Run: recensione del film horror psicologico con Sarah Paulson

Crescere una figlia non è un'impresa facile e talvolta nel farlo si rischia di impazzire

Per via della pandemia nel 2020 sono stati rinviati un’infinità di film che tra uno spostamento e l’altro sono arrivati direttamente al 2021. È il caso di Run, di cui vi proponiamo la recensione; un horror psicologico che esplora il rapporto malato di una madre con la propria figlia. Il film era inizialmente previsto per maggio dell’anno scorso e dopo vari rinvii è stato infine distribuito sulla piattaforma Hulu di proprietà della Disney. Negli Stati Uniti la pellicola ha debuttato a novembre mentre da noi è arrivata soltanto adesso, approfittando della riapertura delle sale.

Run è infatti un film che merita la visione in sala. Più che un horror, si presenta come un thriller psicologico capace di tenervi incollati alla poltrona per l’intera durata. Il regista Aneesh Chaganty, che aveva già diretto l’horror Searching, è riuscito a mantenere la tensione costante, portando lo spettatore a chiedersi sempre cosa avverrà dopo. Tra i membri del cast vi è Sarah Paulson, vista recentemente nella serie Netflix Ratched in cui interpreta l’iconica infermiera fuori di testa. Anche qui la Paulson è alle prese con un personaggio con qualche rotella fuori posto, affiancata dall’attrice esordiente Kiera Allen. Pur non esente da difetti, Run è un film estremamente godibile e che vi terrà col fiato sospeso fino ai titoli di coda.

Indice

Trama: l’amore di una madre – Run, la recensione

Il giorno in cui nasce un figlio, in genere, è considerato il giorno più bello della vita di un genitore. Per Diane Sherman purtroppo non è stato così. Sola in sala parto, ha messo al mondo una bambina fragile e piena di problemi sin dalla nascita. La piccola Chloe è nata paralizzata dalla vita in giù, asmatica, diabetica e con ulteriori patologie che le impediscono una vita normale. L’unica persona sempre presente per lei è stata la madre, colei che l’ha accudita, l’ha cresciuta e se n’è sempre assicurata il benessere. Diane si è occupata dell’istruzione della figlia privandola di distrazioni quali uno smartphone o un utilizzo smisurato di internet. Fino ai 19 anni, così, la vita di Chloe è stata sedentaria, chiusa in casa a studiare, immaginando le opportunità che riserva il mondo là fuori.

Ora che ha raggiunto una certa età, però, è pronta per lasciarla e vederla partire alla volta del college. Come un qualsiasi genitore, Diane è in apprensione per il futuro della sua bambina che nonostante la sua fragilità, ora non ha più bisogno della mamma. Il tempo passa e la lettera d’ammissione dal college non sembra arrivare. Chloe ha quasi perso le speranze quando scopre qualcosa di inaspettatamente sinistro. La madre non è davvero chi dice di essere e le mura di casa sua non sono più un luogo sicuro.

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Run, Lionsgate

Essere disposti a tutto – Run, la recensione

L’amore di una madre per il figlio è il potentissimo sentimento alla base di questa pellicola. Diane ha dovuto crescere una bambina debole sin dal suo primo respiro e nel farlo ha ovviamente trovato delle difficoltà. Ora che Chloe è cresciuta, però, tutti gli sforzi, la fatica e l’impegno affinché la ragazza potesse un giorno essere indipendente, sembrano vani. Ciò che vuole di più è andare via di casa e per una donna come Diane un atto del genere rappresenta un affronto. Per anni ha dovuto sgobbare per tirare su la bambina, senza l’aiuto di un marito o di qualcuno che le desse manforte nei momenti difficili ed ora questa cerca di fuggire via. Sarah Paulson interpreta una madre schizofrenica, disposta a tutto pur di preservare il suo rapporto con la figlia. Essere disposti a tutto non significa, però, essere dalla parte dei buoni.

