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Il tema identitario e il disturbo dissociativo in Psycho

Un'analisi psicoanalistica del disturbo dissociativo nello Psycho di Alfred Hitchcock

Psycho disturbo dissociativo. Il tema dell’identità è un tema ricorrente nella cinematografia hitchcockiana ed è stato declinato secondo sfumature sempre differenti e originali. Hitchcock affronta il tema dell’identità per la prima volta in Io ti salverò (Spellbound) del 1945, dove un giovane Gregory Peck affronta una confusione identitaria a causa della propria amnesia e verrà aiutato dalla dottoressa interpretata da Ingrid Bergman.

L’identità è al centro anche in quella che è stata definita da Robert Harris e Michael Lasky come «la più bella e la più crudele delle love story di Hitchcock», ovvero La donna che visse due volte (Vertigo) del 1958, nel quale Kim Novak sdoppierà la propria identità in Madeleine Elster e Judy Barton. Infine, il tema dell’identità viene trattato anche un anno dopo in Intrigo Internazionale (North by Northwest) del 1959, dove il protagonista Roger Thornhill, interpretato da Cary Grant, a causa di uno strano equivoco, verrà confuso per il misterioso George Kaplan.

In Psycho (1960) ad emergere è la doppia identità di Norman Bates (Anthony Perkins), tormentato da un vero e proprio disturbo dissociativo al punto di scindere violentemente la propria personalità. Come nota Bellour, la dissociazione della personalità del protagonista è racchiusa nel suo stesso nome, Nor-man: «Colui che non è né uomo… né donna, perché non può essere l’uno al posto dell’altra, o piuttosto l’uno e l’altra, l’uno dentro l’altra

Psycho – Il disturbo dissociativo della personalità

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L’angoscia e la paura si genera in un contesto all’apparenza normale e innocuo, nel segno dell’unheimliche freudiano. Norman Bates è il mite proprietario di un motel, all’apparenza gentile e disponibile. Si rivelerà però essere anche un individuo infelice, dalla psiche già tormentata nell’infanzia. Dopo la morte del padre egli ha infatti subito la presenza di una madre autoritaria e morbosamente possessiva. Ciò ha creato nel ragazzo un vero e proprio stato di dipendenza emotiva, come è possibile notare nel dialogo tra Norman e Marion durante la cena.

A causa di questa morbosità, Norman, sentendosi tradito per la relazione che la madre ha intessuto con un nuovo amante, in una sorta di complesso edipico, arriverà al punto di uccidere entrambi una volta sopresi a letto insieme. Il rimorso per il delitto ha successivamente costituito il catalizzatore della dissociazione della personalità: incapace di svincolarsi dalla colpa, una parte della coscienza di Norman è cresciuta nelle forme della madre fino al punto di acquisire una tale complessità da divenirne indipendente e, infine, prenderne il sopravvento.

Norman nel film vive costantemente l’idea che la madre possa punirlo per le sue pulsioni. Non è un caso che sia la stessa personalità della madre a commettere, per gelosia, gli omicidi delle giovani ragazze di cui il figlio si infatua. La madre, dunque, rappresenta l’elemento di repressione dell’aggressività e del desiderio sessuale del figlio. La frammentazione della propria personalità costituisce quindi un alibi per allontanare da sé quei pensieri e quella fascinazione per ciò che viene avvertito come proibito.

Psycho – La personalità della madre

La genesi della seconda personalità in Norman viene esplicitata nel film con la necessità di negare l’uccisione della madre Norma – il cui nome suggerisce il ruolo del figlio come fosse una sorta di suo prolungamento narcisistico -, come spiega lo psichiatra nel finale:

Il matricidio è probabilmente il più atroce dei delitti e immenso è il rimorso di chi lo ha commesso. Quindi egli (Norman) doveva sradicare il delitto dalla sua mente. Trafugò il cadavere. Nella bara mise delle pietre e nascose il corpo giù in cantina. E perché si conservasse tentò di imbalsamarlo, ma neanche questo bastava. Allora cominciò a pensare e a parlare come lei, a darle metà della sua vita.

L’espediente di far parlare la madre di Norman con una voce del tutto femminile è un escamotage cinematografico necessario per condurre lo spettatore sulla falsa pista della reale esistenza della donna. Da un punto di vista clinico la possibilità di un dialogo del genere è poco credibile, anche ricorrendo al fenomeno della co-coscienza. Con co-coscienza si intende infatti la consapevolezza da parte di una personalità di pensieri, sentimenti e azioni di un’altra personalità.

