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L’uomo senza gravità: recensione del film Netflix con Elio Germano

Marco Bonfanti ci regala una favola moderna incentrata sulla tematica della diversità

L’uomo senza gravità, diretto dal regista Marco Bonfanti, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019. Nel film, distribuito nelle sale italiane da Fandango come evento speciale il 21, 22 e 23 ottobre 2019 e distribuito nel mondo da Netflix dal 1 novembre, troviamo come protagonista Elio Germano. La pellicola è una favola in chiave moderna. Ambientata nell’Italia del Nord, ambisce ad affrontare la tematica della diversità con l’espediente narrativo di un “superpotere”. Una particolarità del tutto fantastica, che il protagonista porta con sé dalla nascita. Si tratta di un film drammatico, dolce e allo stesso tempo crudo. Una storia capace di narrare le vicende esistenziali di un antieroe che deve fare i conti con il suo superpotere e con la solitudine che ne deriva. Un inno alla leggerezza che, come vedremo nella nostra recensione di L’uomo senza gravità, contribuisce a mettere in luce il peso dell’esistenza umana.

Indice

L’uomo senza gravità recensione – Trama

Oscar, il protagonista interpretato da Elio Germano, nasce in una clinica di un piccolo paese nell’Italia degli anni ’80. Fin dalle prime ore di vita, presenta una caratteristica molto particolare su cui ruoterà attorno l’intera pellicola: Oscar galleggia nell’aria. Non subendo le leggi di gravità a cui tutti gli esseri umani sono sottoposti, dovrà invece subire quelle che spettano ai diversi. Nato e cresciuto in un piccolo borgo del Nord, vive con la madre Natalia (Michela Cescon) e con la nonna materna Alina (Elena Cotta). L’infanzia di Oscar è un’infanzia segnata dal peso del suo superpotere e dal suo emblematico zaino rosa imbottito di contrappesi. Uno zaino da cui non può separarsi senza rischiare di fluttuare nell’aria; arrivando chissà dove. Il protagonista, prima di confrontarsi con il mondo degli adulti, dovrà prendere coscienza di tutti i guadagni (e le perdite), derivanti dalla sua indifferenza alle leggi fisiche della gravità.

Dovrà scontrarsi con l’iperprotezione di sua madre e di sua nonna. Le sue due uniche parenti, cui spetta l’educazione di un figlio che non può andare a scuola e il suo mantenimento, in assenza di un padre di cui si sono perse le tracce. Due figure femminili, quelle della madre e della nonna di Oscar, di forte rilievo all’interno della storia; figure che si discosteranno totalmente da Agata (Silvia D’Amico), unica amica e unica custode del suo segreto finché egli non lo rivelerà al mondo, nel modo più plateale possibile. Il superpotere del protagonista lo condurrà alla fama e alla notorietà; spingendolo in luoghi e situazioni molto distanti dalla sua vita “Leopardiana” (e fortemente segregata), nel piccolo borgo dell’Italia del Nord. Il giovane uomo interpretato da Elio Germano, dovrà infatti fare i conti con tutti coloro che cercheranno di ridurlo a fenomeno da circo e mero guadagno economico.L'uomo senza gravità recensione

L’uomo senza gravità recensione – Quando avere un superpotere significa essere soli

Il tema principale della pellicola è certamente la solitudine che deriva dall’essere diversi. Una tematica su cui ruota l’intera struttura della storia diretta da Marco Bonfanti. Nascere con un superpotere come quello con cui è nato Oscar, significa non poter avere la stessa vita degli altri bambini. Significa misurarsi con il mondo e la realtà circostante in un modo del tutto differente e anomalo. Vuol dire avere prospettive e possibilità indefinite, rispetto a tutti gli altri. Ma fluttuare nell’aria significa anche rischiare di circondarsi di persone che vedono, in quella particolarità, un’occasione di profitto. Un superpotere da poter monetizzare nel duro mondo delle star. Un mondo dove persino i “normali” rischiano di ritrovarsi soli (figuriamoci un uomo che, diversamente da tutti i comuni mortali, galleggia nell’aria). Ma essere “L’uomo senza gravità” significa anche essere leggeri; ed è proprio un senso di leggerezza, ciò che il regista vuole spargere nella storia.

