Lovely Boy: recensione del nuovo film di Francesco Lettieri

Francesco Lettieri torna dietro la macchina da presa per il suo secondo film su una stella della scena trap romana

Il mondo della musica è in costante evoluzione. Scoppia una nuova tendenza e non fa nemmeno in tempo ad attecchire che subito c’è qualche altro artista stravagante che la sostituisce con nuove sonorità e attitude. In fondo oltre la musica c’è anche quello, lo stile di vita, il modo di presentarsi e come si viene recepiti dal pubblico. Negli ultimi anni, in Italia come nel resto del mondo, è esplosa la trap; una sorta di sottogenere del rap, e poi neanche tanto, con testi meno elaborati ed un suono più aggressivo. Inizialmente le tematiche erano legate al mondo della criminalità, delle droghe e la rivalsa sociale per chi ha vissuto nella povertà estrema; ma è troppo difficile definire un “genere” musicale attribuendogli caratteristiche precise e non ne vale neanche la pena. Lovely Boy, di cui vi proponiamo la recensione, racconta la storia di un astro nascente della trap in Italia.

Sarebbe sbagliato definire Lovely Boy come “un film sulla trap”, perché più che sulla musica, il regista ha preferito concentrarsi sul vortice autodistruttivo in cui il cantante cade, diventando dipendente da droghe di vario genere. Diretta da Francesco Lettieri, la pellicola si concentra sulla persona, più che sull’artista. Una persona che non si trova in quelle condizioni per un motivo preciso, di certo non perché è un trapper; ma che lo stesso deve affrontare le conseguenze della tossicodipendenza. Dopo il suo esordio su Netflix con Ultras, Lettieri fa un grande passo avanti realizzando un film che rifugge dai soliti cliché e riesce a sfruttare al meglio lo stile “videoclipparo” che lo ha contraddistinto e che si sta brillantemente scrollando di dosso.

Indice

Una storia intrecciata – Lovely Boy, la recensione

Niccolò, in arte Lovely Boy è un artista emergente della scena trap romana. Insieme al suo partner, Nic si fa strada in un ambiente musicale bizzarro, caratterizzato da testi decadenti sull’uso di droga e la vita di strada. Un artista racconta ciò che vive, mette se stesso nelle proprie canzoni e Lovely Boy non scherza quando canta “Croce di Stagnola“. Il ragazzo è un tossicodipendente e questo rischia di rovinargli la vita oltre che la carriera. Il film si divide su due linee temporali alternando il periodo di riabilitazione, alla spirale di droghe, alcool e sesso che hanno portato il cantante all’apice dalla carriera, ma nel punto più basso della sua vita. Dividere la storia su due linee temporali che si intrecciano costantemente è stata una grande idea. Trame del genere spesso si strutturano secondo un modello che mostra prima la caduta dell’eroe e poi il suo percorso di riabilitazione.

Capita infatti che le sequenze nella casa di cura smorzino la narrazione, che subisce un forte rallentamento. Lovely Boy mantiene invece un ritmo serrato, aggiungendo addirittura mistero alla storia cosicché lo spettatore sia curioso di sapere cosa ha portato il protagonista in quel luogo e quanto si sia spinto oltre. Il parallelismo tra la caduta e la risalita è gestito molto bene e più Lovely Boy cade in basso, più Niccolò fa progressi e si rimette in carreggiata. Il graduale cambiamento è evidenziato anche dai capelli; di un rosa quasi accecante durante la carriera e un biondo scolorito in rehab. Man mano che il tempo passa il ciuffo riacquista e perde colore, gli occhi si incupiscono e rischiarano, le ferite sanguinano e cicatrizzano, tutto allo stesso tempo. Le due linee narrative iniziano e finiscono insieme, conferendo al film fascino e carattere.

