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The Office: perché vedere la tv-comedy con Steve Carell

Perché vedere The Office, remake dell'omonima serie britannica disponibile su Amazon Prime Video?

Prima di parlare di The Office, bisogna capire che c’è The Office e The Office. C’è il The Office britannico del 2001, creato e interpretato dal mostro sacro Ricky Gervais, coadiuvato dietro le quinte da Stephen Merchant. Ci troverete anche un Martin Freeman agli albori. Pochi ma fragorosi episodi, di cui, forse, parleremo in parallela sede. Nel frattempo potreste recuperarli sul portale di streaming gratuito VVVVID.

E poi c’è il The Office americano del 2005, l’ovvia riproposizione stello-strisciata che prende a piene mani, anche narrativamente, dalla precedente. Ma che ha subito il coraggio di staccarsene puntando su altro tipo di comicità e narrazione. Quest’ultimo, afflitto da sfortunato destino su suolo italico, disponibile su Amazon Prime Video. Pagando il conto con dei sottotitoli a tratti da pugni negli occhi. Perché quindi recuperare 188 episodi, con tanto d’abbonamento ad Amazon Prime? Perché si tratta di una delle migliori comedy dell’ultimo periodo, se non, ma qui entra in gioco il gusto personale, la migliore di sempre.

The Office: perché vedere la tv-comedy con Steve Carell

1. Michael Scott / Steve Carell

Scranton, Pennsylvania. Michael Scott è a capo della Dunder Mifflin, azienda cartiera “esperta” nel settore. Le giornate in ufficio trascorrono serenamente, noia e lavoro la fanno da padrone. In qualsiasi ufficio che non sia la Dunder Mifflin. D’altronde, con un boss del genere, sarebbe impensabile qualcosa di diverso. Michael Scott è il capo che nessuno vorrebbe avere. E allo stesso tempo quello che vorremmo avere un po’ tutti.

Il folle mattatore dello show forgiato dalla strabiliante e poliedrica interpretazione di Steve Carell, che spesso ha anche improvvisato. Sarà difficile non innamorarsene: incapace, goffo nei modi, totalmente inopportuno e invadente, così bigotto da sembrar quasi omofobo e razzista. Una maschera comica che ci farà scompisciare dalle risate, ma dietro la quale si nasconde un’estrema fragilità, un concentrato di insicurezze e paure social-relazionali, un’inettitudine quasi sveviana.

steve carell

2. La direzione tecnica

Si potrebbe pensare che Michael Scott sia il centro gravitazionale attorno al quale ruoti l’intera vicenda, e che questa sia dipendente in tutto e per tutto dallo stesso. Vera la prima affermazione, meno la seconda. Perché dietro le quinte non ci si è limitati a dare la materia prima in pasto a Steve Carell sperando che questo come un insolito Re Mida la trasformasse in oro.

Insomma un plauso va ai creatori e sceneggiatori, i redivivi Ricky Gervais e Stephen Merchant ma soprattutto Greg Daniels (che avrebbe poi dato vita al non ufficiale spin-off Parks and Recreation) per aver creato dei personaggi legati indissolubilmente all’eccellente casting direction di Allison Jones. Un certosino e maniacale lavoro di direzione tecnica, sicuramente da citare tra i punti di forza dello show.

3. Il supporting cast

A beneficiarne è quindi il supporting cast/character, perché parlare di personaggi secondari significherebbe sminuirne il peso. La sensibilità di Pam Beesley interpretata da Jenna Fischer, il sognatore ormai disilluso Jim Halpert messo in atto da John Krasinski (che ha poi deciso di diventare un gran regista con A Quiet Place). E poi c’è l’altro catalizzatore di eventi/risate al nome di Dwight Schrute, venditore tanto bravo quanto scontroso, interpretato eccellentemente da Rainn Wilson.

Questi i principali comprimari. Ma credeteci: anche i personaggi minori, il cui minutaggio in camera risulta giocoforza ridotto, sono ben caratterizzati e interpretati. L’accento sillabato di Kevin, la passione per i gatti di Angela, il padre d’ufficio Oscar, Toby (non ci sono molte parole per descriverlo!), la coppia che scoppia Kelly & Ryan, lo scorbutico Stanley. O ancora il passivo esibizionismo di Meredith, il capo-magazziniere Darryl, il losco sociopatico con intenti omicidi Creed Bratton. La vita d’ufficio non sarebbe stata la stessa, senza di loro.

the office

4. Lo stile di ripresa e i tempi comici

In tutto ciò non abbiamo ancora parlato di uno dei marchi di fabbrica di The Office: lo stile di ripresa. The Office è girato come un mockumentary, un falso documentario ben contestualizzato e giustificato all’interno della vicenda. E che ha un doppio pregio & significato: il primo è, appunto, quello di riuscire a sviscerare ogni personaggio, grazie alle riflessioni personali estorte in single camera. Vi innamorerete degli occhi di Pam (Jenna Fischer), delle sue confessioni e reazioni.

O avrete il modo di entrare in contatto col mondo dello schivo e riservato Jim Halpert (John Krasinski), ancora prima che gli altri personaggi lo facciano. Il secondo è riuscire a esaltare le battute e i momenti comici di ogni singolo personaggio, giocando con la telecamera. A titolo d’esempio, nella clip riportata c’è tutto ciò che è The Office sotto questo punto di vista: montaggio serrato in & out, rapidi movimenti di camera, la zoomata esaltante che amplifica la potenza di battuta di Steve Carell. Insomma, con The Office si ride, e tanto.

5. Il finale

Come praticamente qualsiasi tv-comedy dalla durata quasi decennale, arriverà un momento in cui The Office subirà un fisiologico calo. Sarebbe inutile negarlo. Alcuni personaggi abbandoneranno lo show, quelli nuovi non riusciranno a sostituirli a dovere, facendoci rimpiangere i bei tempi andati. Gli sceneggiatori tenteranno di rianimare la serie con improbabili story-line che macchieranno l’esito, ma soprattutto l’evoluzione di determinati personaggi. In particolare ciò interesserà Andy Bernard (Ed Helms) ed Erin Hannon (Ellie Kemper).

Fortunatamente ciò non vale per il finale. Negli ultimi 5-6 episodi The Office torna agli antichi fasti, concludendo il tutto con un finale glorioso. E avremo quel pizzico di amarezza nel lasciare personaggi con cui si è praticamente convissuti per 9 anni. Alla fine della feria li vedremo vittoriosi, ognuno a modo suo. Ma nel frattempo li vedremo fallire, piangere e infine resistere alle intemperie della vita. Li vedremo crescere. Forse, un po’, saremo cresciuti anche noi.

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