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Recensione di The Lobster: la potenza della regressione

Recensione di The Lobster, film diretto da Yorgos Lanthimos e interpretato da Colin Farrell e Rachel Weisz. Un prodotto particolare che ha ricevuto anche una candidatura agli Oscar di quest’anno.

La tua relazione è finita e stai attraversando un brutto periodo che tendi di colmare con un’infusione endovenosa di Netflix? Benissimo, verrai trasportato in un hotel nazifascista dove avrai 45 giorni di tempo per trovare un nuovo partner di vita, pena la trasformazione in un animale a libera scelta… perché in fondo siamo in un regime democratico. Ed essere single non sarà più permesso.

The Lobster: una realtà irreale:
Sì, sembra un episodio di Black Mirror, ma in realtà stai guardando The Lobster,
tradotto L’Aragosta, dal nome dell’animale scelto dal protagonista. Un film ambientato in un prossimo futuro distopico, con quel pizzico di cyberpunk che non guasta; il nuovo parto di Yorgos Lanthimos.
Chi?
Quel regista greco che di irrealtà e deumanizzazione ne aveva già parlato in quel Kynodontas del 2009; per tale film ricevette anche la candidatura agli Academy Awards come miglior film straniero. Destino simile per questo The Lobster che ha ricevuto invece la candidatura a Miglior Sceneggiatura Originale quest’anno. Statuetta che, probabilmente, avrebbe pure potuto portarsi a casa, senza nessun scandalo di sorta.

La società del paradosso in The Lobster:
Ma andiamo con ordine: quello che colpisce innanzitutto di The Lobster, è la costruzione di una società paradossa dove la formazione all’amore, la propaganda sessuale e i rigidi dettami imposti dall’Albergo, non riescono nel loro intento ma portano anzi al frutto di amori posticci, basati sulla falsità e l’inganno; mentre il suo opposto, rappresentato dalla tribù dei solitari nel bosco, patria dell’egocentrismo più becero, diviene in realtà terreno fertile di sentimenti proibiti sì, ma sicuramente più veri. Si tenderebbe quindi ad empatizzare più con il secondo schieramento, ma le fondamenta si rivelano ben presto identiche. Ciò che condividono le due visioni è sostanzialmente l’assetto totalitaristico, le ferree norme, le metodologie poco ortodosse oltre chiaramente alla caccia all’uomo biunivoca. Nel primo caso potresti perdere la mano, per esserti masturbato; nel secondo caso potresti perdere la bocca, per aver baciato.

The Lobster: la potenza della regressione
La regia è curata da Yorgos Lanthimos, mentre la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani da quest’ultimo e dal suo fidato collaboratore Efthymis Filippou. La fotografia è stata invece affidata a Thimios Bakatakis.

The Lobster e il gusto dell’equilibrio:
La messa a piatto del tutto è sicuramente di spessore. La tragicomicità complessiva della vicenda alterna momenti particolarmente drammatici, addirittura cruenti, a situazioni più ironiche e al limite del grottesco; il tutto è enfatizzato da una voce fuoricampo onnipresente, ma mai di troppo. La colonna sonora è adatta e si adegua, com’è giusto che sia, al ritmo dell’opera senza mai sovrastare la narrazione. La regia di Yorgos Lanthimos, mai piatta, predilige la staticità di inquadrature mai banali a ipotetici movimenti di macchina superflui; il tutto è contornato poi da una fotografia di indubbio livello. Completa il quadro un cast corale in cui emergono per forza di cose gli esponenti di spicco: Colin Farrell riesce a stupire adattandosi in ruolo tipicamente non suo, mentre una certa Rachel Weisz (premio oscar per The Constant Gardener) risulta sempre sul pezzo e, incredibilmente, sempre più brava.

The Lobster: soli nel silenzio:
La sceneggiatura riesce quindi nell’intento di descrivere un complesso e atipico apparato sociale reale ma non realistico, dove la collettività punta il dito, divora e sputa il singolo: la diretta conseguenza altro non è che l’emarginazione e la solitudine. Ma soprattutto rende palpabile la difficoltà di persone inette, come il protagonista David (Colin Farrell), che non riescono mai a perseguire completamente i loro ideali di omologazione o di evasione.

Recensione di The Lobster
Ai personaggi non resta, come anche a noi spettatori, che il tentativo di barcamenarci in una società che non ci corrisponde, alla ricerca di un disperato punto di contatto che forse altro non fa che riaffermare come questa visione politica, sociale e spirituale dettataci, non possa in alcun modo essere scalfita.

The Lobster: pregi e difetti

Rating - 8

8

The Good

  • sceneggiatura originale
  • tecnicamente molto buono
  • tocca tematiche profonde...

The Bad

  • ... ma forse troppo dure
  • qualche deus ex machina

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