Recensioni

La ragazza del treno: un thriller in rosa tra amnesie e binari

In programmazione nelle sale italiane dal 3 novembre di quest’anno, La ragazza del treno di Tate Taylor si aggiudica buoni risultati al pari di quelli ottenuti in altri stati. Il motivo di questo successo non può che ricercarsi innanzitutto nella coinvolgente trama ricca di suspense, la storia di una misteriosa ragazza scomparsa che sembra essere imprescindibilmente legata alla vita di una triste donna con problemi di alcool e del suo doloroso passato (basato sull’omonimo romanzo di Paula Hawkins). Non minore importanza, poi, è da attribuirsi alla considerevole performance recitativa di Emily Blunt, nel ruolo della tormentata protagonista, che, spalleggiata da Haley Bennett, Rebecca Ferguson e Justin Theroux, riesce ad impersonare al meglio il concitamento dei fatti narrati e la forza delle situazioni emotive dei rispettivi ruoli.
Al di là, tuttavia, di questi semplici dati oggettivi, La ragazza del treno vede basare la maggior parte del suo successo su una complessità strutturale e su un coinvolgimento del pubblico che incarna in maniera molto efficace l’idea più pura di thriller: facendo miratamente riferimento al suo modello cinematografico Gone Girl, il film innesca una serie di intrecci, alti e bassi tra realtà e finzione, che fino alla fine tengono lo spettatore attaccato alla poltrona e intento a cercare una logica in questo scenario di follia, fraintendimenti e allucinazioni che riescono a mettere ogni personaggio in scena nella posizione che meno cattura la simpatia del pubblico.

La particolarità dell’ultimo lavoro di Taylor, infatti, non sta certamente nell’utilizzo di una regia particolarmente originale (efficaci, ad ogni modo, sono i molti primi piani e la scelta dell’ambientazione), ma nella capacità di dar vita a tanti volti diversi ma sovrapponibili, tutti con idiosincrasie, tutti con passati dolorosi, tutti con la capacità di risultare ineluttabilmente sgradevoli ed esposti al giudizio aspro di chi li guarda da fuori. Unica figura che cattura il sincero affetto degli spettatori è offerto dal cameo di Lisa Kudrow, la Phoebe di Friends, incaricata dell’onere di fare da fata turchina e riportare chiarezza nel mare di egoismo e rabbia che attanaglia tutti i suoi compagni di scena.
Ulteriore caratteristica del film, poi, è certamente l’attenzione per la figura femminile, le luci puntate sul tema della maternità, della violenza e dello stalking, oltre che sulla solidarietà e sulla complessità nel giudicare in merito a situazioni quali i tradimenti, matrimoni e scelte di una vita più dissoluta, tutti spunti di riflessione molto caldi e molto attuali.
In definitiva, dunque, La ragazza del treno può definirsi come un thriller crudo e impietoso, non in grado di offrire un reale approccio creativo al genere ma più che capace di attirare pubblico e consensi, senza annoiare e, soprattutto, facendo anche un po’ riflettere su ciò che ci circonda, chiedendoci quante vite vediamo scorrere davanti ai nostri occhi dal finestrino di un treno e quanto di oscuro si celi dietro ogni volto che incontriamo e ci illudiamo di conoscere.

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