Chloe, dal canto suo, è grata per ciò che la mamma ha fatto, ma ha vissuto una vita di isolamento, chiusa in casa con la testa sui libri e la mente altrove. Crescere una figlia del genere è complicato, ma vivere una vita del genere lo è forse anche di più. Il fulcro di Run è il rapporto ossessivo della madre con la propria figlia, ma quando arriva il momento di esplorare più a fondo questa tematica, il film non lo fa. Un problema per un thriller psicologico che non ha approfondimento psicologico e che punta tutto sulla tensione. Inevitabilmente questa mancanza si caratterizza come uno dei punti più deboli della pellicola che fallisce proprio nel suo scopo principale. Le motivazioni di Diane sono ciò che da il via alla trama e se alla fine della fiera un elemento di tale importanza non è chiaro, allora tutto è stato fine a sé stesso.

Visione al cardiopalma – Run, la recensione

Il film dura poco meno di due ore e sembra durare ancora meno. La visione risulta estremamente veloce grazie ad un ritmo incalzante che mantiene alta l’attenzione dall’inizio alla fine. Come accennato nell’introduzione di questa recensione, più che un horror, Run, è un thriller. Assodato che l’elemento “psicologico” è assente possiamo concentrarci sull’altro aspetto del film che invece funziona più che bene. Man mano che la narrazione prosegue, Chloe scopre sempre di più su sua madre e la paura cresce esponenzialmente. La ragazza è paralizzata e le è impossibile fuggire o difendersi. Nel mettere in scena questa incapacità, il regista è stato molto bravo a “valorizzare” i suoi limiti che diventano motivo di ansia e tensione per lo spettatore. La regia, inoltre, attraverso numerosi movimenti di macchina riesce a rendere dinamica la fuga pur ambientando buona parte della storia all’interno di una casa

Run è un film che incuriosisce lo spettatore sin dal suo inizio e che avanza senza mai fermarsi, senza mai perdere la curiosità di chi sta guardando. La prima metà vola via in un lampo in una sequela di rivelazioni ed eventi al cardiopalma; ma nel secondo atto, quando dovrebbe compiere “il salto”, tutto resta uguale. La storia prosegue sullo stesso binario, mostrandoci i continui tentativi di fuga di Chloe e l’inseguimento della madre. Laddove ci sarebbe voluta una svolta che rimescolasse le carte in tavola, il film si ferma. I risvolti di trama che si susseguono nella parte finale risultano scontati e alquanto prevedibili e non bastano a risollevarne le sorti. Run è un film carico di tensione e questo è il suo maggiore pregio, ma incutere timore nello spettatore non basta se ciò che si sta guardando non va a parare da nessuna parte.

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Run. Lionsgate.

Considerazioni finali

Guardare Run all’interno di una sala cinematografica è un’esperienza che vale la pena provare. Come già detto più volte, il film riesce a pieno nel suo intento di destabilizzare lo spettatore, incutere ansia e timore, ma mai paura. Run è stato pubblicizzato come un horror psicologico, ma ci sentiamo di dire che nessuna delle due parole è adatta ad identificare questa pellicola. Seppure l’assenza di una componente horror non possa considerarsi un difetto, la totale mancanza di approfondimento psicologico dei personaggi è inaccettabile. Sembra quasi che il film sia stato rimaneggiato in fase di montaggio e ciò che manca fosse in realtà presente, ma tagliato al momento della distribuzione. Sono visibili, infatti, alcuni indizi che lasciano intendere che effettivamente qualcosa sotto ci fosse davvero, ma a quanto pare non lo sapremo mai.

Il risultato finale è un film riuscito per metà. Le sensazioni promesse sono effettivamente restituite, ma non è abbastanza. La prevedibilità della storia e le mancanze già illustrate di sopra, sovrastano la messa in scena, che da sola non regge l’intero peso del film. Se avete quindi voglia di un thriller discreto e senza troppe pretese, Run è ciò che fa per voi. E ora che i cinema stanno finalmente riaprendo potrete gustarvelo nell’avvolgente buio della sala, con il volume a palla e chissà se anche le vostre gambe non resteranno paralizzate dalla paura.

Run

Voto - 6.5

6.5

Lati positivi

  • Il ritmo incalzante che rende la visione molto scorrevole
  • Buona regia capace di regalare momenti di grande tensione

Lati negativi

  • Assenza totale di approfondimento psicologico dei personaggi
  • Storia scontata e alquanto prevedibile

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