Curiosità

Principessa Mononoke: l’eterno conflitto tra Uomo e Natura

Una lettura del grande successo di Hayao Miyazaki tra simbolismo, shintoismo e filosofia

Sarà mai l’uomo in grado di coesistere con la natura e i suoi abitanti? È questa la grande domanda che si pone Principessa Mononoke, undicesimo film prodotto dallo Studio Ghibli e diretto da Hayao Miyazaki nel 1997. Il film riscosse grande successo, lasciando stupito il pubblico giapponese e ottenendo il miglior incasso al botteghino della storia cinematografica del Sol Levante, superato poi alcuni mesi dopo da Titanic di James Cameron. 

Presentato nella forma del jidaigeki – il dramma storico giapponese, che però nel caso specifico non narra di samurai e contadini – Principessa Mononoke si presenta come un apologo sull’importanza della convivenza dell’uomo con il mondo naturale. Ambientato nel periodo Muromachi (1336-1573), epoca in cui il Giappone vive una completa rivoluzione con l’introduzione del ferro e la produzione di nuove armi, il film di Miyazaki condanna apertamente il desiderio espansionistico dell’uomo e la sua noncuranza, richiamando al rispetto reciproco e all’importanza dell’equilibrio tra la Natura e la società umana. 

Indice

Il casus belli – Principessa Mononoke

La narrazione prende avvio dalla rottura di questo equilibrio, quando Nago, un gigantesco cinghiale colpito da una maledizione, attacca un vicino villaggio di Emishi. Il giovane principe Ashitaka, per salvare la propria gente, è costretto ad uccidere il cinghiale, ma nello scontro verrà ferito al braccio e infettato dalla maledizione che stava devastando Nago. Per curare la maledizione, frutto di odio e rancore causato dal proiettile che ha ucciso il cinghiale, Ashitaka s’incammina verso ovest. 

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Principessa Mononoke. Studio Ghibli

Nel suo viaggio si imbatterà prima in Jiko, un monaco errante che gli confida che il Dio della Foresta (Shishigami) potrà curare la sua ferita, e poi in Eboshi, leader della Città del Ferro, un centro siderurgico atto alla produzione di nuove armi da fuoco e all’estrazione coatta delle risorse naturali circostanti. Nella stessa notte, la città viene attaccata da Mononoke, principessa selvaggia allevata dai lupi, con l’obiettivo di vendicarsi dell’azione distruttiva dell’uomo. La quest di Ashitaka assumerà dunque contorni messianici, risultando figura fondamentale per la ricostruzione di un equilibrio con la Natura ormai dimenticato. 

L’enfasi sulla Natura

Come in moltissimi film dello studio Ghibli – si vedano Nausicaä della Valle del ventoLaputa – Castello nel cielo, anche Principessa Mononoke esamina in modo approfondito il rapporto uomo-natura, senza cadere in facili manicheismi. La capacità di coesistere con un ecosistema diventa dunque il tema cardine del film, rimandando all’importantissimo tema ambientale dei giorni nostri.  Prendendo spunto dalla foresta di Shirakami, patrimonio Unesco nel nord dell’isola di Honshū, Miyazaki ritrae una natura incontaminata e avvolta da un’atmosfera magica, come si può notare nelle numerose immagini che ritraggono fiumi cristallini e foreste incantate.

La natura in Principessa Mononoke non ha bisogno di essere protetta come ne Il mio vicino Totoro, ma si presenta come orgogliosa, imponente e a tratti pericolosa. La foresta, che sineddoticamente rappresenta la Natura in toto, si presenta avvolta da un senso di pace e tranquillità, regno di spiriti e divinità. Nel corso del film vediamo infatti lupi, cinghiali e oranghi battersi per proteggerla e i kodama, gli spiriti protettori degli alberi. 

