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They Shall Not Grow Old: recensione del documentario di Peter Jackson

Un linguaggio disturbante e inedito per raccontare gli effetti della guerra sui sopravvissuti

“Quando la guerra finì, non avevamo voglia di tornare a casa”: è ciò che dice un reduce di guerra in They Shall Not Grow Old, documentario di cui vi proponiamo la recensione. Dichiarazione sconvolgente oltre che incomprensibile, si potrebbe dire; eppure, nel documentario, la frase arriva dopo un’ora e mezza di narrazione potente ed esaustiva. Così, alle orecchie dello spettatore, quelle parole appaiono del tutto plausibili. Com’è possibile che ciò accada? E, prima di tutto, cos’è They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani?

Questo composito documentario è un focus sul prima, il durante e il dopoguerra di alcuni sopravvissuti al massacro del primo conflitto mondiale. A realizzarlo è stato Peter Jackson, regista degli adattamenti cinematografici delle trilogie fantasy di J.R.R. Tolkien (Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit). They Shall Not Grow Old è un omaggio ai giovanissimi soldati (non solo britannici), che persero la vita al fronte; il documentario è stato realizzato nel 2018, in occasione del centenario della fine del sanguinoso conflitto. Benché il tema bellico sia inflazionato nelle sale cinematografiche, questo prodotto restituisce la materia trattata in modo efficace e inedito. Quali elementi rendono They Shall Not Grow Old particolarmente valido? In questa recensione proveremo a capirne di più.

Indice

Dal gioco alla guerra – They Shall Not Grow Old recensione

Prima Guerra Mondiale. Per combattere l’esercito tedesco sono chiamati alle armi i giovani uomini britannici. Alcuni di loro sono minorenni, ma vengono esortati a dichiarare qualche anno in più. È così che frotte di ragazzi inconsapevoli si ritrovano ad affrontare la dura disciplina militare. Questo documentario riporta esperienze e sensazioni dei superstiti; sono loro a parlare, a raccontare in un flusso verbale inarrestabile i primi entusiasmi e i successivi traumi. “Ero felice di arruolarmi”, “I ritmi dell’addestramento erano troppo duri”: tra la prima e la seconda affermazione sono passati giorni di fatica inaspettata. Quell’esperienza, prima percepita come un gioco, rivela fattezze che incutono terrore. Così, estenuati ma ancora un po’ ignari, i giovani soldati sono spediti al fronte. E dalla Storia emergono le storie.

La guerra inizia a incidere la vita di chi ce la farà, e intanto arresta quella di chi, invece, cade sul campo. Si raccontano le giornate in trincea, i turni estenuanti e le pessime condizioni igieniche. I bisogni fisiologici che non sempre possono essere soddisfatti, i bisogni umani che si prova a soddisfare. Odori terribili che si insinuano nelle narici, e non vanno via neppure quando è ora di mangiare; sapori nauseabondi di cibo ammuffito, lasciato dai compagni anni prima e trovato per caso. Il bisogno di ridere e i tentativi di ingannare il tempo, di sopravvivere a un silenzio che intimorisce quanto il rumore. Lesioni emotive che vanno celate, perché un soldato traumatizzato è un soldato inefficiente. E poiché mai ci si sente vicini (e simili) agli altri come quando si è in pericolo, i soldati restano vicini. Finché non è il momento di tornare a casa.

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Per sempre stranieri

La guerra finisce, il dramma di chi l’ha combattuta continua. E i soldati, che hanno rischiato la vita per la il loro Paese, si ritrovano senza una patria. Stranieri nella propria terra, estranei tra le mura di casa. I reduci di guerra si muovono in un ambiente che non è la casa accogliente della vigilia del conflitto; avvertono l’estraneità di un luogo che non riconoscono, e che a sua volta non li riconosce. “A nessuno interessava parlare di ciò che avevamo vissuto”: il bisogno di essere ascoltati si scontra con la disattenzione generale. Neppure i familiari dei soldati mostrano comprensione. Come si arriva a tutto questo? E come si sopravvive all’indifferenza di chi hai difeso a costo della vita?

