The Guilty, Jake Gyllenhaal: “Eravamo schiavi di Zoom”

Jake Gyllenhaal ha raccontato le sue sensazioni nell'interpretare il claustrofobico thriller Netflix

Jake Gyllenhaal ha svelato le difficoltà nel recitare un intero film seduto di fronte al monitor di un pc, costretto a comunicare solo via Zoom e telefono nel remake del fortunato thriller poliziesco The Guilty. Il film di Antoine Fuqua è il remake americano del danese Il colpevole, un’opera che in effetti avrebbe meritato di essere conosciuta da un pubblico più vasto. Il claustrofobico lungometraggio si ambienta nel centralino di una stazione di polizia, dove il poliziotto Joe Baylor (Gyllenhaal) riceve una chiamata da una donna che sta rischiando la vita, con pochi indizi per cercare di capire dove si trovi e come poter intervenire.

Sceneggiatura perfetta per l’epoca della pandemia, che vede la firma del Nic Pizzolatto di True Detective. Le riprese hanno davvero costretto Gyllenhaal a stare fermo nello stesso set, interagendo via Zoom con gli altri attori, anche famosi, dei quali sentiamo solo le voci (nella versione originale): Ethan Hawke, Riley Keough, Paul Dano e Peter Sarsgaard. Jake ha così descritto a The Verge l’alienante esperienza delle riprese.

The Guilty, Jake Gyllenhaal: “Eravamo schiavi di Zoom”

Dovevamo scoprire e cercavamo costantemente di imparare mentre procedevamo, Penso che l’undicesimo giorno abbiamo bloccato un sistema. Quando eravamo in un cambio di installazione – un cambio di illuminazione che richiedeva più di 20 minuti o qualcosa del genere – uscivo e salivo su questa scala che era sul muro, e Antoine apriva la porta del suo furgone, e come Romeo e Giulietta parlavamo da lontano; io in cima a questo muro su una scala e lui sulla strada.

Al di là delle questioni logistiche, questi diversi modi di comunicazione hanno influenzato le stesse performance degli attori.

Eravamo schiavi di una particolare tecnologia, che era Zoom. E questo crea un ritmo. Anche nelle nostre presentazioni, vorremmo entrare, ma non vuoi interrompere qualcuno. Questa è l’essenza della recitazione: il ritmo. Quando il ritmo viene dettato da un congegno tecnologico, lascia meno spazio per la vitalità. Ci siamo dovuti abituare per i primi quattro o cinque giorni. Era come se qualcuno avesse preso un quarto di secondo dal mio istinto. E se sei un professionista in qualunque cosa tu faccia, soprattutto nella recitazione, il ritmo è tutto. Chiedi a un quarterback, ​togli un quarto di secondo dal suo tiro e vedi che succede.

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