Dopesick: recensione della serie tv disponibile su Disney Plus

Lo showrunner Danny Strong porta sul piccolo schermo una storia avvincente sulla lotta agli oppiacei

La sanità americana e il modo in cui viene amministrata è spesso al centro di aspre polemiche. Tra i vari argomenti di discussione, la somministrazione degli oppiacei per un dolore blando o di media intensità è finito più volte nel mirino. La lotta a queste tipologie di farmaci e le strategie di marketing alterate e poco veritiere vengono discussi in Dopesick – Dichiarazione d’indipendenza, di cui vi presentiamo la recensione. La serie, targata Hulu, è approdata su Disney Plus a partire dal 12 novembre.

Gli otto episodi sono tratti dal romanzo di Beth Macy, riadattato per il piccolo schermo dallo showrunner Danny Strong (nella sua lunga carriera spicca il ruolo di sceneggiatore nella serie Empire) che ne ha curato la sceneggiatura assieme alla stessa Beth Macy e a Benjamin Rubin. Lo show grazie alla sua narrazione frammentata composta da continui flashback vanta un cast corale e d’altissimo livello. Tra i molti interpreti, infatti, ci sono Michael Keaton (tra i molteplici ruoli iconici ne ricordiamo giusto un paio: la saga di Batman diretta da Tim Burton, Birdman e Jackie Brown), Michael Stuhlbarg (Chiamami col tuo nome, Your Honor), Kaitlyn Dever (Unbelievable) e Will Poulter (Midsommar, Black Mirror).

Indice

Trama

Nel 1986 la Purdue Pharma, azienda farmaceutica gestita dalla famiglia Sackler, inizia l’ideazione per un nuovo oppiaceo che si contraddistinguerà dalla massa di antidolorifici presenti in commercio per una specifica particolarità. L’azienda, infatti, è fiera di poter dire che l’OxyContin non dà alcun tipo di dipendenza.
In poco più di dieci anni, non solo l’Oxy viene creato, ma domina il mercato. I rappresentanti incaricati di venderlo ad ogni medico degli Stati Uniti hanno come slogan comune quello che l’azienda, i ricercatori e i medici che lo pubblicizzano ripetono fino allo sfinimento: grazie al suo lento rilascio, l’oppiaceo non dà nessuno stato di euforia.

Questa è una vera rivoluzione che conquista ben presto i medici e, subito dopo, i pazienti. Non ci vuole molto per capire che si tratta di una truffa. L’OxyContin è un oppiaceo come tutti gli altri ed è estremamente facile diventarne dipendenti. Se all’inizio queste sono solo voci di corridoio, i dubbi e le rimostranze si espandono a macchia d’olio in tutto il Paese. La Purdue, capitanata dall’ambizioso Richard Sackler (Michael Stuhlbarg), ha guadagnato non solo miliardi dalla vendita del farmaco. Ma soprattutto è diventata potente e inattaccabile.

Recensione Dopesick

Dopesick. Danny Strong Productions, John Goldwyn Productions, The Littlefield Company, 20th Television.

Narrazione frammentata – Dopesick, la recensione

Dopesick tratta una storia realmente accaduta con lo stile di un thriller. La struttura narrativa è costruita su continui salti temporali che rimbalzano su personaggi diversi, molti dei quali non si incontreranno mai se non quando tutti i tasselli sono al loro posto. La maggior parte della serie si concentra sulla parte investigativa. Betsy Mallur (interpretata da Rosario Dawson) è l’agente della DEA che per prima si è accorta della dipendenza dilagante dall’OxyContin, soprattutto tra i giovani. Alcuni anni dopo l’indagine di Mallur, due agenti federali – Rick Mountcastle e Randy Ramseyer – iniziano delle investigazioni indipendenti dalla DEA, ma che li portano al medesimo risultato. La famiglia Sackler è potente e, dopo la vendita del farmaco, ha acquisito maggior prestigio. Denunciarli è un buco nell’acqua, cercare di fermarli è inutile.

La vera mossa vincente degli sceneggiatori, però, risiede nella scelta di rappresentare i poli opposti della storia: le vittime e l’azienda farmaceutica. Quest’ultima si è difesa dai numerosi attacchi con lo stesso concetto, diventato un mantra anche per i rappresentanti e i medici corrotti: il problema non sta nel farmaco, ma gli unici ad esserne dipendenti sono chi fa uso abituale di droghe e chi prende l’OxyContin in modi alternativi e non come sono prescritti. Le vittime inconsapevoli sono trattate alla stregua di chi fa uso di eroina.

