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Honey Boy: recensione del film biografico con Shia LaBeouf

L'attore dipinge il ritratto di il ritratto di una famiglia disagiata, povera e frantumata in mille pezzi

Il nuovo film con Shia LaBeouf è stato presentato alla quattordicesima edizione della festa del cinema di Roma; la pellicola si presenta come una storia drammatica ispirata a fatti reali. Honey boy, di cui ci apprestiamo a presentarvi la recensione, è il ritratto di una famiglia disagiata, povera e frantumata in mille pezzi come uno specchio rotto. Diretto da Alma Har’el il film è stato sceneggiato dallo stesso Shia LaBeouf. La storia è ispirata alla vita dell’attore e al tumultuoso rapporto che aveva con suo padre.

Il titolo deriva dal soprannome che gli era stato dato da piccolo, quando sognava di diventare un grande attore, nonostante il fardello di avere un padre alcolista e talvolta violento. Nel film Shia LaBeouf interpreta la figura severa e sregolata del genitore. Nei panni del figlio Otis Lort, alter-ego dell’attore stesso, c’è sia Noah Jupe che Lucas Hedges dal momento che la storia è spezzata in due archi temporali differenti.

Indice

Honey boy recensione

Honey Boy non è solamente una storia drammatica ma anche una testimonianza della dura infanzia vissuta dal controverso Shia LaBeouf. Otis Lort è un giovane attore cresciuto in un motel tra spacciatori e prostitute, costretto al fianco di un padre alcolista e violento. Profondamente segnato da un’infanzia rubata il ragazzo vive pieno di paure e vizi. Inoltre un carattere violento e rabbioso lo porta ad avere ben più di qualche problema con la giustizia. La storia si divide in due filoni narrativi principali mostrandoci dapprima un Otis dodicenne alle prese con il padre (Shia LaBeouf), poi un Otis più grande e maturo in aperto contrasto col mondo che lo circonda.

La cattiva educazione che ha segnato la sua infanzia si ripercuote ora implacabile sugli errori che commette quotidianamente. Otis è diventato l’ombra di suo padre, ereditandone buona parte dei vizi e dei difetti caratteriali. Una storia drammatica ispirata a fatti real, cosa che non fa altro che alimentare la curiosità verso questa pellicola.Honey boy recensione

Honey boy: analisi in breve

La vita del protagonista, così come quella di LaBeouf non è altro che una lotta continua per riconciliarsi con un padre che non c’è mai stato veramente. L’Otis/Shia oramai adulto porta ancora cicatrici indelebili nella sua mente. Paura, ansia, vizi e rabbia repressa, lo conducono in un vortice che lo spinge dritto all’Inferno. In tutto il film è evidente come Otis combatta con tutte le sue forze per non diventare come suo padre. Quell’uomo che ha tanto amato quanto odiato per tutto quello che gli ha fatto mancare, a partire da un affetto paterno e sincero.

La rabbia e la violenza si trasmettono come un morbo ereditario nella sua famiglia da almeno due generazioni. Infatti, lo stesso padre di Otis è stato a sua volta vittima di una figura paterna violenta e alcolista. In questo fenomeno a cascata dove tutto si ripercuote poi sui figli viene da chiedersi quanto conti l’individualità e la volontà umana per sottrarsi ad un destino che sembra inevitabile.

Otis incarna quella volontà cosciente che ce la mette tutta per distaccarsi da quel cammino buio e tortuoso in cui l’ha condotto il padre. Il film è essenzialmente una storia drammatica condita da qualche scena concettualmente pesante. La violenza è più psicologica che fisica, ma c’è e si sente tutta, un vero e proprio macigno sulle spalle di un piccolo dodicenne. Oltre al montaggio ben realizzato e funzionale alla narrazione della storia spicca l’ottima interpretazione di Shia LaBeouf che anziché interpretare il suo “verosimile alter-ego” si cala nei panni del “padre padrone”. Il ruolo di Otis viene quindi diviso tra Noah Jupe e Lucas Hedges nelle due diverse parentesi temporali in cui si svolge il film. Honey boy è il soprannome del bambino, un appellativo che esprime tutta la dolcezza, tenerezza e fragilità del dodicenne.

Considerazioni finali

Tiriamo dunque le somme alla fine di questa nostra recensione su Honey Boy, film presentato in anteprima alla quattordicesima edizione della festa del cinema di Roma. La pellicola scritta ed interpretata da Shia LaBeouf è una buona storia con una drammaticità vera ed attuale, di quelle che funzionano e ti fanno riflettere. Un film che nel complesso funziona ma che non raggiunge mai momenti veramente commoventi o emotivamente forti.

Per circa 95 minuti di girato il regista Alma Har’el cerca di mostrarci come abusi e violenze si ripercuotano poi sulla vita adulta. L’unica salvezza per Otis è la sua unica grande passione, ovvero la recitazione. Passione che si trasformerà poi nella sua professione. Shia LaBeouf eleva il lavoro e l’arte ad unica e vera valvola di sfogo, l’unico modo per fuggire via da un’infanzia ingiustamente sfregiata. Una lotta per riappropriarsi della propria vita e non cadere negli stessi errori di una figura paterna negativa. Un film consigliato a tutti colori fossero in cerca di un buon film drammatico con un’ottima recitazione.

Honey Boy

Voto - 6.5

6.5

Lati positivi

  • Recitazione
  • Non annoia

Lati negativi

  • Ritmo tendenzialmente piatto

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