The Mauritanian: recensione del film di Kevin Macdonald su Prime Video

Su Amazon Prime Video la storia vera di Mohamedou Ould Slahi in un film del premio Oscar Kevin Macdonald

“This is a true story”, questa è una storia vera. Inizia così The Mauritanian, legal thriller diretto dal premio Oscar Kevin Macdonald, di cui vi proponiamo la nostra recensione. La storia in questione è quella di Mohamedou Ould Slahi, detenuto nel campo di prigionia di Guantanamo dal 2002 al 2016, trattenuto senza accuse e senza prove. Il film è dunque adattamento delle memorie di Slahi, pubblicate nel 2015 con titolo di Guantanamo Diary e tradotte in diverse lingue a livello internazionale. Macdonald dirige quello che a tutti gli è effetti è un legal thriller con una componente drammatica; un film interessato a raccontare una storia, con urgenza e precisione, con un impianto parzialmente documentaristico, frutto delle precedenti esperienze del regista.

Trainano il cast Tahar Rahim nel ruolo di Mohamedou Ould Slahi e Jodie Foster in quello dell’avvocato Nancy Hollander; accanto a loro anche Benedict Cumberbatch, Shailene Woodley e Zachary Levi. Per la sua interpretazione, Foster si è aggiudicata il premio per la Miglior attrice non protagonista ai Golden Globe 2021; Rahim ha invece ricevuto la candidatura come Miglior attore protagonista in un film drammatico nella stessa competizione. Il film è stato distribuito in alcune sale cinematografiche statunitensi a partire dal 12 febbraio 2021; da giovedì 3 giugno è disponibile in catalogo su Amazon Prime Video. Analizziamo e approfondiamo pregi e difetti di The Mauritanian nella nostra recensione.

Indice:

“Qualcuno deve pagare per questo”The Mauritanian, la recensione

The Mauritanian racconta la vera storia di Mohamedou Ould Slahi, della sua battaglia per la libertà. Prelevato nel suo Paese di origine, dopo la detenzione in Giordania e in Afghanistan, trascorre 17 anni nel carcere di Guantanamo Bay. Il sospetto è che Ould abbia legami con Al-Qaeda e sia uno dei reclutatori dell’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle; in particolare, colui che ha arruolato il dirottare che si è schiantato contro la Torre Sud. Il Governo degli Stati Uniti lo fa rinchiudere a Guantanamo senza prove, senza mai ricevere accuse formali, perché “qualcuno deve pagare” per quel che è successo. Slahi trova un’alleata nell’avvocato difensore Nancy Hollander, da sempre impegnata per il riconoscimento dei diritti civili ai detenuti. Insieme alla sua giovane collega Teri Duncan, è l’unica a intraprendere una battaglia per la verità; la sola a voler dimostrare gli ingiusti e sommari meccanismi politici alla base del caso Slahi.

Il film si sposta su diversi piani temporali, prevalentemente tra il 2002 e il 2009, l’anno dell’arresto durante la presidenza di Bush e quello della prima sentenza a favore di Slahi, contro cui l’amministrazione Obama presentò ricorso, vincendolo. Parallelamente conosciamo il passato di Slahi, in Mauritania e in Europa, e sul finale scopriamo come questa terribile vicenda è andata a finire. Ma il focus è tutto sulla battaglia legale dell’avvocato Hollander, alle prese con il Governo e con l’avvocato dell’accusa, il Colonnello della Marina Stuart Couch interpretato da Benedict Cumberbatch. Lei si batte per il suo assistito e, come ribadisce spesso, per il rispetto della Costituzione e, di conseguenza, per tutti; lui ha perso un amico, il comandante dell’aereo schiantatosi sulla Torre Sud. La questione è tanto pubblica quanto privata, universale e personale.