Si combatte per un senso di appartenenza, per scoprire al rientro che la guerra ha cancellato ogni traccia di quell’appartenenza. Capire la guerra è sempre difficile, anche oggi che tutti la sbirciamo su Youtube. Eppure, anche oggi, tutti abbiamo la sensazione che il linguaggio della guerra sia compreso solo da chi l’ha combattuta. Mentre gli altri, forse per tenere lontano l’orrore, continuano a guardarla come fosse un videogioco. E oltre cento anni fa, ai reduci dalla Grande Guerra è accaduto questo: hanno iniziato a parlare una lingua straniera, e non avrebbero mai smesso. Ognuno di loro ha elaborato l’esperienza a suo modo, ma nessuno ha ricominciato a parlare la lingua del passato. Per sempre in guerra, per sempre smarriti. Forse per questo alcuni di loro non gioirono del rientro a casa, e della certezza di essere sopravvissuti.

Analisi tecnica – They Shall Not Grow Old recensione

Per realizzare il documentario è stato utilizzato il materiale messo a disposizione dalla BBC e dall’Imperial War Museum. Fotografie, filmati originali e registrazioni vocali dell’epoca sono stati manipolati (con l’ausilio della computer grafica e di tecnologie d’avanguardia) e poi assemblati. Immagini di repertorio sottoposte a colorizzazione digitale; filmati velocizzati o rallentati a seconda delle esigenze narrative; sovrapposizione di suoni creati ad arte a scene originali: tutto questo al fine di immergere lo spettatore in un’atmosfera più reale che realistica. L’impatto del documentario è piacevolmente disturbante; grazie a immagini a metà tra il cruento e il grottesco, e a racconti teneri e tragici insieme, Peter Jackson aggredisce lo spettatore senza lasciargli scampo.

Arruolamento e addestramento sono raccontati con scene velocizzate (in bianco e nero), e con voci che si agganciano serratamente l’una all’altra. Arrivati sul campo di battaglia, però, l’impronta cambia: l’immagine che prima occupava solo il centro dello schermo si dilata, e parallelamente si dilata il ritmo. La scena si colora, suoni mimetici si propagano in sala laddove, in precedenza, le voci dei superstiti emergevano dal silenzio. Fragori ed esplosioni sorprendono soldati e spettatori nei momenti di maggiore distensione: They Shall Not Grow Old è tutto costruito sui contrasti. Sono costanti picchi e cadute tonali che impediscono allo spettatore di rilassarsi, di mantenere un distacco rispetto alla narrazione. Tali scelte giovano all’impatto emotivo, che è più fisico che cerebrale. D’altro canto, non sempre è facile penetrare nelle esperienze raccontate dai protagonisti (talvolta la narrazione si snoda troppo velocemente, e alcuni aspetti intimi sfuggono).

Considerazioni finali

Presentato nel 2018 al BFI London Film Festival e al Festival del Cinema di Roma, questo documentario ha messo d’accordo critica e pubblico. Concludiamo la nostra recensione promuovendo They Shall Not Grow Old a pieni voti. Non è facile realizzare un documentario senza risultare pedanti, ed è difficile raccontare la guerra senza essere ripetitivi. Peter Jackson aggira l’ostacolo, proponendo un documentario che somiglia a un film ben fatto. Evitando patetiche sottolineature, il regista lascia che a parlare sia la Storia; al contempo, però, mette in atto un’operazione che immerge lo spettatore nella realtà raccontata. Protagonista non è la guerra, ma l’impatto che la guerra ha sui suoi superstiti quando questi non hanno neppure diciott’anni.

Rapidità, asciuttezza e molti contrasti: queste le direzioni prese dal regista. Le tante testimonianze si accatastano una sull’altra, mentre i visi dei soldati in primo piano mostrano un sorriso a meno di trentadue denti (perché qualche dente se lo sono perso sul campo). La tragicità è tangibile in ogni passaggio, la tensione si avverte per l’intera proiezione. Dalla sala si va via quasi estenuati, perché il tipo di narrazione sfianca fisicamente già dai primi minuti; non c’è scampo per lo spettatore, come per i soldati che invadono lo schermo e la sala. E così quell’innocuo Per Sempre Giovani del titolo italiano, all’improvviso, inizia a suonare minaccioso.

 

They Shall Not Grow Old

Voto - 8

8

Lati positivi

  • Si concentra sugli effetti della guerra sui giovani superstiti, piuttosto che sulla guerra in sè
  • Si gioca su contrasti efficaci, che tengono alta la tensione e aggrediscono fisicamente lo spettatore
  • Il lavoro sul materiale è molto accurato

Lati negativi

  • Il ritmo serrato, in alcune parti del documentario, fa sì che certi aspetti più introspettivi e intimi sfuggano allo spettatore

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Un commento

  1. Molto bello, unico nel suo genere, riesce a fare il massimo per un lungometraggio descrivendo con gli occhi e le parole dei soldati un’intera guerra.

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