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Star Wars: Gli ultimi Jedi – La sorprendente demolizione nietzschiana di una saga

Ricapitoliamo quanto appena visto ne Gli ultimi Jedi, ottavo capitolo della saga di Star Wars per la regia di Rian Johnson.

La scena di apertura è un classico incipit per la saga starwarsiana. La Resistenza è stata rintracciata dal Primo Ordine, il coraggioso pilota Poe Dameron (Oscar Isaac) decide di distruggere i cannoni di un incrociatore stellare nemico con a bordo il Generale Hux (Domhnall Gleeson).

Sulla nave ammiraglia della Resistenza, guidata dal generale Leia Organa (la compianta Carrie Fisher), ci si trova a corto di carburante e si scopre che il Primo Ordine vi ha piazzato un potente tracciatore capace di scovare la navicella anche nell’iperspazio.

Ritroviamo Rey (Daisy Ridley) su Ahch-To, l’isola sacra degli Jedi, dove chiede a Luke Skywalker (Mike Hamill) di unirsi ai ribelli e di diventare il suo maestro.

Kylo Ren (Adam Driver) è ancora al servizio del Leader Supremo Snoke (Andy Serkis) che si rivela deluso per l’ultimo fallimento del ragazzo e gli ordina, finalmente, di togliersi “quella ridicola maschera”.

Di contorno un bestiario tra i più belli e variegati di tutta la saga; particolarmente riuscite le volpi cristalline, che avvertono di ogni loro movimento con un delicato tintinnio come di ciondoli di un lampadario ghiacciato mossi dal vento.

Riflessione su “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, l’ottavo capitolo di Star Wars diretto da Rian Johnson che demolisce, nel senso nietzschiano del termine, la saga creata da George Lucas.

Nei 150 minuti di durata del film tutti gli sviluppi della trama e dei rapporti tra i personaggi vengono affrontati con modi e tempi decisamente appropriati e democratici.

Cos’è che allora ha turbato tanto alcuni spettatori? Le critiche vengono mosse un po’ a destra e un po’ a manca. Da alcuni tra quelli che si definiscono cultori della saga, che trovano la trama troppo semplicistica e prevedibile ma a cui poi, in realtà, queste soluzioni “preannunciate” non sono piaciute.

Da chi voleva vedere più addestramento Jedi, più Luke Skywalker, chi ne ha criticato l’umorismo, o chi ha addirittura firmato una petizione per rimuovere Gli ultimi Jedi dal canone ufficiale. Cosa, dunque, sarà stato a turbare questi animi? Forse è solo il fatto che alcuni spettatori sono degli inguaribili nostalgici.


È con questo che si è dovuto confrontare ogni regista che abbia mai messo mano ad un sequel, tanto più se si tratta di una saga nata quarant’anni fa come Star Wars. Rian Johnson ha risposto nell’unico possibile, facendo di questo ottavo capitolo un film personale. Operazione, questa, che si può attuare solo con una demolizione, nel senso nietzschiano del termine, una distruzione del vecchio su cui poi poter ricostruire qualcosa di nuovo e inedito. Johnson attua questa demolizione calando Gli ultimi Jedi ancora di più nell’alveo del cinema postmoderno.

Cinema che secondo Laurent Jullier era nato nel 1977 proprio con il primo Satr Wars di Lucas: “perché esso unisce le caratteristiche visive e narrative di questo stile, ma anche perché è stato il primo film ad essere distribuito commercialmente con il sistema sonoro Dolby”.

Postmoderno è prendersi gioco del passato e recuperare solo quello che fa comodo, come a dire: “se qui l’allenamento Jedi vi è parso troppo breve riguardate i vecchi film”. Postmoderno è lo spirito ludico, l’umorismo che viene inserito nel film sotto forma di strizzatina d’occhio allo spettatore in grado di riconoscerla – vedi  Domnhall Gleeson che impaziente di sterminare i ribelli dice che ormai è solo “questione di tempo”.

