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Finché morte non ci separi: recensione della dark comedy con Adam Brody e Samara Weaving

Un horror con ambizioso, ma con errori che ne compromettono la godibilità

Mettiamo un matrimonio. Mettiamo che lei vada a conoscere la famiglia di lui il giorno stesso della cerimonia, e che voglia fare a tutti i costi una buona impressione. Mettiamo, infine, che i parenti decidano di chiudere la serata con un gioco di società. Come di quelli a cui siamo abituati: dama, carte, nascondino. La scelta è fatta in base a quale opzione è estratta a sorte, ed esce nascondino. La sposa si nasconde, la famiglia di lui la cerca. Se la trova, lei dovrà subire una penalità: morire. Questa la trama di Finché morte non ci separi (dal titolo inglese evocativo, Ready or Not), un film del 2019 diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Una dark comedy a tinte horror interpretata, tra gli altri, da Samara Weaving, Adam Brody, Mark O’Brien, Henry Czerny e Andie MacDowell. Ecco la recensione di Finché morte non ci separi.

Mia cara, adesso è il tuo turno. (Tony)

Indice

La trama-Finché morte non ci separi recensione

Grace (Samara Weaving) sposa Alex Le Domas (Mark O’Brien), il rampollo di una ricca famiglia che abita in un’elegante magione. La loro particolarità è che da generazioni sono dediti alla realizzazione di giochi da tavolo e alla gestione di squadre sportive. La sera delle nozze, i due sposini si ritrovano a passare la notte nella tenuta Le Domas, ma prima di coricarsi la famiglia chiede a Grace di unirsi ad una delle tradizioni che ogni nuovo arrivato dovrebbe rispettare: scegliere un gioco e partecipare tutti insieme. Dovrà essere proprio la sposa a dover pescare casualmente l’attività da svolgere. Il patriarca, Tony (Henry Czerny), illustra l’onorevole storia della loro dinastia sottolineando l’importanza di un certo Lebel, che decenni prima ha contribuito a far arricchire il loro avo.finché morte non ci separi recensione

Decantate le loro origini, è il momento di giocare davvero. Esce nascondino. Gioco da bambini, piuttosto innocuo no? Tuttavia, i Le Domas ne seguono da anni una macabra versione: tutti devono tentare di scovare la sposina dal suo nascondiglio e ucciderla prima dell’alba. Grace quindi capisce ben presto di essere un sacrificio umano, e dovrà cercare di sopravvivere fino al sorgere del sole. Con l’aiuto del marito, che sembra andare contro il volere della famiglia per salvarla, comincerà una lotta sanguinosa senza esclusione di colpi. Che vedrà la madre di Alex (Andie MacDowell) e l’indecifrabile fratello (Adam Brody) più agguerriti che mai.

Se i suoceri dicono no

Uno dei temi più ricorrenti quando si tratta di rom-com è proprio quello di lui o lei che si appresta a conoscere la famiglia del partner. Tra gaffes, incomprensioni e un climax di momenti imbarazzanti e surreali che fanno sorridere e anche identificare. Quel mostro di suocera, Ti presento i miei, Non sposate le mie figlie e via dicendo, siamo stati abituati ad esorcizzare il timore di non fare una bella impressione ai parenti della persona alla quale teniamo molto. Ma nel caso di Finché morte non ci separi, da esorcizzare ci sarebbero i parenti stessi.

Viene quindi trattato un argomento associato al genere comico, e gli si aggiungono una pesante vena dark e grottesca e una evidente tinta di surrealtà. Che non è poi quello che succede di solito nella vita vera? Drammi, antipatie e incomprensioni che lo sposo porta avanti con i suoceri da anni. La cognata seria e imperscrutabile con la quale è impossibile fare amicizia; l’imperscrutabile fratello del partner con cui non si reisce mai a entrare in sintonia.

