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Boris. Gli occhi e il cuore dell’Italia

Se qualcuno è riuscito, negli ultimi decenni, a raccontare e dipingere la nostra bella nazione, l’Italia, quel qualcuno è sicuramente il trio di sceneggiatori Luca Vendruscolo, Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre, menti e penne di quel piccolo capolavoro che è Boris (che potete trovare anche su Netflix).

Bisogna subito chiarire: Boris non è una serie come le altre. Né nessun altra serie potrà essere mai come Boris. È fisiologico. I livelli di qualità e di genialità dello show, infatti, difficilmente possono essere eguagliati, e, se qualcuno mai ci riuscirà, sarà riuscito a creare, un’altra volta, la serie italiana perfetta.

Potrà sembrare esagerato, forse lo è. Ma trovare dei difetti in Boris è una delle imprese più difficili nel mondo.

Allora, meglio non pensare a ipotetici difetti. Immergiamoci, piuttosto, negli infiniti pregi che caratterizzano questo gioiello, puntata dopo puntata.

 

Benvenuti in Italia.

 

Ritornando all’incipit dell’articolo, se qualcuno mi chiedesse di delineare un quadro del nostro paese, soprattutto nel nuovo millennio, risponderei sicuramente “Vai a vedere Boris”.

Boris infatti ha la capacità di riempire la propria tavolozza di tutti i colori che caratterizzano il Belpaese, mischiarli e usare i venti minuti di ogni puntata per pennellare virtù (poche) e vizi (molti) che contraddistinguono l’ “italiano”, calato in quello che per lui è sicuramente il luogo più ostile: il posto di lavoro.

Questa è solo la punta dell’iceberg delle critiche che Boris vuole mettere in piedi. Il luogo di lavoro in questione, infatti, altro non è che il set di una telenovela simil- cento vetrine, un medico in famiglia, vivere e tutti quei dimenticabilissimi (ma, purtroppo, ce li ricordiamo tutti) programmi televisivi che hanno riempito i pomeriggi e le cene di milioni di italiani.

Il set de “Gli occhi del cuore 2”, questo il nome della telenovela di cui sopra, diventa così il luogo dove i personaggi di Boris passano le loro giornate, portandosi dietro speranze (sempre poche) e frustrazioni (sempre molte) che inevitabilmente creeranno delle situazioni al limite del paradossale e del grottesco.

C’è chi comanda, c’è chi è comandato. C’è chi raccomanda, e chi è raccomandato. C’è chi è ottimista, c’è chi non lo è. Ogni personaggio di Boris rappresenta uno dei tanti archetipi che formano quel grande casino che è il popolo italiano.

Tuttavia, nonostante spesso i personaggi simboleggino quanto di più sbagliato c’è nel nostro paese, ci risultano subito simpaticissimi e caratterizzati a regola d’arte.

A capitanare quella banda di matti che è la troupe di Occhi del cuore 2 troviamo il regista Renè Ferretti.

Renè è, parafrasando un episodio della prima stagione, un capitano al comando della propria nave. Anche se non proprio saldo, nel suo comando. Renè rappresenta probabilmente l’emozione più percepita e più conosciuta dalla maggior parte dei cittadini italiani: la disillusione. Renè è disilluso. Sa che nel passato ha avuto dei sogni, delle speranze, delle prospettive. E quei sogni, in alcuni momenti, li ha anche esauditi. Ma Renè ha capito che, nonostante la buona volontà, il talento e i buoni propositi, questo paese è sempre pronto a mettere i bastoni fra le ruote anche ai migliori. Anzi, soprattutto ai migliori. E, subito dopo la disillusione, arriva la rassegnazione. E Renè è rassegnato. È stanco di combattere contro dei mulini a vento che hanno le fattezze di grandi gruppi imprenditoriali che controllano la televisione, che ci vogliono omologati e lobotomizzati. Più facili da controllare, insomma. Renè è, tuttavia, un uomo corretto, nonostante l’ipocrisia che lo circonda. Fa di tutto per far riuscire bene quello che ha iniziato, nonostante quello che si sta facendo sia solo letame artistico. Renè è il punto di riferimento per la troupe. Le sue sfuriate ricordano tanto, con le dovute differenze, le ramanzine del dottor Cox di Scrubs (serie cui Boris deve molto). Pannofino presta voce e fisico ad un personaggio che difficilmente sarebbe risultato così emblematico se non fosse stato proprio lui a caratterizzarlo.

Il protagonista ideale della serie, però, è Alessandro. Alessandro rappresenta la generazione dei ventenni- neotrentenni che si è ritrovata, suo malgrado, sfruttata, schiavizzata, sottopagata e annichilita da decenni di malgoverno, di destra e di sinistra. Alessandro è lo stagista. Chi, oggi, fra i ventitre e i trent’anni, non ha provato l’ebbrezza di un tirocinio? Chi non ha provato l’emozione provocata dalla precarietà, dall’essere sottopagati, quando si è pagati? Chi, infine, non ha iniziato un lavoro con i migliori propositi e le migliori aspettative, salvo poi cambiare idea poche settimane dopo, iniziando a rassegnarsi e a mettere in dubbio anni di scelte e, perché no, anche se stessi? Alessandro è tutto questo. Alessandro siamo noi (mi permetto di inserirmi nel gruppo) giovani, ma già invecchiati, pieni di energia, ma già stanchi e provati da umiliazioni e svilimenti continui. Nonostante questo, però, Alessandro ama il set, ama il profumo del teatro di posa e ama chi vi sta dentro, nonostante siano proprio quelle persone a portarlo quotidianamente sull’orlo del delirio.