Postmoderna è la stessa idea madre di Johnson di rendere Gli ultimi Jedi un film che distrugge il passato. Niente più Cavalieri Jedi contro Sith, o angeli contro demoni. Niente più esemplificazioni simboliche del bene e del male, tanto che tra queste due energie opposte il confine si fa sempre più labile. Nessuna mistificazione della Forza che da nettare degli dèi – che discende soltanto su pochi eletti – diventa ora un soffio vivificatore e rivelatore che, in un’ottica panteistica, può insinuarsi sotto la pelle di chiunque.

Rey impiega due minuti a scoprire e a comprendere la luce e l’oscurità che fluiscono dalla Forza e che tra questi due estremi regna un grande equilibrio. L’esempio vivente di questo eterno contrasto tra due forze opposte che al tempo stesso convivono diventa Kylo Ren/Ben Solo, che diventa così uno degli elementi più riusciti e nuovo fulcro narrativo dello Star Wars di Johnson. È proprio Kylo Ren che si rivolge a Rey dicendole: “Lascia morire il passato, uccidilo se necessario, è l’unico modo per diventare ciò che devi“, rendendo in questo modo esplicita la chiave di lettura del nuovo corso starwarsiano intrapreso da Johnson.

È il conflitto interiore di Kylo Ren ad occupare il ruolo di protagonista de Gli ultimi Jedi. Il dramma del ragazzo che porta da solo il peso del nome Skywalker. E che quel peso se lo sente tutto. Stretto tra una morsa che vede da una parte la via dell’oscurità, intrapresa sotto il comando del Leader Supremo Snoke che ripone in lui grandi aspettative data la sua discendenza da Anakin Skywalker/Darth Vader. Dall’altra la via che i suoi genitori hanno scelto per lui quando ne fanno l’allievo del maestro Jedi e lume di speranza per gli oppressi di tutto il mondo Luke Skywalker.


La maschera, ombra fantasmagorica del fu Darth Vader a cui Ben si appiglia poiché non ha avuto la stessa vita piena di paura, rabbia e dolore del nonno. E di contro il volto di Ben sfigurato da una profonda cicatrice – segno lasciato dallo scontro con il lato di luce della Forza, ovvero Rey – che lo divide quasi a metà, metafora del suo dilaniamento interiore, della croce che porta, proprio come la sua spada laser.

Per tirare le somme tutti i film della saga di Star Wars vanno vissuti abbandonandosi alle emozioni, e in questo nuovo capitolo di emozioni ce ne sono tante. Dopotutto già il primo film della saga scaturiva da un pretesto molto semplice “bisogna distruggere la base spaziale nemica” ed ogni capitolo è sempre stato un “film-concerto”, che sfrutta le innovazioni tecnologiche per andare nella direzione del bagno di sensazioni (Jullier, 2007). Perché se non ci immergiamo in questo bagno di sensazioni e di emozioni, di Star Wars, restano solo i suoni e le luci.

Restano i rumori dei caccia bombardieri, delle spade laser che si incrociano, dei bersagli agganciati dai radar, delle porte delle navicelle spaziali che si aprono, delle onde che si infrangono potentemente sulla scogliera di Ahch-To.

La scenografia della sala del Leader Supremo Snoke che sembra galleggiare sospesa tra le pareti laccate di rosso su cui si confondono mimetizzandosi le sue guardie e su cui si staglia la figura nera di Kylo Ren.

La fotografia del pianeta che languisce tra i toni arancio del cielo ed il suolo ricoperto da una brina di ghiaccio bianco/azzurra che se calpestata rivela una calda terra rosso sangue. Una reminiscenza tarantiniana che ripropone, capovolta, la soluzione stilistica della striscia di sangue sulla neve.

E forse – anche ai nostalgici – questi suoni e luci potrebbero bastare. Elaborate tutte le novità, poiché il nuovo corso della saga sembra pensarla come Antoine de Saint-Exupérie: “Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio”.

Che la Forza sia con voi! Soprattutto ora che Johnson ha svelato che essa può essere accolta da ognuno di noi. Anche da un bambino che spazza le stalle ma che guardando il cielo stellato ritrova un barlume di speranza.


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