L’imponenza dello Shishigami, il Dio della Foresta

Infine vediamo il Dio della Foresta. Nella sua prima comparsa appare nella forma di un cervo dalle mille corna in mezzo a diversi alberi e avvolto da un’aurea dorata. Per l’iconografia della scena Miyazaki ha preso spunto da un luogo realmente esistente, il Burrone di Shiratani Unsuikyo, nella Foresta di Yakushima, luogo sacro per lo Shintoismo. Non è un caso che la prima apparizione del Dio Cervo sia affascinante e terrificante allo stesso tempo, secondo i concetti di mysterium fascinans mysterium tremendum dello storico delle religioni Mircea Eliade, che descrive appunto l’ambivalenza dettata dall’incontro con un qualcosa che va oltre l’esperienza umana. 

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Principessa Mononoke. Studio Ghibli

Il Dio della Foresta infatti è una forza inesperibile capace di dare o togliere la vita, assumendo due forme, quella diurna di un cervo dal volto umano e quella notturna, un gigantesco spirito umanoide chiamato Deidarabotchi (Colui-che-cammina-nella-notte). Secondo la mitologia giapponese, il Deidarabotchi è un gigantesco yokai (spettro, demone) le cui impronte hanno dato vita a molti elementi naturali, tra cui montagne come il Monte Fuji e laghi come il Lago Biwa. Un dio che, non a caso, darà e toglierà la vita nel corso del film. 

L’eterno scontro tra Natura e Uomo – Principessa Mononoke

Tema fondamentale di Principessa Mononoke, l’uomo e i kami (divinità, spirito) della foresta sembrano incapaci di convivere pacificamente, a causa della sete di espansione e conquista della società umana. Miyazakiculturamente appartenente al credo Shintoista, così come Yasujiro Ozu, condanna l’industrializzazione e la modernizzazione umana, ma non si schiera apertamente nei confronti della Natura. Nel film infatti, a una condanna dell’avidità umana, segue una rappresentazione violenta anche della Natura. Avvelenata dall’odio e dal desiderio di vendetta, vediamo lupi che vogliono divorare gli umani e cinghiali che prendono d’assalto città intere. È pur vero che il casus belli deriva da un’azione umana, con il proiettile di ferro che uccide Nago, il grande cinghiale. Ma Nago, divorato dall’odio e dal rancore, si trasforma in un tatarigami (potente spirito simbolo di morte e distruzione), che non troverà pace nemmeno una volta ucciso.

La maledizione che colpisce Nago è emblema della violenza e dell’ignoranza dell’uomo, che, fedele all’idea buddhista di ciclicità, non colpisce solo gli animali (la Natura) ma anche Ashitaka (l’Uomo). L’azione vendicativa della foresta è dunque un atto di bilanciamento, che cerca di svegliare l’uomo dalla propria cecità. Per questo è vitale la ricerca di un equilibrio stabile, che ricordi all’uomo un concetto fondamentale.  L’uomo è nato dalla Natura e fa parte di essa. Secondo il credo buddhista infatti non esistono distinzioni tra Natura e Uomo, i quali si presentano come due elementi interconnessi. Ma l’Uomo sembra essersi dimenticato del legame con la sua progenitrice, situandosi al di fuori di essa e sfruttando aspramente le sue risorse. In Principessa Mononoke però entrambe le parti sono mosse da moventi condivisibili. 

Moventi condivisibili

Il conflitto Uomo-Natura può infatti essere letto razionalmente, in quanto è la Natura stessa ad essere selvaggia, potenziale predatore per l’uomo. Quest’ultimo dunque cerca sicurezza rifugiandosi nel regno degli strumenti e della tecnologia. L’egoismo infatti non è solo prerogativa del mondo umano. Anche quello animale è infatti colpevole di un pensiero miope e poco affine al dialogo, come sottolineato nel bellissimo scambio di battute tra Mono – la Dea Lupa – e Ashitaka. 

