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Il cigno nero: la recensione del film di Darren Aronofsky

Ecco il nostro punto di vista su "Il cigno nero", uno dei film più amati e contemporaneamente più controversi degli ultimi anni

Quando Il cigno nero fu scelto come film d’apertura per la 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, le aspettative erano alte. E se durante la proiezione le perplessità hanno accompagnato il percorso narrativo, alla fine della proiezione restavano poche parole. Il film di Darren Aronofsky entra di diritto tra i migliori film del XXI secolo. Ci entra per via di una sapiente maestria registica e una narrazione che coinvolge i sensi e la riflessione.

Con una Natalie Portman in stato di grazia e un cast incredibile, il film è la controversa e tragica parabola di uno sdoppiamento schizofrenico reinventato a partire dal celebre balletto “Il lago dei cigni” di P. I. Ciaikovsky. In questa riflessione poniamo l’accento sulla materia costitutiva della narrazione dello sviluppo del film, provando a tirare le somme su uno dei migliori film del regista. Oltre che una recensione, l’articolo sarà un’analisi che verterà su aspetti cinematografici ma anche psicologici, musicali e filosofici. Godetevi la nostra recensione de Il cigno nero.

Il cigno nero: recensione

Il lago dei cigni

Nina Sayers è giovane e brillante ballerina del NYCity Ballet. La ragazza ha ereditato la passione per la danza dalla madre, ex ballerina, e adesso punta in alto. La posta in gioco viene tirata in ballo dal direttore artistico della scuola che ha deciso di mettere in scena “Il lago dei cigni” balletto in quattro atti a cui tutte le ballerine sognano di prendere parte. Nina sa di avere le carte in regola per interpretare Odette, la protagonista. L’unico ostacolo è che, sin dal 1895, è tradizione far interpretare alla medesima ballerina i due ruoli antitetici di Odette e Odile. La prima, il cigno bianco, innocente e candido. La seconda, il cigno nero, sensuale  e oscura provocatrice. Dopo esser stata scelta, le difficoltà sorgono perché la ragazza sembra non riuscire, nonostante la perfezione come cigno bianco, a tirare fuori il lato più seducente e libero del cigno nero.

Nina non riesce a vivere bene questa situazione, non riuscendo neanche a sentirsi pronta per questo ruolo. In tutto ciò un nuovo problema sovviene quando nella scuola arriva Lily, una nuova ballerina che sembra avere tutte le carte in regola per poterle soffiare il posto. La ragazza, come se fosse l’alter ego di Nina, si presenta non solo sicura di sé, ma con la spregiudicatezza che la porta ad interpretare il ruolo del cigno nero senza essere ostacolata dal desiderio di perfezione che attanaglia la psiche della protagonista. Nina sa bene che Lily può essere una nemica ma la vede come modello di quel lato che a lei manca per essere la perfetta protagonista del balletto. Nonostante la determinazione, gli incubi, le visioni e le insicurezze portano la ragazza ad essere sempre più fragile e instabile.

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Il rapporto madre-figlia

Per poter delineare gli aspetti della figura di Nina, dobbiamo fare una premessa accennando al rapporto con la madre. Come già detto durante il riassunto della trama, la madre di Nina è un’ex ballerina e pone molte aspettative sulla carriera della figlia. Questo è evidente nella cura e le attenzioni che la madre riserva alla ragazza, trattandola quasi come una bambina, dominando la sua intera vita. Paradossalmente però, dal momento in cui Nina riceve la parte, inizia a mostrare comportamenti che rivelano una nascosta gelosia.