Fra giustizia, libertà e perdono

In arabo i concetti di liberta e perdono sono espressi con la medesima parola. Slahi lotta per la libertà e persegue l’obiettivo del perdono, mai interessato a propositi di vendetta nei confronti di chi gli ha tolto tutto. Questo è ben messo in luce in The Mauritanian, soprattutto verso il finale, quando Mohamedou si rende conto che la sua voce può e deve essere ascoltata. Tutto il film si regge su questi concetti fondamentali, oltre che sulla ricerca di giustizia e verità. Ciascuno dei protagonisti della vicenda agisce in nome di uno di questi principi; sul fronte opposto, il Governo degli Stati Uniti, con la ferita degli attentati dell’11/09 ancora sanguinante, cerca un colpevole a tutti i costi, un responsabile purché sia. In questo The Mauritanian lascia poco spazio ai dubbi, pur non annullando del tutto la possibilità di comprendere (ma mai giustificare) l’operato del Governo nei confronti di Slahi.

Il discorso si allarga oltre la figura del prigioniero mauritano, oltre persino ai confini di Guantanamo Bay. Diritti negati, assenza completa di prove e di accuse reali, “giustizia” purché sia. Macdonald porta avanti un film dove c’è equilibrio tra l’indagine psicologica del personaggio di Slahi e i meccanismi politici dietro il suo caso; in alcuni passaggi l’ago della bilancia pende più da una parte che dall’altra, ma entrambi gli aspetti sono sufficientemente approfonditi. Il problema principale risiede in un’eccessiva stilizzazione dei personaggi di Hollander e Couch e in un andamento, spesso e volentieri, troppo documentaristico. Anche alcuni passaggi della detenzione di Slahi a Guantanamo sembrano inoltre a tratti semplificati o, in maniera opposta, esibiti al punto tale da smorzarne, paradossalmente, la portata.

the mauritanian recensione

The Mauritanian. Wonder Street

Considerazioni tecniche e conclusioni – The Mauritanian, la recensione

Come accennato nel paragrafo precedente della nostra recensione di The Mauritanian, il film ha spesso e volentieri un andamento quasi documentaristico. La struttura, sostenuta da un notevole lavoro di montaggio, ha le fondamenta nello sviluppo parallelo delle diverse parti della storia. Ci sono le indagini della difesa, quelle dell’accusa, la quotidianità di Slahi in carcere e i flashback sul passato. Ciascuna parte ha un proprio stile, differenti soluzioni dal punto di vista della fotografia e perfino un cambio del formato dell’immagine; una struttura composita che non sempre funziona come si vorrebbe e che non sempre sembra avere valore sostanziale, avvicinandosi piuttosto al semplice esercizio di stile. Uno dei difetti maggiori di The Mauritanian si riscontra a metà film, quando assistiamo alle torture, alla coercizione e alle violenze ai danni di Slahi.

Macdonald cambia passo e mette in scena gli abusi perpetrati sul prigioniero con un’insistenza eccessivamente grafica – quasi compiaciuta – che finisce per spezzare la tensione. Tahar Rahim è la colonna portante del film. Artefice di una prova memorabile, non è mai fuori misura ed è sempre analitico nella rappresentazione della rabbia, del dolore e della perseveranza del suo personaggio. Jodie Foster riesce con mestiere a restituire la forza d’animo e le convinzioni dell’avvocato Hollander; Benedict Cumberbatch la dualità e in conflitti etici del suo Colonnello Couch. Arrivati alla conclusione della nostra recensione di The Mauritanian, sarà chiaro come il giudizio sia nel complesso positivo. Al netto dei difetti messi in luce, quella di  Mohamedou Ould Slahi è una storia che merita di essere conosciuta e ascoltata. Al netto dei difetti, il film di Kevin Macdonald è cinema civile che ha qualcosa da dire e che sa come farlo.

The Mauritanian

Voto - 6.5

6.5

Lati positivi

  • La prova di Tahar Rahim, vera e propria colonna portante del film
  • Una storia vera sulla ricerca della giustizia e della verità, forte e scioccante, che vale la pena di conoscere

Lati negativi

  • I personaggi interpretati da Jodie Foster e Benedict Cumberbatch soffrono per un eccesso di stilizzazione e alcuni passaggi del film risentono a causa di una rappresentazione non adeguata

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