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Boi: recensione del thriller spagnolo dalle sfumature oniriche

Analizziamo l'esordio alla regia di Jorge M. Fontana

La società Aquì y Allì Films, dopo titoli come Magical Girl e Las Furias, si è gettata in un altro audace progetto. Stiamo parlando di Boi di cui vi presentiamo la nostra recensione. Questa casa di produzione indipendente, fondata a Madrid nel 2010 da Pedro Hernández Santos, è infatti famosa per la sua voglia di sperimentare. La sua ultima ricerca di un talento alternativo si è conclusa con la scoperta di Jorge M. Fontana, un regista di Barcellona con alle spalle svariati cortometraggi. È il debutto sul grande schermo anche per il protagonista, Bernat Quintana, famoso in Spagna per piccoli ruoli in serie TV, e per El Guincho, musicista già ampiamente affermato, ma che per la prima volta si occupa di una colonna sonora. In questo tripudio di esordi prende forma Boi, una pellicola sicuramente alternativa proposta ora anche da Netflix.

Boi è un ventisettenne che sta vivendo un momento particolarmente confuso della sua vita. Sta attraversando una fase problematica della relazione con la sua ragazza e non riesce a contattarla, e nel frattempo trova lavoro come autista. Il suoi primi clienti sono degli arroganti uomini d’affari giapponesi, arrivati a Barcellona con lo scopo di concludere un misterioso accordo commerciale. Ben presto il protagonista rimarrà invischiato nell’oscura situazione, costretto ad interrogarsi su sé stesso e ciò che sta facendo della sua vita.

Indice

Quasi Boicentrico – Boi recensione

L’anima della pellicola risiede certamente nel suo protagonista. Bernat Quintana non ha ancora il carisma necessario per farsi carico di un’intera opera e spesso vacilla sotto il peso di questa responsabilità, ma dà comunque prova di essere uno dei talenti più cristallini della scena catalana. Il suo Boi è una figura davvero complessa: è affidabile, padre, esploratore e scrittore, ma allo stesso tempo non è nulla di tutto ciò. Questa complessità soverchia la voluta confusione e disorienta lo spettatore. Quel quid in più lo offre nel momento in cui Boi si inserisce nello schema rappresentativo dei personaggi, perfettamente bilanciato. Micheal e Gordon, i due uomini d’affari giapponesi, rappresentano gli archetipi di emozione e ragione. Non sono in conflitto l’uno contro l’altro, ma cooperano ricoprendo ognuno il ruolo che gli spetta. Non sono in grado però di coprire quel “blank space” fra cervello e cuore, che permette di essere davvero liberi.

L’unico in grado di farlo sembrerebbe proprio l’aspirante scrittore, il solo capace di traslare a piacimento fra i due poli a seconda della situazione. Gli altri personaggi sono poi Matilda, il cane di Boi, Mou, il suo migliore amico, e Anna, la sua ragazza. Matilda rappresenta l’intuizione, un’eterna flâneur che si aggira, curiosa, passando inosservata. Mou simboleggia invece la nostra componente selvaggia, a volte dormiente ma sempre presente in ognuno di noi. Infine c’è Anna. Fontana si prende il suo tempo per delineare dei personaggi universali, ma sempre scostandoli in favore dell’unica cosa che dà senso a tutto quello menzionato in precedenza: l’amore. Una metafora forte e messa in scena con arguzia da una serie di tipizzazioni realizzate in maniera ottimale.boi recensione

Straniante o strano? – Boi recensione

Lo straniamento è una particolare forma di scrittura nella quale il punto di vista è deliberatamente anomalo. I fatti solo filtrati da una psicologia differente che rende le cose difformi, distorcendo la realtà a seconda del punto di vista. Questa tecnica è utile per evidenziare maggiormente determinati dettagli, che in un contesto verosimile risaltano in quanto insoliti. Fontana attinge fin troppo da questo metodo, presentando una miriade di simbolismi che affollano la trama, creando tanta confusione. Boi è sicuramente un film volutamente confuso: tende alla ramificazione più che alla linearità. Questa confusione è ben portata sullo schermo dalle musiche di El Guincho. Surreali e oniriche accompagnano Boi per tutto il suo viaggio, facendoci spesso dubitare della realtà di ciò che guardiamo.