Un episodio cardine per affrontare questo tema si presenta nel momento in cui la madre porge una torna a Nina, che rifiuta: la madre si infuria e la figlia, spaventata, cede all’offerta materna. Nel rapporto madre-figlio, il cibo rappresenta, simbolicamente il primo tramite importante tra i due. Il figlio così, in età infantile, riesce a capire che qualcuno può soddisfare i propri bisogni, prendendosi cura di lui. Così si crea un importante contatto tra i due.
In questa situazione, la madre non è in sintonia con il bisogno della figlia che, in quel momento, non ha fame. Il rifiuto del cibo offerto potrebbe corrispondere al rifiuto stesso della madre. Rifiuto che sembra poter sfociare in una crisi più problematica nel momento in cui percepiamo che Nina, pur accettando le minuziose attenzioni materne, vive questo come una persecuzione, un tormento.

E difatti tutto questo sfocerà in un’aggressività della figlia che si manifesterà soprattutto come forma di ribellione. Questo è accentuato dalla storia professionale della ragazza che, scoprendo sempre più il lato oscuro del cigno nero, non riesce a tornare indietro. La passione la libido prendono il sopravvento, dominando le decisioni della ragazza, che non era mai stata investita da tali energie, represse dal contesto familiare. Tema questo che caratterizza la personalità della protagonista che si vede nel film.


Il cigno nero: un possibile caso di schizofrenia

Nina nel corso del film, vede spesso entità e persone, immagina particolari situazioni raccapriccianti che, nella realtà dei fatti, non esistono fuori dal suo cervello. Questo porta a pensare ad un caso di schizofrenia. I suoi deliri allucinanti sembrano essere tutti delle persecuzioni per la ragazza che non riesce a liberarsene. Nina è portata addirittura ad accusare Lily di perseguitarla, vive il rapporto materno come una persecuzione e se potesse farebbe a se stessa la stessa accusa. Delle ossessioni dalle quali la ragazza non sa come uscire.
La protagonista sembra essere, inoltre, preda di cosiddetti “deliri onirici”: la sua persona sembra non riuscire a distinguere l’ambiente reale da quello del sogno, percependo in modo alterato ciò che la circonda e soprattutto se stessa.

Gli studi del settore portano però all’esclusione della schizofrenia, adottando una più generale forma di psicosi. Con questo termine si intende un disordine mentale che porta la personalità del soggetto affetto a non percepire adeguatamente la realtà. Questo porta il soggetto a isolarsi e non vivere in modo adeguato i rapporti sociali: tutte situazioni che rivediamo nella protagonista. Il suo caso si presenta come una psicosi di tipo funzionale, che porta ad una grave alterazione della personalità, tra le altre cose. Allucinazioni e fantasie penetrano nella mente del soggetto che ha difficoltà a distinguerle dal reale. Il cigno nero analizza quindi, attraverso il mezzo cinematografico, alcuni elementi del mondo delle crisi e delle fragilità psicologiche. Una lezione, oltre che di cinema, di psicopatologia.

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La perfezione e le allucinazioni

La personalità di Nina si mostra fin da subito perfezionista in modo maniacale, ogni compromesso sarebbe accettato per essere perfetta. Non importa se i piedi sono stremati e se il corpo sta cedendo, non importa neanche aver rinunciato alla propria vita e allo svago: importa la perfezione sul palco. Questo però non è vissuto dalla protagonista in maniera tranquilla: le pressioni della madre e del coreografo, sommate alle personali ambizioni, la portano ad uno stato di stress e di perdita di controllo. Ed è risaputo che spesso l’artista arriva a perdere se stesso nella ricerca inarrestabile dell’interpretazione eccezionale. La perfezione e la ricerca di essa è quindi, ne Il cigno nero, uno degli elementi attorno a cui ruota la crisi di Nina.

In Nina, l’emergere pian piano di un lato oscuro diametralmente opposto, stravolge una personalità e un equilibrio già soggetti allo sgretolamento, mentre le ossessioni e le allucinazioni aggravano il disturbo della percezione della realtà, di cui già si è discusso. Le allucinazioni , per Nina, servono a proiettare fuori di sé quel lato che a lungo è rimasto represso dentro. Questo manifesta una rottura con il suo Io, troppo debole, portandola a non riconoscere nemmeno il suo riflesso nello specchio. La sua fragilità trova nella proiezione allucinogena una via di fuga, portandola però sempre più a non riconoscere la matrice di tali immagini. Le già citate persecuzioni sono alla base delle allucinazioni che portano sempre più Nina all’autolesionismo e alla più generale autodistruzione.