Sebbene l’infanzia di Oscar, spesso recluso in casa per evitare che voli via, si riveli di una pesantezza capace di stonare con la sua tenera età, il protagonista fa sua la leggerezza. Elio Germano riesce a fluttuare tra le disgrazie e gli inconvenienti della vita, proprio con la stessa leggerezza che gli impedisce di “stare con i piedi per terra”. Il famoso zaino pieno di contrappesi (che gli varrà il soprannome di “Zaino”, tra gli abitanti del paese in cui crescerà), si rivelerà poca cosa, in confronto ai macigni che la vita gli metterà addosso. E la solitudine è certamente uno di questi. Un peso che, da piccolo, è riuscito a gestire grazie a sua madre, sua nonna e all’unica amica custode del suo segreto. Attraverso il suo accento del Nord e le sue battute ingenue, l’antieroe Oscar ci spiega come apparire leggeri pur essendo fondamentalmente soli.

Una regia agrodolce accompagnata da una fotografia vincente

Marco Bonfanti, attraverso la sua regia, risulta veramente molto capace nel mostrarci i dettagli e le sensazioni più disparate. La durezza dell’infanzia, passata dal protagonista nelle quattro mura domestiche “riallestite” per il suo superpotere, traspare attraverso importanti scene ed inquadrature. La fotografia di Michele D’Attanasio (vincitore del David di Donatello nel 2017, per il film “Veloce come il vento” di Matteo Rovere) ci regala un’atmosfera dai toni freddi nebbiosi e prettamente “fiabeschi”; ricca di splendide inquadrature del paesaggio alpino invernale.

Allo stesso tempo, il protagonista Elio Germano, che non ha certo bisogno di presentazioni, rimane impeccabile nelle sue doti di recitazione, attraverso un’interpretazione fortemente realistica e ben riuscita. Anche dal punto di vista dell’accento tipico di certe zone d’Italia. Le figure femminili presenti nel film, tra cui l’attrice Silvia D’Amico, donano un’impronta recitativa significativa, spiccando anch’esse come figure emblematiche di un determinato periodo e contesto storico italiano. Quello degli anni 80 del secolo scorso.

Conclusioni

Concludiamo la recensione del film L’uomo senza gravità dicendo che la pellicola si rivela, in definitiva, un prodotto ben riuscito. Un prodotto che, in termini di qualità, risulta essere più che sufficiente per competere nel panorama dei film targati Netflix. Il regista riesce ad intrattenere per quasi due ore un pubblico forse stanco delle solite storie italiane, attraverso una sceneggiatura scorrevole che resta però nei limiti di precisi schemi narrativi.

Complice del successo, un protagonista perfettamente riuscito. In cui per lo spettatore risulta impossibile non immedesimarsi. Elio Germano, infatti, facendo sfoggio di un magnifico accento Bergamasco, difende ancora una volta il suo posto di rilievo tra i migliori attori italiani. E lo fa, questa volta, soprattutto attraverso il suo corpo e puntando molto sulla fisicità per donare spessore al suo personaggio. “L’uomo senza gravità”, infine, dimostra con gentilezza, intelligenza e da un originalissimo punto di vista, i dilemmi esistenziali che ogni essere umano vive nel cammino verso la propria realizzazione.

L'uomo senza gravità

Voto - 7

7

Lati positivi

  • Interpretazione Elio Germano
  • Tematiche importanti in chiave leggera

Lati negativi

  • Finale piuttosto banale
  • Troppi luoghi comuni sul rapporto madre/figlio

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