Caccia ai killer: recensione della docu-serie true crime di Netflix

La miniserie che analizza le drammatiche vicende di alcuni tra i più noti serial killer da un punto di vista inedito

Caccia ai killer, di cui vi proponiamo la nostra recensione, è la nuova docu-serie true crime di Netflix disponibile dal 4 novembre. La serie è una produzione britannica firmata dalla Raw TV, la medesima casa di produzione di Giù le mani dai gatti e Memorie di un omicida: i nastri di Nielsen. Diretta da Suemay Oram e Robin Dashwood, Caccia ai killer analizza dei casi efferati le cui indagini hanno scosso gli Stati Uniti dagli anni Ottanta ad inizi 2000.

I serial killer di cui la serie tratta sono protagonisti storie che hanno avuto una grande risonanza mediatica. Sia per la durata delle indagini, sia per l’efferatezza dei crimini, che per il modus operandi.
Il fil rouge della docu-serie, però, sono i narratori: i detective che erano in prima linea durante gli anni degli omicidi e i cui eventi hanno lasciato in loro dei segni indelebili. Ben visibili anche molti anni dopo. Tutti loro hanno anni di servizio alle spalle, la maggior parte sono felicemente in pensione eppure parlarne è per loro traumatico. Se siete curiosi di conoscere le nostre impressioni su Caccia ai killer, proseguite nella lettura della nostra recensione.

Indice

I casi – Caccia ai killer, la recensione

Il pilot si concentra sul killer del Green River che ha terrorizzato Seattle per quasi vent’anni. Si ipotizza che sia stato il carnefice di 71 omicidi. Tutti di donne che rientrano in un target ben preciso. Le vittime sono prostitute, ragazze scappate di casa o autostoppiste. Tutte donne a cui è difficile risalire, o cui la scomparsa non viene denunciata. La rilevanza mediatica fu enorme, ma ad essere decisive sono le prove del DNA che, ben 22 anni dopo il ritrovamento del primo corpo, hanno portato a enormi progressi. Nella seconda puntata viene trattato il caso di una delle poche serial killer donna: Aileen Wuornos. Conosciuta soprattutto grazie al film Monster che è valso l’Oscar a Charlize Theron, Wuornos ha ucciso sette uomini tra il 1989 e il 1990.

Soprannominata “la donna che odiava gli uomini” o la “Highway Hooker” (la prostituta delle autostrade), Wuornos è stata giustiziata nel 2002. Le ultime due puntate ricostruiscono un unico scenario molto più complesso e frastagliato dei casi precedenti. I narratori sono tre e, per la prima volta, viene introdotto un parere esterno rispetto a quello della polizia. Tra il 1990 e il 1995, Happy Face Killer (chiamato così per via delle faccine sorridenti che disegnava nelle lettere che inviava ai media) ha ucciso in modo cruento e brutale otto donne in differenti stati americani.

Il format – Caccia ai killer, la recensione

L’intento di Caccia ai killer è il medesimo di altre decine di prodotti simili che arricchiscono non solo il catalogo di Netflix, ma anche di molti canali televisivi. Alcuni di questi nascono appositamente come contenitori tematici da riempire con documentari, ricostruzioni e serie che trattano di omicidi. Solitamente è il punto di vista scelto per raccontare queste storie ad essere decisivo per il coinvolgimento dello spettatore. C’è chi preferisce concentrarsi sul killer, chi sulle vittime e chi ancora analizza gli aspetti mediatici o chi muove una critica sociale al sistema o al corso delle indagini. Le vicende approfondite in Caccia ai killer sono raccontate dagli stessi detective e agenti di polizia che hanno seguito passo passo le indagini. Le loro interviste coprono la maggior parte del minutaggio già limitato.

Indubbiamente un intento nobile che va ad enfatizzare un concetto poco trattato. Il modo di ricostruire gli omicidi, solitamente, si focalizza sul dolore delle persone vicine alla vittima. Alcune volte ad essere i protagonisti sono i sentimenti dei familiari dell’assassino. Poche volte si pensa a come un lavoro simile possa sconvolgere la psiche dei detective. I poliziotti che raccontano le indagini sono ancora profondamente segnati da quel che hanno vissuto. Ne sono una prova le lacrime a stento trattenute e le richieste di fare una pausa nei momenti clou. Dei toni totalmente differenti rispetto ai primi minuti, dove gli intervistati scherzano con gli addetti o attendono pacati l’inizio ufficiale delle riprese.