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Il balletto e la colonna sonora

L’identità

Doveroso un piccolo approfondimento sulla colonna sonora, parte essenziale del film e sulla quale si è lavorato in modo non meno maniacale del comparto visivo e della scrittura.

La rilettura del balletto rappresenta una forzatura creativa: se nel film il tema narrativo è quello del doppio, nel balletto invece ruota attorno al sosia, anche se entrambi appartengono comunque al campo tematico dell’identità e del suo sdoppiamento. Dunque, nel balletto originale non è presente il doppio generato dalla psiche di Nina che proietta su un suo alter-ego, Lily, un lato represso della sua personalità. Invece è presente un sosia (Odile, il cigno nero) che con la sua somiglianza stravolge gli assetti della storia tra il principe Sigfried e la bella Odette, portando il principe ad essere incastrato. Nel film, invece, la vittima è Nina (in questo caso Odette, il super-Io della propria personalità), motore stesso dello sdoppiamento. La ragazza materializza in Lily o nei suoi doppi provocati da allucinazioni, cigni neri ed Es della propria personalità, tutte le parti represse della sua personalità.

Questi temi, follia schizofrenica che diventa realtà e metamorfosi, cari a Aronofsny, hanno permesso al regista di essere messi in scena non solo perché i temi di sosia e doppio appartengono ad un unico macro-campo ma soprattutto per via della tradizione del balletto: quella di far interpretare i due cigni alla stessa ballerina. Il regista si è servito del compositore Clint Mansell, non tanto per ri-orchestrare le musiche ed adattarle al film ma quanto per riformularle radicalmente pur mantenendo un debito nei confronti del testo musicale originale.

La messa in scena musicale

Della musica originale del balletto vengono conservate ampie zone solo nelle sequenze iniziali del film e durante le vere e proprie messe in scena del balletto. Tuttavia, a causa dell’oscillazione tra visione fantastica e realtà, spesso la colonna sonora nel film risulta ad un livello ambiguo e slittante: potrebbe essere interna alla diegesi, ovvero la musica del balletto che si sentirebbe nella realtà; una musica che proviene dalla mente della protagonista, che quest’ultima associa a determinati eventi (compatibile con la psicosi della ragazza); oppure semplicemente ad un livello esterno come sottofondo alle scene. Quest’ultima tesi può essere avvalorata dal fatto che spesso la musica del balletto può essere ascoltata in sottofondo quando la protagonista non avrebbe modo di poterla sentire: date le associazioni simboliche generate dalla psiche di Nina, la stessa musica che ascoltiamo potrebbe essere un’illusione creata e associata a determinati eventi, situazioni o soggetti.

Interessanti sono gli elementi musicali sub-tematici presi dall’originale balletto di Ciaikovsky: brevi spunti di transizione, figure di accompagnamento o singoli accordi. Essi sono elaborati da Mansell con vari strumenti e in modo particolare sono eccezionali le ri-elaborazioni in combinazioni di suoni sintetizzati e acustici che sono associati, in scena, ai momenti di allucinazione, di autolesionismo o abbandono alle pulsioni libidiche represse.
Ma molto più spesso, la musica che sentiamo nelle scene deriva dal solo pianoforte situato in sala prove.

Ne Il cigno nero, l’informazione sonora è presente quasi sempre, con pochissime fasi di riposo. Essa volontariamente “preme” sullo spettatore per soffocarlo in un drammatico vortice. Questo per arrivare a farlo identificare emotivamente con l’eroina maledetta. In queste dinamiche Aronofsny ha sempre dimostrato un’abilità fuori dal comune.