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Principessa Mononoke. Studio Ghibli

La grande differenza risiede nell’assenza nel regno animale dell’idea ambiziosa di espansione, mentre l’uomo, come osservato da Albert Camus ne L’uomo in rivolta del 1951, aspira sempre a ciò che va oltre la sua presa, distinguendosi per essere l’unica creatura che rifiuta di essere ciò che è. Dunque, dove gli animali ricercano la sopravvivenza nella natura selvaggia, l’uomo si eleva per soggiogare non solo quest’ultima, ma anche sé stesso. In Principessa Mononoke infatti assistiamo a uno scontro marginale, ma significativo: quello tra la Città del Ferro e i samurai del Principe Asano, che rivendica istanze territoriali sulla città. L’uomo dunque è mosso allo sfruttamento della natura per il proprio sostentamento, ma animato da un atteggiamento irrispettoso, sentendosi padrone di un mondo non suo. Ma a colpire è il confine decisamente sfumato tra bene e male.

 Bene e male: un confine indefinito

A differenza dell’animazione classica occidentale – come quella disneyana – quella orientale si è sempre contraddistinta per una profondità narrativa e una multidimensionalità caratteriale dei propri personaggi. Non è presente dunque una bidimensionalità netta di concetti come bene e male, ma i confini rimangono confusi così come nell’essere umano. Nella narrazione non sono presenti personaggi realmente cattivi ma solo esponenti che combattono e difendono la propria fazione d’appartenenza.

La sfumatura dei concetti di bene e male si vede anche nella scelta di Moro di prendersi cura di un’umana, San, la principessa Mononoke (che in giapponese significa “spirito della vendetta”), oppure nella figura di Eboshi, che vuole conquistare la foresta e uccidere il Dio-Cervo, ma al tempo stesso salva molte donne da un bordello cittadino e accoglie i malati di lebbra, dando a questi veri e propri outsider una seconda possibilità. Una dualità presente anche nella foresta stessa, pervasa a volte da un’atmosfera magica e di pace, ma anche da rabbia e desiderio di vendetta.  Rifacendosi alla filosofia cinese, yin e yang, luce e oscurità, coesistono in ogni essere umano, al quale è lasciato il libero arbitrio della scelta. Miyazaki dunque non condanna e non giudica, ma sottolinea come il vero male di questo conflitto sia solo l’odio. 

La maledizione dell’odio

Il sentimento più primitivo e umano di tutti maledirà anche il personaggio più puro, Ashitaka. La sua maledizione diviene dunque monito delle cause dell’odio, come dice il personaggio stesso mentre interrompe la battaglia tra San ed Eboshi. Dall’infinita e logorante guerra tra Uomo e Natura, nessuno finirà per salvarsi. Sarà vitale dunque trovare un vero e duraturo equilibrio che permetta la nascita di un nuovo ciclo di armonia tra l’Uomo e il suo ecosistema.  Paradossalmente sarà necessaria la morte/sacrificio del Dio-Foresta per riportare le cose a uno status quo primitivo, di totale comunione tra la natura e i suoi abitanti.

Privato non casualmente della testa – sede del controllo e della razionalità – da Eboshi, lo Shishigami si abbandonerà a una furia devastatrice che finirà con il mettere a repentaglio la sua stessa casa, la foresta. Ashitaka e San, unicum nel panorama dei personaggi Ghibli, capiscono quindi che l’unica via percorribile è il deporre le armi e riportare la testa al Dio-Foresta perché plachi la sua ira. Accettato il pentimento, alle prime luci dell’alba, il Dio-Foresta si lascia cadere nel lago, dando avvio a una nuova era di collaborazione tra Uomo e Natura, come simboleggiato nel saluto finale piacevolmente ambiguo tra Ashitaka e San. 

