The Bear: recensione della serie drama di Disney Plus

La serie che racconta del lutto parlando di cucina

Disponibile dal 5 ottobre su Disney Plus, The Bear è uno dei prodotti seriali più interessanti e innovativi (fino ad ora almeno) del 2022. Creata da Christopher Storer, scritta e diretta a quattro mani da lui e da Joanna Calo, The Bear non è la solita serie dark comedy ambientata in un locale né una semplice serie sulla cucina.

The Bear parla di traumi, dell’accettazione di un lutto e di tutti i cambiamenti che quest’ultimo porta con sé, di alienazione e di sentirsi in trappola, del ritrovarsi in una situazione dove l’impassibilità sembra confortante mentre in realtà logora. Poche serie tv riescono a parlare così bene di salute mentale come fa The Bear grazie anche a un ritmo frenetico e a una regia al servizio dei personaggi.

Indice

Trama – The Bear, la recensione

Dopo la morte di suo fratello Michael, Carmine (Jeremy Allen White) torna a Chicago per occuparsi della gestione del ristorante di Mikey, il The Beef.
Carmine è la persona giusta a cui affidare il compito di capo chef: ha girato il mondo, ha fatto della sua passione per la cucina la sua strada lavorando nei migliori ristoranti dell’America e si è aggiudicato il premio come Miglior cuoco da una nota rivista gastronomica. I presupposti per un’ottima serie comedy ci sono tutti, ma The Bear si affida a toni più dark per parlare di traumi e del lutto. Michael infatti si è suicidato e ha lasciato a Carmy in eredità un locale malridotto, con gravi problemi di gestione, una montagna di debiti e un trauma da superare.

The Bear inizia con una sequenza onirica in cui Carmine libera un orso imprigionato in una bianca gabbia nel bel mezzo di una strada notturna e deserta. Un simbolismo che, come tutti i migliori prodotti cinematografici e televisivi fanno, trova una spiegazione velocemente: Bear è il soprannome di Carmine che, appena trentenne e con fin troppi problemi da risolvere, si sente intrappolato in una vita che gli toglie il sonno la notte e che lo spinge a dedicarsi anima e corpo al locale, come se sistemando il ristorante riuscisse a sistemare la sua famiglia, a superare il lutto. Mikey non ha lasciato nessun biglietto d’addio e nessuna spiegazione, ma la sua morte ha portato con sé molte cose non dette e una famiglia a pezzi.

The Bear

The Bear. FX Productions.

Raccontare un trauma attraverso la cucina – The Bear, la recensione

The Bear parla di un trauma utilizzando il linguaggio gastronomico. È attraverso l’amore per la cucina che la narrazione viene portata avanti, diventando un vero e proprio espediente narrativo che dona il ritmo all’intera serie. Un ritmo nervoso e nevrotico in cui la fotografia e il montaggio frenetico seguono minuziosamente l’instabilità mentale del gruppo di personaggi che vivono in quella minuscola cucina. The Bear si presenta come una serie pessimista in cui tutta la brigata e la famiglia di Carmine sono incatenati ad una routine svilente e stancante da cui non riescono a sfuggire, in cui il miglioramento è solo un mito.

Per quanto ci provino, Carmine e Richie (Ebon Moss-Bachrach) fanno parte di una famiglia disfunzionale le cui dinamiche tossiche le ripropongono in cucina, trasmettendole al resto dello staff. Nemmeno Sydney (Ayo Edebiri), una giovane e brillante cuoca piena di ambizioni e di voglia di mettersi in gioco, ne è immune. La cucina diventa la proiezione della loro salute mentale: passa dall’essere un ambiente tossico in cui è impossibile svolgere un buon lavoro all’essere il ritratto di una grande famiglia allargata.

The Bear

The Bear. FX Productions.

Un antieroe atipico – The Bear, la recensione

The Bear si presenta come quello che non è. Non è una serie comedy, non è una semplice serie sulla cucina e sul perseguire i propri sogni, non è una denuncia sullo sfruttamento sul luogo di lavoro o sul burnout come si potrebbe pensare guardando il pilot. Nello stesso modo, Carmy non è l’antieroe che la serie vuol far credere che sia, almeno durante la prima mezz’ora di visione. Presentato come l’antieroe che sta spopolando nella serialità degli ultimi anni, Carmine è un ragazzo complesso in cui le sue aspirazioni e il lutto cercando di equilibrarsi, trovando un punto d’incontro con molta difficoltà.

Perché accettare la morte di Michael significa rendere reale il suo suicidio, significa ammettere che la famiglia felice che conosceva non esiste più. La trappola diventa così una protezione e l’alienazione l’unico nido in cui si sente al sicuro. Su binari simili si muove anche il cugino Richie, così attonito e spaventato dalle novità da rigettarle con violenza, da essere terrorizzato perfino da una cosa così semplice come i nuovi piatti proposti da Sydney o da un bar concorrente che chiude.

The Bear

The Bear. FX Productions.

La regia al servizio della scrittura – The Bear, la recensione

The Bear è una serie innovativa e disorientante grazie ad una scrittura minuziosa di personaggi sfaccettanti e complessi enfatizzati da uno stile visivo che li eleva. La regia è caratterizzata da costanti primissimi piani sui volti dei personaggi intervallati da inquadrature strette sui dettagli delle loro mani mentre cucinano, sui piatti preparati e sulla confusione generale che regna nella cucina, focalizzandosi sullo sporco a terra alla fine del servizio o sugli ingredienti lasciati in ordine sparso sui banconi.

Tutto in The Bear enfatizza la storia che sta raccontando, una storia drammatica in cui ogni elemento non è mai fine a se stesso, ma vuole parlare dello stato psicologico dei dipendenti del The Beef e della loro salute mentale che pian piano si logora fino ad arrivare ad un punto di non ritorno. O agiscono o sono destinati a vivere in un loop.
Questo destino The Bear lo enfatizza facendo scorrere i giorni nella loro routine, non succede nulla di eclatante che li risveglia dal tepore o li abissa ancor di più. The Bear parla dell’alienazione del lutto e del conforto nella staticità quando il cambiamento fa troppa paura.

 

The Bear

Voto - 8.5

8.5

Lati positivi

  • La regia enfatizza perfettamente la sceneggiatura
  • Il modo sensibile quanto innovativo di parlare del trauma del lutto

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