La madre di lui è all’apparenza gentile e affabile, ma piena di invidia nei confronti della nuora. Insomma, non è sempre facile entrare nelle dinamiche di una famiglia e con le sue abitudini. Soprattutto se non è concepito un “pazienza, posso non vederli più”. In Finché morte non ci separi, di cui proponiamo la recensione, il concetto di “famiglia strana con cui però cerco di andare d’accordo” è portato all’estremo. Così come sono estreme le reazioni dei Le Domas.

Ricchi ma non di spirito – Finché morte non ci separi recensione

Altro tema indagato è il confronto tra ricchezza d’animo e materiale. L’eterna questione che banalmente è semplificata con lotta tra bene e male. La famiglia Le Domas appartiene alla categoria dei benestanti, ma ha perduto qualsiasi sentimento di condivisione e altruismo.

Il privilegio che esercitano diventa pericoloso nelle loro mani, così come il diritto che sentono di avere nel fare il bello e il cattivo tempo. In questo caso, sulle sorti di Grace, a favore del mantenimento delle tradizioni familiari. Quasi a dire che non sempre la fortuna è consegnata nelle mani di chi davvero ne sa fare buon uso.

A che serve una casa splendidamente arredata, abiti pregiati e dipinti dall’inestimabile valore, se poi tutta questa opulenza corrisponde ad un vuoto interiore? È questo che sembra domandarsi il film, e la riflessione è girata anche allo spettatore. E cosa sta dietro al divertimento di una borghesia annoiata e senza più sentimenti, se non invidia, crudeltà e superiorità? Se il denaro e il potere possono davvero cambiare un uomo, c’è da chiedersi se l’ago della bilancia cada sempre dal lato negativo. E il rispetto delle istituzioni millenarie è necessario per mantenere le tradizioni, ma si ci potrebbe domandare se queste tradizioni valga davvero la pensa seguirle, sempre e comunque.

Osservazioni tecniche

Sulla scia di Scappa – Get Out, Rosemary’s Baby e The Bride, una delle ultime declinazioni del filone horror è quella di concentrarsi, come si diceva, sulle relazioni di coppia, e portare all’estremo tutti i dissapori e le stranezze delle rispettive famiglie di appartenenza dei due sposi. Nel caso di Finché morte non ci separi, le premesse erano molto buone: partiamo da una scenografia interessante e sofisticata, unita ad un’atmosfera da vecchio film giallo. Caratteristiche che in genere riescono ad “elevare” un horror basilare a un prodotto più “elegante”. Anche la pacata follia dei Le Domas risultava molto affascinante sulla carta. Il risultato però non è stato all’altezza delle aspettative.

Troppi personaggi portati in scena ma senza un vero approfondimento psicologico, rimanendo sul piano del personaggio “tipo” e non su quello dell’ “individuo”. Contraddittori e senza motivazioni serie per le loro azioni, sono i protagonisti di dialoghi superflui e percorrono una storyline con buchi nella trama (nonostante la presentazione dell’antefatto), fino ad arrivare al finale inaspettato ma non spiegato a dovere.

L’unico personaggio con un minimo di interesse psicologico è Grace, rappresentata come “donna forte”, avvezza alle parolacce e molto tosta. Non la classica dama in pericolo, se non altro, e lo capiamo già dalle prime battute che le sono affidate nelle scene iniziali. Tecnicamente, troviamo molti primi piani sui volti degli attori, per cercare di mostrare le loro emozioni. Scene al rallentatore nei momenti clou e un accompagnamento musicale a cui stiamo facendo il callo: il contrasto di musica classica con scene splatter, per poi un minuto dopo scegliere una ballata rock in un momento felice. In conclusione, Finché morte non ci separi poteva dare tanto ma non si distingue dagli altri e che confeziona un finale così irrealistico e incoerente, da compromettere anche tutto il resto dell’esperienza visiva.

Finché morte non ci separi

Voto - 4

4

Voto

Lati positivi

  • Scenografia

Lati negativi

  • Buchi nella trama
  • Elementi troppo surreali che stonano
  • Finale incoerente

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