Eboshi e San: modelli di ecofemminismo – Principessa Mononoke

Principessa Mononoke si inserisce nel filone dell’inclusività della figura femminile tipica dello studio Ghibli. Da Chihiro de La città IncantataNausicaä di Nausicaä della valle del vento, passando per Fio, Sophie e Kiki, la figura del personaggio femminile è molto lontana da quella della principessa disneyana, in ricerca del principe azzurro, bisognosa di essere salvate. Con Miyazaki, e lo studio Ghibli in generale, assistiamo a una rivalutazione della figura della donna, capace di riscattarsi da ogni stereotipo di genere.  In particolare nel film, vediamo l’alternarsi di due figure femminili molto forti, psicologicamente ben caratterizzate, personificazione dei due elementi in conflitto. Da una parte Eboshi, a capo del matriarcato che regola la Città del Ferro; dall’altro San, abbandonata e allevata dai lupi, mossa da vendetta nei confronti dell’essere umano.

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Principessa Mononoke. Studio Ghibli

La prima si preoccupa per la propria comunità e sa che l’unico modo per garantirle una sopravvivenza è l’acquisizione del ferro, a discapito della foresta. La seconda, invece, entra in conflitto con l’Uomo proprio per difendere la propria gente e la propria terra, con coraggio e determinazione.  In Principessa Mononoke sono ravvisabili anche alcuni concetti di ecofemminismo, un movimento che evidenzia un terreno comune tra ambientalismo, animalismo e femminismo. Secondo l’ecofemminismo, infatti, esiste un parallelo tra la subordinazione delle donne e il degrado della natura ed è per questo essenziale tornare a uno stato di vicinanza biologica e ontologica con il mondo naturale, così come succederà alle due protagoniste del film di Miyazaki. 

Il concetto shintoista di Natura

Come già analizzato in precedenza, Principessa Mononoke è pervaso dalla visione shintoista della natura, secondo la quale la Natura non è un elemento inerte, ma è dotata di una sorta di anima. Questa è costituita dai kami (gli dei), le forze e le manifestazioni della natura, che vivono in stretto contatto con l’uomo. Il loro rispetto e la capacità di entrare in armonia con loro, fa di loro dei preziosi alleati per la sopravvivenza dell’uomo, dato il potere dei kami di creare e distruggere, pervadendo ogni aspetto dell’esistenza. 

La natura non esiste dunque per l’umanità, non è un territorio da conquistare ma è un elemento con cui conviverci in armonia. La stessa etimologia della parola giapponese per Natura (shizen, ovvero “essere così come si è da sé stessi”) indica come questa non abbia bisogno della protezione dell’uomo, ma bensì necessiti di un dialogo con la parte più pura dei suoi abitanti. Per questo, così come si vede nell’epilogo del film con il cambio degli stili di vita di Eboshi e Jiko, è necessario per l’uomo tornare a uno stato di purezza e innocenza, abbandonando la propria corruzione dettata dall’egoismo. La comparsa nell’ultima scena di un kodama rappresenta infatti simbolicamente l’abbandono dell’egocentrismo dell’uomo e il raggiunto equilibrio d’armonia. 

Una lettura filosofica: da Thoreau a Nietzsche – Principessa Mononoke 

Il valore di Principessa Mononoke lo si può osservare anche tramite alcune riflessioni di grandi esponenti del pensiero occidentale. Molti filosofi, scrittori e storici si sono espressi sull’eterna questione tra Uomo e Natura. Risulta interessante in questo particolare caso il pensiero del filosofo Henry David Thoreau. Nel suo Walden ovvero vita nei boschi del 1854, lo scrittore statunitense sottolinea l’importanza dei concetti di conservazione e preservazione della natura, invitando l’uomo a una condizione di simbiosi con la natura selvaggia, abbandonando il suo mondo post industriale. L’importanza di questa fusione risiede – secondo la corrente del trascendentalismo che vede in Ralph Waldo Emerson il suo esponente più importante – nel fatto che sia l’unico modo per acquisire una vera saggezza. Secondo una visione religiosa della realtà, la natura è infatti un grandissimo repertorio di insegnamenti morali. I personaggi del film lo capiranno proprio dopo il sacrificio del Dio della Foresta. 