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Il caso Perfect Blue

Il film intesse uno stretto dialogo con un prodotto d’animazione giapponese del 1997, Perfect Blue di Satoshi Kon. L’elenco di analogie narrative è immenso, anche se il regista americano ha più volte negato di essersi ispirato all’opera. Entrambi i film affrontano quei temi a cui Aronofsky si interessa, premendo sulla costruzione dell’identità personale nella società contemporanea.

Nei due film la figura della protagonista viene fatta riflettere attraverso vari oggetti, come a chiamare in causa quell’identificazione che viene compromessa. I film hanno profonde differenze che portano ad interpretazioni molto differenti, anche per via dei contesti. Ma non è un azzardo vedere nel film di Aronofsky citazioni del film di Kon. La sostanziale differenza con Perfect Blue sta nel fatto che nel film con protagonista Natalie Portman il focus non perde mai di vista la protagonista. Il resto, ciò che la opprime, non è altro che una sua proiezione. Kon invece sembra far fare alla sua protagonista un’analisi più che con se stessa, con la disturbata società giapponese e il confronto con essa. Ne Il cigno nero l’immagine cinematografica offre uno specchio su cui Nina proietta e il cinema stesso perde di vista la realtà.

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Il cigno nero: il vorticoso cinema di Aronofsky

Non possiamo non fare menzioni al lato più propriamente cinematografico. Aronofsky con Il cigno nero sviluppa una riflessione su concetti a lui cari come l’identificazione e la struttura dell’identità, adattando i temi narrativi alle immagini. Riesce a farlo eccezionalmente adottando strumenti che riescono maggiormente a far immergere lo spettatore e a farlo immedesimare maggiormente: ad esempio la camera a mano o l’uso di inquadrature soggettive. La camera a mano, con stile documentaristico, danza insieme ai personaggi, cattura le energie e i drammi in primo piano. Ma soprattutto, esplora meglio il mondo del balletto, dall’interno, così come aveva fatto con il mondo del wrestling nel precedente prodotto. Il montaggio è vorticoso, dinamico e straniante: del resto, vediamo con gli occhi di Nina. La fotografia svolge egregiamente il suo lavoro, non puntando mai ad eccessi visivi, portandoci sempre a vedere la macchina da presa come l’occhio della protagonista: una fedele ripresa verista.

Regia, sceneggiatura, ritmo narrativo e il resto riescono a far diventare lo stesso spettatore un protagonista. Protagonista che può solo guardare da estremamente vicino il processo di distruzione della persona. E se questo non bastasse, la protagonista riesce ad aggiungere la goccia di sublime attraverso l’interpretazione eccezionale di Natalie Portman. L’attrice riesce a svolgere un ruolo fin troppo complicato, raggiungendo probabilmente l’apogeo della sua carriera attoriale, fin’ora. Il tutto condito dall’Oscar alla miglior attrice protagonista. Un premio che simboleggia la cura e l’altezza narrativa e cinematografica di un prodotto che avrebbe meritato di più nel contesto festival-premi. Un prodotto curato nel dettaglio e maniacalmente, come una madre cura la propria figlia. Sicuramente uno dei migliori film di questo decennio.

Il cigno nero, di Darren Aronofsky

Voto - 8.5

8.5

Lati positivi

  • La regia: Darren Aronofsky sfrutta tutte le carte che ha per portare all’immedesimazione totale lo spettatore
  • Natalie Portman: sublime interpretazione
  • La colonna sonora: perfetta sintonia tra la musica e le immagini
  • La narrazione: lo sviluppo della storia non trova punti morti e fa del dinamismo l’arma in più

Lati negativi

  • La complessità generata dalla fusione di allucinazioni e realtà può portare ad uno stato di confusione che può non essere gradito ad alcuni spettatori (anche se questo non è propriamente un lato negativo)

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