Alessandro ama anche Arianna. Arianna è l’aiuto regista di Renè. Forte, dura e diretta, Arianna ha superato da poco il periodo di apprendistato e, dunque, rappresenta lo step successivo che dovrebbe aspettare ad Alessandro. E infatti Arianna ha già capito come gira il mondo. In generale e, soprattutto, il mondo della televisione. Arianna sa che non c’è tempo e modo per nutrire le proprie passioni, i propri amori. Sarà proprio Alessandro, però, a far titubare la bella assistente di Ferretti, interpretata magistralmente da Caterina Guzzanti.

Attorno a questi tre personaggi, che rappresentano i protagonisti veri della serie, ruota un micromondo di individui quantomeno bislacchi e bizzarri.

A cominciare dai due protagonisti della fiction Occhi del cuore.

Stanis, interpretato da un irresistibile Pietro Sermonti. Piccola digressione: Boris ha fatto proprio quel concetto di Metacinema (nel nostro caso Metatelevisione), creando un prodotto televisivo che ha come vero argomento centrale la televisione stessa. Bene, Pietro Sermonti fa qualcosa che porta all’estremo questo concetto: Sermonti, infatti, interpreta qui un attore che interpreta un medico. Ricorda qualcosa? Beh, per i più giovani, il bel Pietro si è fatto conoscere dal grande pubblico interpretando Guido, medico della nota sitcom “Un medico in famiglia”. L’operazione fatta con Sermonti rasenta il geniale. Il suo personaggio prende in giro quanto da lui stesso fatto negli anni precedenti, e rappresenta una sorta di espiazione per aver preso parte a quella produzione. Stanis è ironico, strafottente, irriverente, egocentrico ed egomaniaco e non perderà mai l’occasione di mostrarsi sprezzante e superiore agli altri. Non potrete non amarlo.

Accanto a Stanis troviamo Corinna, la bellissima Carolina Crescentini, anche lei reduce da alcune produzioni di dubbio gusto, come Notte prima degli esami 2 (non propriamente un film d’autore, anzi), e capace, invece, di dare una caratterizzazione perfetta della “diva ingiustificata” (scusate il neologismo, parlo di quei personaggi che si credono delle super star senza averne, effettivamente, le potenzialità). La Crescentini, come tutti quelli che recitano “anche” negli Occhi del Cuore, riesce in qualcosa che, agli occhi di un profano, risulta estremamente difficile: recitare male di proposito.

A fianco di Renè troviamo anche un altro personaggio degno di menzione: Duccio Patanè. Interpretato da Ninni Bruschetta, Duccio è il direttore della fotografia del set. Si droga, dorme sempre e non ne vuole sapere di lavorare. Il background è lo stesso di Renè, tuttavia le differenze fra i due sono evidenti. Dove Renè affronta con vergogna la propria rassegnazione e la propria disillusione, cercando di combattere, anche se con mezzi limitati, per provare a portare un minimo (ma davvero minimo) di qualità nel proprio progetto, Duccio sembra invece aver abbracciato con entusiasmo la propria condizione. Emblematica la sua frase, rivolta proprio ad un titubante Renè, in cui riassume perfettamente una grande fetta di lavoratori italiani “Ma chi me lo fa fare di lasciare? Qui ti chiedono di lavorare poco e male. E ti pagano bene. Ma chi me lo fa fare?”

Potremmo andare avanti a elencare un numero infinito di personaggi, uno migliore dell’altro: Biascia, il capo elettricista, lo schiavo, Itala e altri comprimari che non potranno non restarvi impressi nella mente ventiquattro ore su ventiquattro. (A mio parere, fra questi, uno dei veri cavalli di razza della scuderia è sicuramente Glauco, interpretato da un ispiratissimo e geniale Giorgio Tirabassi)

Lo spazio è tiranno, quindi vado verso la fine di questa piccola digressione su Boris. L’unica cosa che posso dire per concludere è: se non l’avete vista, vedetela. Questa serie è capace di far ridere fino alle lacrime: gli attori, tutti in stato di grazia, il ritmo, sempre incalzante e mai monotono e le situazioni, sempre al limite del ridicolo e grottesco regaleranno attimi di ilarità e irriverenza difficile da trovare in altri lidi, arrivando addirittura a far entrare nel proprio vocabolario tormentoni propri della serie (a cazzo di cane, esticazzi, basito, la locura… potrei andare avanti per ore). Ma Boris è la serie italiana migliore di sempre (a modesto avviso del modesto redattore qui presente) anche perché è capace di darci pugni sullo stomaco nello stesso momento in cui le nostre labbra sono aperte in un sorriso a 32 denti, mostrandoci quanto subdoli e degradati sappiamo essere noi italiani. Sempre pronti a guardare il nostro orticello, e sempre pronti a fregare il prossimo, per il nostro tornaconto. Pronti, sempre, a sacrificare la qualità sull’altare del risparmio e del magna magna a tutti i costi.  Perché questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte.

 

 

 

 

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