Vittima e carnefice – Dopesick, la recensione

Lo showrunner si sofferma sul demolire queste accuse fin dalla prima puntata e lo fa mostrando l’ascesa nella dipendenza di due personaggi. I malcapitati sono Samuel (Michael Keaton) e Bets (Kaitlyn Dever). Entrambi vivono in un paese di montagna dove la maggior parte degli abitanti lavora nelle miniere, tra cui la stessa Bets.
La ragazza è un’instancabile lavoratrice che vive con i genitori bigotti, ma progetta di andare via con la propria fidanzata in una città dove possono essere loro stesse. Il loro sogno si spezza quando Bets rimane coinvolta in un incidente. Samuel, il medico curante del paese, le prescrive fiducioso l’Oxy. All’inizio i risultati sono eccezionali, ma Bets ne diventa dipendente in fretta. A essere vittima del farmaco è lo stesso Samuel; anche a lui viene prescritto da un medico a seguito di un incidente d’auto.

Samuel e Bets rappresentano i cittadini ignari dei pericoli del farmaco, con i quali è facile empatizzare, ma Strong si sofferma anche sulle dinamiche che intercorrono tra la famiglia Sackler. Michael Stuhlbarg non poteva fare un lavoro migliore su un personaggio così sfaccettato e ambiguo. Richard è figlio del proprietario della compagnia, ma non ambisce solo a prenderne il controllo. Il suo obiettivo è quello di creare un farmaco miracoloso, che – a detta sua – eliminerà il dolore dal mondo.
Richard è un outsider. È il familiare più odiato, nessuno – nemmeno sua moglie e i suoi figli – gli dimostrano il minimo atto d’affetto. Al tempo stesso è l’unico della famiglia a non puntare solo al profitto. La sua ambiguità risiede proprio qui: sa molto bene cosa faccia quell’oppiaceo e quanto sia pericoloso, ma nulla è più importante del guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione da parte dei membri della sua famiglia.

Recensione Dopesick

Dopesick. Danny Strong Productions, John Goldwyn Productions, The Littlefield Company, 20th Television.

La messa in scena – Dopesick, la recensione

Come già detto in precedenza nella nostra recensione di Dopesick, la narrazione si avvicina più ad un thriller che a una serie drammatica grazie alla tensione sempre crescente di una sceneggiatura ben scritta. Ma, soprattutto, grazie alla narrazione spezzettata in diversi punti di vista e su diversi piani temporali.
L’unico difetto che si può riscontrare nella serie è quello di non essere sempre riuscita a creare un buon ritmo tra i diversi flashback che, alcune volte, si alternano con troppa rapidità creando più confusione che suspense.
Una menzione d’onore va alla stupenda fotografia che, quando la narrazione non riesce, rende più nitidi i salti temporali e li caratterizza. La cittadina di Bets e Samuel, ad esempio, è sempre avvolta da una luce fredda e bluastra che fa presagire il peggio, rendendolo anche visivamente l’elemento più angosciante.

Anche gli ambienti dedicati alla famiglia Slacker sono facilmente riconoscibili. Gli incontri a cui partecipano anche i legali avvengono in un ufficio severo, ma soleggiato finché il piano di Richard non inizia a cedere. Ma è lì che lui ha il controllo e domina lo spazio.
Al contrario, le riunioni esclusivamente dedicate alla famiglia hanno luogo in un’austera sala da pranzo dove il tavolo è diviso a metà. Da un lato ci sono i soci importanti; dall’altra gli azionisti B, tra cui Richard. Quest’ultimo, prima del successo dell’OxyContin, occupa un ruolo marginale e viene completamente oppresso – anche grazie alle tecniche registiche utilizzate – da dei familiari che lo detestano.
Dopesick è una serie avvincente che tratta con delicatezza, ma senza scendere a compromessi, una situazione delicata che l’America ha affrontato appena quindici anni fa e che ha troppi precedenti per poter essere ritenuta l’unica epidemia di dipendenza da un oppiaceo.

Dopesick

Voto - 8.5

8.5

Lati positivi

  • La sceneggiatura che si avvicina ad un thriller ben strutturato
  • La scelta di rappresentare sia le vittime che chi tiene le redini
  • Una fotografia curata che esalta la narrazione

Lati negativi

  • In alcuni momenti i continui salti temporali creano confusione

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