione della linea temporale, per certi versi simile a quella di Hill House. Nel primo capitolo della serie antologica la storia si muoveva fra presente e passato; qui questo aspetto è mantenuto e arricchito da un’ulteriore dimensione. Alcuni episodi della stagione hanno una struttura temporale (più correttamente, spazio-temporale) complessa, con continui spostamenti avanti e indietro, iterazioni, con fabula e intreccio entrambi rimaneggiati. Se in un primo momento ci si sente disorientati davanti a tale struttura (e lo scopo è proprio quello), alla fine – quando si entra nel meccanismo – il quadro generale è chiaro e coerente, anche grazie a un lavoro eccellente in fase di montaggio.

Buona anche la prova del cast, in cui spiccano senza dubbio le interpretazioni di T’nia Miller nel ruolo della governante Hannah e del giovanissimo Benjamin Evan Ainsworth in quello di Miles. T’Nia Miller, intensa e credibile, mette in scena con grazia e misura tutta la disperazione del suo personaggio; l’esordiente Ainsworth, dal canto suo, restituisce al meglio tutte le caratteristiche del suo personaggio, tanto freddo e inquietante quanto fragile e commovente. Note dolenti sono invece alcune scelte di fotografia e un uso difficilmente giustificabile di fonti luminose troppo violente che finiscono col disturbare e distrarre.

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The Haunting of Bly Manor. Amblin Television, Intrepid Pictures, Paramount Television Studios

Considerazioni finali

Avviandoci alla conclusione della nostra recensione, pare appropriato, non senza rammarico, dare a The Haunting of Bly Manor una sufficienza. Per quanto secondario possa essere ai fini del giudizio vero e proprio, il confronto con Hill House torna spesso alla mente. Questo soprattutto perché Mike Flanagan aveva fissato col primo capitolo della sua serie antologica uno standard piuttosto alto. Hill House era un ottimo horror mentre Bly Manor da questo punto di vista non regge il confronto. La serie non rende giustizia al racconto a cui si ispira e terminata la visione viene da pensare che forse sarebbe stato meglio concentrare la narrazione in meno episodi.

Allo spettatore si chiede un esercizio di pazienza non indifferente per arrivare a uno svelamento e una conclusione ben orchestrati ma forse non all’altezza di tanta attesa. The Haunting of Bly Manor è una serie horror che non adempie in pieno al compito di turbare e spaventare; una storia che calca troppo la mano sulla componente sentimentale distrae dallo scopo primario. L’impressione, alla fine, è quella che l’elemento sovrannaturale funga più che altro da pretesto per raccontare delle storie d’amore e in una serie horror, questo, è un peccato che si perdona malvolentieri.

The Haunting of Bly Manor

Voto - 6

6

Lati positivi

  • La prova del cast, Benjamin Evan Ainsworth su tutti
  • La gestione della struttura temporale

Lati negativi

  • Troppo poco horror
  • Lunghezza eccessiva

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