Blackhat: recensione del film di Michael Mann con Chris Hemsworth

Su Netflix un thriller sul cybercrimine dal regista di Heat e Collateral

Da quando è disponibile su Netflix, Blackhat, film di cui vi proponiamo la nostra recensione, è stabile nella classifica dei contenuti più visti. Quando Blackhat arriva nelle sale cinematografiche statunitensi nel gennaio del 2015, l’accoglienza della critica e i risultati al botteghino sono tutt’altro che incoraggianti. Niente a che vedere con le pellicole precedentemente dirette da Michael Mann, fra cui spiccano titoli come Heat, Collateral, Miami Vice e Nemico pubblico. Blackhat arriva sei anni dopo Nemico pubblico (2009) ma ha molto più a che spartire, sotto diversi aspetti, con Collateral e Miami Vice. Si tratta di un thriller dal respiro internazionale nelle ambientazioni e con il focus su una tematica interessante e, all’epoca della sua uscita, piuttosto attuale: il cybercrimine.

Ci muoviamo tra Chicago, Hong Kong e la Malesia, seguendo un’operazione che segna una collaborazione, a tratti problematica, tra gli Stati Uniti e la Cina. L’obiettivo è quello di smascherare chi si cela dietro un terribile attacco informatico. Punta di diamante dell’operazione è Nicholas Hathaway, un hacker esperto che sta scontando una pena in un carcere di massima sicurezza. Nel cast troviamo Chris Hemsworth, Tang Wei, Viola Davis, Ritchie Coster, Holt McCallany e Leehom Wang. Vediamo quali sono punti di forza e debolezze, pregi e difetti di Blackhat nella nostra recensione.

Indice:

La trama – Blackhat, la recensione

A seguito di un attacco informato a un impianto nucleare nei pressi di Hong Kong e un altro alla borsa di Chicago, il governo cinese e quello americano decidono di collaborare per dare la caccia all’hacker. Arrivato dalla Cina negli Stati Uniti, il capitano Chen Dawai (Wang) convince Carol Barrett (Davis) dell’FBI a servirsi dell’aiuto dell’hacker migliore sulla piazza. L’esperto in questione è Nick Hathaway (Hemsworth), che sta scontando una pena di quindici anni in un penitenziario di massima sicurezza. Dopo una serie di perplessità, l’FBI accetta ed Hathaway tratta uno sconto di pena in cambio della sua fondamentale prestazione. Chen coinvolge nell’operazione anche sua sorella Lien (Wei), abile tecnico di sistemi.

Dopo un’iniziale diffidenza tra i vari membri delle forze in campo, l’indagine dà i suoi primi risultati, ma rimane un dubbio circa le motivazioni degli attacchi. Si tratta di terrorismo o si nascondono scopi politici? Qual è la vera ragione che spinge la mente dietro i cybercriminali? Mentre l’operazione procede, Nick e Lien si avvicinano sempre più e finiscono per stringere una relazione amorosa. Il gioco si fa duro mentre i pezzi del puzzle faticosamente combaciano. Nick decide allora di compiere una mossa azzardata per scoprire il vero responsabile degli attacchi, con l’aiuto di Barrett che finisce per mettersi contro la stessa FBI. Ma le contro-mosse dei responsabili degli attacchi non si fanno attendere e sono devastanti.

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Blackhat. Forward Pass

Analisi

Blackhat è un thriller dall’impianto piuttosto classico, così come è manifestamente classico anche l’intreccio e il suo dipanarsi. Mano a mano che la narrazione procede lo spettatore ha sempre tutti gli elementi necessari per seguire la storia. Una storia di per sé abbastanza semplice, raccontata con sufficiente realismo e nel complesso chiara, nonostante l’uso (giustificato) di vari tecnicismi e gergo specialistico. La sceneggiatura firmata da Mann insieme a Morgan Davis Foehl dà quel tanto che basta per coinvolgere, con qualche imperfezione. Imperfezioni che riguardano dettagli, incongruenze o soluzioni poco credibili cui gioco forza si presta attenzione. Come alcune caratteristiche del personaggio di Hemsworth che sfoggia doti di combattente navigato senza alcuna introduzione che giustifichi tale preparazione.