Recensione di Caccia ai killer

Caccia ai killer. Raw TV

Una buona idea di partenza – Caccia ai killer, la recensione 

Come già accennato, l’idea di base è buona. La volontà di coniugare delle vicende conosciute e che attraggono spettatori appassionati di true crime con un punto di vista nuovo fornisce una buona premessa.
L’obiettivo di enfatizzare i sentimenti di chi ha seguito in prima linea gli eventi poteva rivelarsi una scelta vincente. Sebbene le premesse siano ottime, la miniserie risulta sbrigativa e raffazzonata. La causa è un minutaggio estremamente tirato che impedisce di approfondire le vicende. Le puntate, dalla durata di mezz’ora l’una, cercano di concentrarsi sulle vittime, sui serial killer, sulle ricerche e sui poliziotti senza riuscire a dare il giusto rilievo a nessun elemento.

Se si conoscono le vicende raccontate, la serie procede con passo spedito. In caso contrario il risultato è una ricostruzione approssimativa e incompleta che non dà il giusto peso né alle vittime – che sono appena accennate con nome e una foto di repertorio – né ai killer. Il punto di vista limitato unito a puntate fin troppo brevi non riescono nell’obiettivo. Molte delle informazioni sulle indagini, sugli assassini e sulle vittime stesse vengono appena accennate. Per questo, raggiunto il finale dell’episodio, si ha solo un quadro sommario.

Happy Face KillerCaccia ai killer, la recensione

I due episodi dedicati a Happy Face Killer sono la voce fuori dal coro. Un caso complesso che viene ricostruito attraverso una struttura a puzzle. Le due voci narranti appartengono al detective John Ingram e al vice procuratore Jim Mclntyre. A differenza dei precedenti episodi, nei quali le opinioni concordavano tra gli intervistati, in “Vere menzogne” i detective si lasciano prendere da vecchi rancori. Mclntyre e Ingram hanno due visioni opposte per quanto riguarda i due sospettati iniziali. La storia spiegata dalla coppia incriminata per l’omicidio di Taunja Bennett non convince il detective, ancora toccato dall’idea che una signora anziana potesse aiutare il compagno a stuprare e uccidere una ragazza. Idea che il vice procuratore accetta senza battere ciglio.

Spesso i media hanno un grosso peso quando si è a caccia di un assassino. Nella maggior parte dei documentari true crime, la parte relativa a come l’opinione pubblica reagisce viene analizzata con la lente d’ingrandimento. Una scelta che Caccia ai killer sceglie di non intraprendere se non per l’ultimo caso. Il giornalista Phil Stanford è stata una parte fondamentale per la cattura del famoso Happy Face Killer. E diventa anche la terza voce che arricchisce il racconto. La pluralità di voci che ricostruiscono quegli anni permette una ricostruzione più interessante e veritiera del “dietro le quinte” delle indagini. Oltre ad accennare una critica nei confronti del lavoro disomogeneo della polizia.

Conclusione 

Avviandoci verso la conclusione della nostra recensione di Caccia ai killer, sarà chiaro come la docu-serie in fin dei conti non fornisca nulla di nuovo. Sebbene le premesse e l’intento nobile ci siano, la messa in scena è da rivedere. Il format classico composto da interviste e filmati originali non è adatto per l’operazione che i registi volevano mettere in atto. Men che meno per una miniserie molto veloce da vedere, che non si prende i giusti tempi per ricostruire fatti e traumi vissuti.

La visione è indicata solamente ad un target ben specifico di spettatori statunitensi o che conoscono bene la storia della criminalità oltreoceano. Come già detto, le vicende analizzate non vengono approfondite adeguatamente dando, come risultato, una visione solamente parziale e sommaria delle storie prese in esame.



Caccia ai killer

Voto - 5

5

Lati positivi

  • Le vicende raccontate da un punto di vista inusuale che smuove l'emotività dello spettatore

Lati negativi

  • Minutaggio insufficiente per fornire un quadro completo degli eventi
  • Poco approfondimento sulle vittime e sugli assassini

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