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Trainspotting, il fenomeno cult degli anni Novanta: la Recensione

Siamo a Edimburgo. Mark Renton, interpretato da un sontuoso Ewan McGregor, è ladruncolo per necessità, ha scelto un’onesta e sincera tossicodipendenza. Begbie, impersonato magnificamente da Robert Carlyle, è uno psicopatico violento e alcolizzato spaventa perfino i suoi amici, ma non si sognerebbe mai di toccare la droga. Spud, interpretato da Ewen Bremner, è un disperato ed amabile eroinomane. Sick Boy, aka Lee Miller, un narciso dalle conoscenze enciclopediche su Sean Connery, in grado di tenere sotto controllo la propria dipendenza dall’eroina. Poi c’è Tommy che non si droga, alias Kevin McKidd, che è un maniaco delle escursioni all’aria aperta e di Iggy Pop. Ai margini della storia, le ragazze del gruppo.

Eccoli qui i nostri personaggi, ognuno con una quasi peculiare caratteristica, che è ciò che già dall’incipit ci fa amare questo cult, diretto da Danny Boyle e basato sul racconto di Irvine Welsh, con la sceneggiatura di John Hodge.

Parliamoci chiaro, di film che trattano il tema della droga ne sono stati fatti tanti, ma la peculiarità di Trainspotting è che è stato uno dei primi a raccontare la storia di alcuni tossicodipendenti dal punto di vista del personaggio principale, addentrandoci in tutte le difficoltà di Mark Renton. Facendoci vivere le sue sensazioni, le sue paure, giustificazioni, il modo di pensare, l’astinenza e i viaggi mentali sotto effetti. Danny Boyle rende tutto ciò un’esperienza che è giusto definire “schifosamente affascinante”. Quello schifo lo spettatore lo percepisce, lo sente su di sè. Anche grazie all’uso della voice over attraverso la quale Renton ci racconta ciò che succede, e all’uso di uno stile registico che ci immerge totalmente nelle visioni di Mark, percependo tutto il malessere in scene assolutamente ipnotiche.

Dopo l’esordio con il film Piccoli Omicidi tra Amici, con Ewan McGregor al suo primo ruolo sul grande schermo, Danny Boyle si ripresenta in sala nel 1996 con uno dei film più crudi, ma anche più di successo degli anni 90. Boyle riesce a conferire il ritratto di una generazione che non riesce, probabilmente perchè non vuole riuscirci, ad uscire dalla condizione in cui versa. Ed in questo discorso particolarmente pessimistico, gioca un ruolo fondamentale il personaggio di Diane, una ragazza che Mark conosce in discoteca e che si porta a letto la sera stessa. Proprio alla fine di un loro rapporto sessuale, Diane, che appartiene ad una generazione diversa da quella dei protagonisti, essendo più giovane, dice al protagonista che la musica sta cambiando, e con lei anche le droge, e che forse bisogna adattarsi al cambiamento. Forse i nostri protagonisti devono fare qualcosa per cambiare.

Trainspotting possiede una colonna sonora particolarmente adatta alle atmosfere. Si va dai Blur a Iggy Pop, di cui si parla spesso nel film, proseguendo fino a Lou Reed, che secondo Mark Renton ha fatto delle buone cose anche da solista, e non solo con i Velvet Underground. Per non parlare delle citazioni, che nel film sono fantastiche. In particolare quella a Kubrick, con la discoteca Volcano che richiama chiaramente il Korova Milk Bar di Arancia Meccanica.

Ma essendo un cult, i pensieri che hanno attraversato le menti degli spettatori negli anni sono stati diversi. C’è chi in questa pellicola ha visto una sorta di apologia della droga, raccontata nelle sue diverse fasi. Oppure chi ha interpretato il tutto come un messaggio secondo il quale il drogato non è l’ultimo scarto della società, ma semplicemente una persona, e da tale va compresa e possibilmente aiutata. A nostro avviso il significato risiede proprio nel suo titolo: Guardare i treni mentre passano. Mentre i nostri protagonisti osservano i treni che passano, non fanno niente per cambiare la propria vita. L’unico che prova a far qualcosa di costruttivo, anche se poi tornerà nella condizione di partenza, è Mark Renton, che ci dice ciò che probabilmente corrisponde a quel significato intrinseco che il film porta dentro di sé:

Non fate l’errore di scegliere la droga. Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete un maledetto televisore a schermo gigante, scegliete lavatrici, automobili, lettori CD e apriscatole elettrici, scegliete di sedervi su un divano a spappolarvi il cervello e ad annientarvi lo spirito davanti a un telequiz. E alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in un ospizio schifoso, appena un motivo d’imbarazzo per gli idioti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro. Scegliete la vita.

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