Recensioni

L’odio: la recensione del film cult francese firmato Mathieu Kassovitz con Vincent Cassel

Ecco la recensione di Filmpost.it del film cult francese del 1995 “L’odio“, di Mathieu Kassovitz con un giovane Vincent Cassel.

Osannato, e allo stesso tempo temuto, al Festival di Cannes del 1995, L’odio (La haine, in lingua originale) è un film che ha lasciato il segno nel cinema europeo degli anni ’90, raggiungendo un successo di pubblico vastissimo e dando modo al cinema francese di imporsi ancora una volta come uno dei più apprezzati nel vecchio continente.

La pellicola, in giro per il mondo, è facilmente riconoscibile per l’utilizzo delle riprese in bianco e nero, e la sua fama è legata molto strettamente a quella di Vincent Cassel, nel momento di esplosione del suo successo personale.

Qui l’ex marito di Monica Bellucci  viene calato in un contesto sin da subito presentato come ostile e pericoloso, durante la metà degli anni ’90: ci troviamo, infatti, nella periferia di Parigi, la Banlieu, dove la povertà è dilagante e dove la differenza fra l’affascinante e lustrato centro e le zone limitrofe risulta netta e crea una forte situazione di disagio e frustrazione per gli abitanti di queste ultime. In particolare crescono le tensioni, ormai quotidiane, fra i tantissimi francesi di seconda generazione, spesso di etnia araba, africana o ebrea, e le forze di polizia, sempre più simili a forze di combattimento repressive pronte a combattere con la forza ogni più piccolo disordine.

Vincent Cassel nel ruolo di Vinz


L’odio: Vincent Cassel e gli altri protagonisti

In questo contesto vive Vinz (Vincent Cassel) ragazzo ebreo delle banlieu che ha giurato vendetta nei confronti della polizia nell’eventualità in cui il giovane Abdel, ragazzo del quartiere, adesso in coma, muoia a causa del pestaggio subito dalla polizia durante degli scontri.

Insieme a Said, ragazzetto maghrebino del ghetto, e Hubert, ragazzo di origini africane, più saggio e cauto rispetto ai due amici, Vinz viene seguito dai sapienti movimenti di macchina di Kassovitz, che, oltre ad aver diretto il film ne ha anche firmato il soggetto e la sceneggiatura.

Vinz, Said e Hubert


L’odio:  l’esaltazione del realismo

Il regista non usa mezzi termini o artifici patinati per raccontare una storia che non ne ha bisogno: la macchina da presa è al servizio del realismo, ricercato in una maniera maniacale attraverso la rappresentazione quanto più aderente al contesto di degrado in cui si trovano a vivere i protagonisti del film, dandoci più domande a cui rispondere, piuttosto che risposte chiare ed esaustive.


Perché tanto odio? Perché tanta paura e tanta violenza? Le domande che sorgono durante la visione del film sono spontanee, oltre che universali: la periferia di Parigi non è molto diversa da qualunque parte del mondo dove quotidianamente gruppi di persone si scontrano con altri gruppi di persone, per cause che dimostrano la vera natura dell’uomo, sempre pronto a diventare lupo e a divorare i propri simili.

L’odio: il realismo diventa cult

Vincent Cassel è bravissimo a caratterizzare un personaggio che sarebbe facile etichettare come ignorante e violento. In realtà la rabbia e l’odio che vengono covate nell’animo di Vinz vanno al di là della semplice ignoranza e dal semplice prurito alle mani, ma hanno radici più profonde nella storia di una nazione che ha fatto dell’integrazione un suo vanto, che si trova, invece, a fare i conti con un razzismo e una xenofobia dilagante.

Si diceva più sopra che Kassovitz ci invita a porci delle domande piuttosto che a fornirci delle risposte. Ma, allo stesso tempo, il regista ci offre una chiave di lettura che può essere considerata universale: l’odio e la violenza sono gli unici mezzi di comunicazione di milioni di persone a cui è stata tolta la voce per ragioni sociali e razziali.

d Vinz, Said e Hubert a Parigi


L’odio:  un film francese nella periferia di Parigi

Il realismo della pellicola viene amplificato se questa viene vista in lingua originale: recitato con l’accento della periferia parigina, il film conta anche l’utilizzo del linguaggio verlan, caratterizzato dall’inversione delle sillabe di una stessa parola. Nonostante questo, se non si è quantomeno abituati all’ascolto del francese, la versione italiana, di ottimo livello, è più consigliata.

Uno dei pregi della pellicola è quella di non mostrare troppe scende violente e cruente, riuscendo, tuttavia, a far percepire la tensione e la violenza, che spesso va al di là dello scontro fisico. La violenza è in televisione, la trovi nei cartelloni pubblicitari, nei notiziari e nei giornali. L’odio diventa, così, il sentimento più semplice e soddisfacente, facile da assimilare ed esprimere rispetto al compromesso, più difficile da accettare.
Infine, sono poche le speranze e le prospettive positive secondo il punto di vista del regista, che si preoccupa, comunque, di evitare facili stereotipi, riuscendo a caratterizzare i personaggi in una maniera mai banale o piatta. L’utilizzo del bianco e nero, oltre ad aumentare la cupezza dell’intero contesto, aiuta lo spettatore a non farsi distrarre da componenti puramente visive per focalizzarsi sulla componente psicologica dei personaggi, principali e secondari.

L’odio è un film che va visto al di là dell’apprezzamento verso il genere, in quanto riesce a mostrarci uno spaccato sociale apparentemente confinato territorialmente, ma che, in realtà, risulta essere tristemente una rappresentazione universale del genere umano e dei suoi istinti più forti e primordiali.

Scopri alcuni dei film che hanno come argomento principale l’odio in questo articolo:

TOP 5 film che parlano di odio

 

L’odio: la recensione

L'odio - 8

8

The Good

  • Crudo e reale
  • Regia impeccabile
  • Recitazione ottima e ben contestualizzata

The Bad

  • La territorialità del film si perde nella versione italiana
  • Il rischio di cadere negli stereotipi è stato scansato per poco

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