La vita asettica di una giovane stella – Lovely Boy, la recensione

Come detto nell’introduzione della recensione, Lovely Boy non è un film sulla trap né sulla musica in generale; ma la storia di un ragazzo dipendente dalle droghe ed il suo tentativo di uscirne. A differenza di molti film sulla tematica, abbiamo apprezzato la volontà di non caricare eccessivamente di dramma la storia. Intendiamoci, non c’è nulla di allegro o felice in una vicenda del genere, ma allo stesso tempo il film cerca di raccontare i fatti per quello che sono, senza demonizzare la figura del tossico o voler strappare a forza le lacrime allo spettatore. La storia di Nick è raccontata in maniera asettica, come l’ago di una siringa nuova e ci troviamo dinanzi un personaggio incapace di vivere. Lovely Boy è opaco, indifferente a qualunque cosa. Inutili sono i tentativi della ragazza o della madre di riportarlo ad una condizione normale, perché la normalità ormai non gli appartiene più.

Il mondo del ragazzo è un mondo a sé stante. Egli sembra vivere da solo tanto che già dal titolo, il nome Lovely Boy si trasforma in lonely boy, con l’aggiunta di una semplice stanghetta rossa sulla V. Questa sensazione è data anche dall’ottima interpretazione di Andrea Carpenzano che con una performance più fisica che verbale ha saputo trasmettere l’oblio in cui il personaggio si trova. È interessante la scelta di non rivelare come Niccolò si sia ritrovato in quella situazione; sia per quanto riguarda la carriera che per la dipendenza. Non stiamo guardando un ragazzo che si droga per questioni economiche, o per una condizione di degrado sociale che lo ha portato a quello, non vi è nessuna giustificazione; solo la storia di un tossicodipendente ed il suo faticoso percorso per ritornare alla vita.

lovely boy recensione

Lovely Boy, Indigo Film, Vision Distribution

Videoclip senza musica

La volontà di concentrarsi principalmente sulla storia di Nic è interessante, ma allo stesso tempo rende i personaggi secondari quasi inutili. Il primo giorno in comunità, viene spiegato che il percorso di cura si basa sulle relazioni sociali e non prevede l’utilizzo di psicofarmaci. Il momento peggiore, infatti, Niccolò lo vive proprio quando si isola e si trasforma, sia a livello umano che artistico, in un ragazzo solo (Lonely Boy). Grazie al suo sponsor inizia a fare progressi, peccato che oltre ai membri della comunità non vi siano altri personaggi circostanti che abbiano spazio nel film. Anche la musica svolge un ruolo piuttosto marginale. Abbiamo detto che non è un film sulla trap, però il protagonista è un trapper; ciò nonostante il contesto musicale è quasi totalmente ignorato e ci si concentra principalmente su come l’artista lo mandi all’aria, senza che sia chiaro effettivamente in cosa consista la sua carriera.

Da un punto di vista registico è ravvisabile quello stile “videoclipparo” di cui abbiamo parlato prima, ma è chiaramente voluto. Si parla pur sempre di un cantante ed è lodevole il modo in cui Lettieri ha saputo gestire le scene più “musicali”, per così dire. Quando il personaggio è sotto l’effetto di droghe la regia sfrutta il momento per sperimentare con espedienti estetici molto interessanti che accrescono l’effetto “videoclip” il quale, in un contesto del genere, è un valore aggiunto. Lovely Boy non è un film perfetto, ma ci ha stupito. Lettieri ha saputo trattare la tematica con tatto ed ingegno aggiungendo novità e fascino alla storia anche attraverso una regia piuttosto ispirata. I tempi del “regista di Liberato” sono finiti e se Ultras non aveva convinto, Lovely Boy è la dimostrazione che oltre i video musicali c’è tanto altro e noi non vediamo l’ora di scoprirlo. 

Lovely Boy

Voto - 6.5

6.5

Lati positivi

  • Ottima interpretazione di Andrea Carpenzano
  • La narrazione intrecciata aggiunge carattere al film

Lati negativi

  • I personaggi secondari ed il contesto musicale sono un po' trascurati

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