Ashitaka in particolare assume i tratti di quello che viene definito come l’Oltreuomo da un altro filosofo, Friedrich NietzscheNe La Gaia Scienza e in Così parlò Zarathustra, assistiamo alla morte di Dio e alla creazione di nuovi valori da parte dell’Oltreuomo, un uomo diverso da quello che conosciamo, capace di rapportarsi in modo inedito alla realtà. In Principessa Mononoke, la morte di Dio è quella del Dio della Foresta, che lascia spazio all’Oltreuomo rappresentato da Ashitaka. Il giovane capisce, come l’Oltreuomo nietzschiano, che l’uomo è terra ed è nato per vivere su quest’ultima, senza sperare in una vita ulteriore. Per questo è essenziale cambiare il proprio rapporto con tutto ciò che riguarda la Natura, ispirando le altre comunità (EboshiJiko, San) a nuovi valori.

Tra physis e póiesis: Heidegger legge Principessa Mononoke 

Un altro dei pensatori fondamentali del Novecento ad essersi espresso sul conflitto Uomo-Natura è il filosofo tedesco Martin Heidegger. Nel corso degli anni, Heidegger ha notato come, con la tecnica moderna, il saper fare sia diventato un qualcosa di legato alla produzione industriale. Di conseguenza il mondo naturale è stato trasformato in qualcosa utile come fondo per l’impiego. Da qui la messa in guardia degli esercizi di ammirazione verso le tecnologie avanzate e l’innovazione tecnologica. Il rischio deriva dal fatto che l’uomo non sembra sia preparato ad un adeguato confronto con ciò che sta emergendo nella nostra epoca. 

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Principessa Mononoke. Studio Ghibli

Heidegger parla di tecnica come di un’attività dell’uomo che crea un mezzo in vista di un fine. Tutto ciò che fa passare una qualsiasi cosa dalla non presenza alla presenza è póiesis (produzione), la quale però non indica solo fabbricazione artigianale, ma anche physis (natura), ovvero il sorgere di per sé. La physis è dunque póiesis in senso più alto, perché ha in sé stessa il movimento iniziale. Mediante la póeisis viene disvelato (aletheiaverità) un qualcosa. La tecnica diventa dunque un modo del conoscere, rifacendosi all’etimologia stessa della parola techné (l’intendersene).

Il disvelamento finale: essere ed ente

Il disvelamento che governa la tecnica moderna, dice Heidegger, pretende dalla natura che questa fornisca energia che possa essere estratta e accumulata. Il reale diviene così fondo da impiegare, avvicinandosi verso l’orlo del precipizio. L’uomo si convince dunque che tutto sussista in quanto prodotto dall’uomo stesso, ma il vero pericolo consiste nel non riconoscere l’essenza della tecnica, di ciò che sorge di per sé. Come succede in Principessa Mononoke, questo concetto mette in pericolo la comunità umana, dopo l’aver provocato la morte (tramite sfruttamento) del Dio della Foresta (la Natura), riducendo l’essere all’ente secondo la metafisica occidentale. Ashitaka e San però saranno fondamentali nel disvelamento originario dell’essere, restituendo la testa (l’ente) al Dio (l’essere). Come Heidegger non demonizzava la tecnica, ma vedeva necessario un atteggiamento di apertura e domanda, così succede nel finale di Principessa Mononoke. 

Eboshi continuerà a governare la Città del Ferro con molto più rispetto per l’ecosistema circostante, Jiko accetterà uno stile di vita molto più temperato, gli animali della foresta accetteranno una pacifica convivenza, mentre Ashitaka e San si fanno garanti del raggiunto equilibrio tra Uomo e Natura. Il film di Miyazaki si dimostra ancora una volta complesso e ricco di molti piani di lettura, facendo emergere la cifra stilistica del regista giapponese, le cui varie tematiche sono importanti occasioni di riflessione sul presente. 

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