Inoltre, secondo lo psichiatra Richmond (Simon Oakland), è da escludere anche qualsiasi componente di travestismo. Questo è vissuto semplicemente come un espediente per rendere ancora più viva la figura materna. Quando Norman sale le scale di casa sembra assumere un’andatura vistosamente femminile. Ciò potrebbe far pensare che elementi femminili, forse derivanti dalla figura materna, abbiano permeato la personalità di Norman. Oppure che nella sua personalità vi sia già una forte componente femminile, magari sviluppatasi per ovviare al divieto materno di frequentare altre donne.

Psycho disturbo dissociativo – La frattura finale

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Verso la conclusione del film, lo psichiatra spiega al pubblico come Norman stava comunque per perdere la battaglia con la personalità dominante materna. «Quando in una mente alloggiano due personalità c’è sempre un conflitto, una battaglia. In Norman ora la battaglia è finita e la personalità dominante ha vinto.» In modo particolare, la vittoria della personalità della madre su quella di Norman viene resa visivamente con l’ultima immagine della pellicola, che ci fa capire, infine, come questa doppiezza sia penetrata nell’animo di Norman.

Vediamo l’uomo avvolto in una coperta scura, dentro la cella, un ambiente chiuso e stretto. Si tratta di una perfetta rappresentazione spaziale della condanna definitiva di Norman alla totale prigionia psicologica. Mentre è seduto per terra, lo spazio vuoto è riempito dalla voce della madre che si discolpa dalle accuse di omicidio. Un lento movimento di macchina si avvicina allo sguardo freddo e tagliente di Norman, che sorride con la bocca scheletrica della madre impagliata tramite una dissolvenza incrociata. Ciò lo fa diventare irreversibilmente la madre. Sostenere però che quando in un individuo esista un conflitto tra più personalità vi sia alla fine un vincitore, con una personalità che prevale sull’altra, non sembra trovare molti riscontri nella letteratura clinica.

Nel caso di Norman, si può anche sostenere che si tratti di un disturbo psicotico più pervasivo. L’introiezione della figura materna corrisponde al meccanismo per la formazione della seconda personalità descritto dalla voce narrante de La donna dai tre volti. Il giornalista Alistair Cooke presenta il caso della giovane casalinga Eva White, dicendo: «Tutti abbiamo una segreta tendenza ad agire come qualcuno che ammiriamo molto.». Per Norman, infatti, la madre è la figura fondamentale. Egli prova per la madre, nonostante le continue vessazioni, un’enorme considerazione, non riuscendo così a rinunciare in nessun modo a lei.

Psycho – Norman, un malato da comprendere

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In ogni caso lo spettatore è indotto a provare dei sentimenti di compassione per Norman, vittima di un’imago materna dispotica e opprimente. A causa della madre, il ragazzo risulta incapace di venire a patti con aspetti oscuri della propria infanzia. Il film ci suggerisce infatti che questa non sia stata felice attraverso tre inquadrature sui giocattoli di Norman. Ben due di queste riguardano un coniglietto dall’espressione triste e rassegnata. Possibili traumi e abusi subiti nell’infanzia potrebbero aver provocato in Norman una prima scissione della propria personalità, separando così la personalità danneggiata dal trauma da un’altra che avrà avuto invece il compito di soccorrere l’individuo facendolo fuggire dall’evento traumatico.

Dall’altra parte, la personalità della madre non si ritiene responsabile di alcun delitto e nella scena finale incolpa il figlio di farsi scudo di lei per non ammettere le sue colpe.

Ora lo rinchiuderanno come avrei dovuto fare io quando era bambino. È sempre stato cattivo. E ora aveva intenzione di dire che ero stata io a uccidere quelle ragazze e quell’uomo. Come se io potessi fare un’altra cosa all’infuori di star seduta immobile a guardar fisso come uno di quei suoi uccellacci impagliati.

Queste affermazioni sembrano rendere il giallo insolubile; non tanto nelle dinamiche esterne, in quanto è chiaro che sia stato Norman a commettere gli omicidi, ma quanto nelle dinamiche psichiche. Ci si può infatti interrogare su quale delle due personalità verta il maggior grado di colpevolezza. Il film fornisce comunque una verità ufficiale, quella dello psichiatra, una sorta di deus ex machina in grado di spiegare l’andamento dei fatti. Inoltre, la dissolvenza incrociata del volto ghignante di Norman al teschio della madre rinforza l’idea che sia la madre ad aver preso il completo controllo della psiche di Norman.

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