A contribuire all’effetto di smarrimento c’è un sapiente gioco di luci che, sincronizzato abilmente con il sonoro, ricrea una Barcellona davvero suggestiva. La pellicola prende però poi una piega scomoda, esagerando con gli spunti e risultando troppo artificiosa. Tra strani incontri e dialoghi cervellotici Boi prosegue sempre più in salita, risultando troppo complesso. I dialoghi sono ben scritti e orchestrati, ma il loro inserimento è privo di logico e non sempre se ne sente il bisogno. I valori simbolici iniziano ad accavallarsi senza sosta e lo spettatore si sente smarrito, ma non in maniera positiva. La mole di metafore diventa eccessiva per il fruitore, costretto a districarsi fra una fitta rete di colti riferimenti.

Lo straordinario nell’ordinario

Boi si struttura su più generi e la classificazione in thriller gli sta un po’ stretta. Fontana voleva dare vita a una “commedia tragica” con sfumature gialle e possiamo dire che l’impresa è in parte riuscita. Le vene ironiche ben si inseriscono in un contesto cupo e misterioso, ma manca l’idea di fondo del regista: cercare lo straordinario nell’ordinario. Il nobile intento non si concretizza mai davvero, risolvendosi in situazioni paradossali e indecifrabili. Osserviamo spesso Boi, aspirante scrittore, testare nuove frasi per il suo libro mentre è in auto da solo. Sintomo di un importante lavoro di scrittura le battute sono di pregevole fattura, ma sono troppo decontestualizzate per esprimersi al meglio.

Lo stesso vale per diverse metafore che, pur non essendo prive di potenziale, appassiscono a causa di un erroneo inserimento e sviluppo. Un esempio è il T-hotel di Madame Tabard, tanto interessante quanto malfunzionante. L’impressione è quella di una predisposizione sincera del regista verso lo straordinario, che non riesce però a realizzarsi. Boi è un film assolutamente ordinario, nel quale però ci sono degli elementi straordinari. Le idee ci sono e sono stuzzicanti, manca solo la loro completa messa in atto. Come opera prima Boi non può certamente lasciare lo spettatore indifferente: sebbene ordinario il film presenta tratti tecnici e situazioni atipiche che ne fanno un’opera insolita.Boi recensione

Considerazioni – Boi recensione

Fontana si dimostra immediatamente uno dei migliori talenti catalani ed emerge con forza la sua voglia di sperimentare. Le competenze tecniche e un background teorico non gli mancano, ma necessita di un po’ di pratica. Boi paga moltissimo l’inesperienza di troppi collaboratori, che risultano talentuosi ma ancora troppo acerbi. Gli spunti ci sono e sono molti e rendono il regista catalano un artista da tenere sicuramente d’occhio nel prossimo futuro. Netflix si dimostra coraggioso nel distribuire un film complesso e decisamente non digeribile dai più. In fin dei conti Boi, in una sorta di autocritica felliniana, è proprio come il romanzo del protagonista, Sangue ragionevole. Quest’ultimo non viene accettato in quanto, sebbene presenti momenti divertenti e drammatici, non ha un’intenzione chiara e appare come un mero esercizio di stile senza una vera ragione d’essere. Va comunque premiata l’audacia e il talento di un regista che, potrà fare grandi cose.

Boi

Voto - 6

6

Lati positivi

  • Grande perizia tecnica
  • Esemplare approccio del regista al cinema

Lati negativi

  • A tratti eccessivamente contorto
  • Perde troppo spesso l'anima in favore di esercizi di stile
  • Paga una forte inesperienza dei suoi protagonisti

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