O quando diventa chiaro che la relazione tra Nick e Lien ha più che altro la funzione di mandare avanti la storia e non è terreno fertile per una vera evoluzione dei personaggi. Vero è che Michael Mann dà molto peso al non detto, agli sguardi o a dialoghi solo apparentemente secondari, fuori dalle scene cardine e dall’azione. Ed è a questi cenni che si deve dar peso; in qualche modo per cogliere ciò che non è reso esplicito nella sceneggiatura o che sembra solo una nota a margine. L’esempio più lampante è ancora una volta legato al personaggio di Hathaway. Ci sono vari tratti della sua personalità e del suo sistema di valori che si possono desumere da brevi scambi dialogici con gli altri protagonisti sulla scena. Come una malinconia costante o una certa avventatezza che sembra scaturire da una sorta di desiderio di riscatto.

Considerazioni tecniche – Blackhat, la recensione

Proseguiamo la nostra recensione di Blackhat soffermandoci sul lato tecnico. Il film si apre con una “panoramica” che ci porta letteralmente all’interno di un computer, nell’hardware. Una scelta d’effetto, ripresa anche in un altro momento del film, che introduce a quello che sta per succedere in maniera originale ed efficace. Panoramiche vere e proprie sono poi molto frequenti durante tutto il film, a mostrare le metropoli teatro dell’azione e in linea con l’importanza dell’ambiente urbano nel cinema di Mann. Frequentissimi i primi piani, le inquadrature sui dettagli e l’uso della camera a mano, spesso dinamica. Le sequenze d’azione non sono molte e sono concentrate soprattutto nella seconda metà del film dove il ritmo aumenta di pari passo con la tensione e scorre più adrenalina.

Due gli scontri a fuoco principali, entrambi messi in scena senza risparmiare sulla violenza, montati in modo che chi guarda possa seguire quel che succede frame dopo frame. Ottimo anche il controllo nelle sequenze più affollate e potenzialmente caotiche, una delle quali in un momento saliente sul finale. Discreta nel complesso anche la prova del cast. Chris Hemsworth è convincente pur in una parte per cui oggettivamente non ha il physique du rôle; bella la chimica con Tang Wei, grazie alla quale i due riescono ad infondere linfa vitale a una storyline romantica un po’ sacrificata. La prova migliore è però quella di Viola Davis, protagonista di una delle scene più drammatiche ed emozionanti del film e, qua e là, salvifica presenza ironica.

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Blackhat. Forward Pass

Conclusioni

In un catalogo che non sempre brilla per offerte di rilievo (fatte le dovute eccezioni), l’aggiunta di Blackhat ha sicuramente qualcosa da dire. Michael Mann è un autore dallo stile distintivo, con una visione precisa e scelte con essa coerenti. Pur non essendo un film indimenticabile o alla pari con altri titoli ben più meritevoli dello stesso regista, Blackhat è un buon thriller cui vale la pena dare una possibilità.

Chi apprezza Michael Mann ritroverà diversi luoghi tipici del suo cinema, nonché quel suo modo peculiare di tratteggiare i personaggi nei suoi film. Arrivati alla conclusione della nostra recensione di Blackhat, al netto delle imperfezioni evidenziate, è chiaro come il bilancio sia nel complesso positivo. Due ore e un quarto che non sempre scorrono come dovrebbero, in cui la tensione è a tratti altalenante ma che non mancano di intrattenere.

Blackhat

Voto - 6.5

6.5

Lati positivi

  • Un buon thriller con sequenze d'azione ben strutturate

Lati negativi

  • Alcuni dettagli della sceneggiatura peccano per mancanza di credibilità

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