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Ritratto di Paolo Sorrentino: alla corte del Genio

Ritratto di Paolo Sorrentino: alla corte del Genio.Poi finalmente il meritatissimo Oscar al Miglior Film Straniero. È il 21 Maggio 2013 quando al cinema esce La Grande Bellezza. Jep Gambardella (manco a dirsi interpretato da Toni Servillo), giornalista sessantenne la cui fama è legata ad un unico libro di successo pubblicato parecchi anni prima, vaga per le strade ed i salotti romani; ora in preda ad una sbronza, ora disilluso e cosciente osserva e giudica sentenziosamente le vite squallide, quando non torbide, della fauna umana che lo circonda. Osannato all’estero e perlopiù vessato in Italia, l’eterno dibattito intorno a questa pellicola propone ancora una volta un ricorrente interrogativo: meritiamo davvero ciò che di bello abbiamo? Perché questo film lo si può amare o lo si può odiare, ma bisogna indiscutibilmente riconoscerne la grandezza, che in questo caso non chiameremmo pretenziosità. Posto che qui lo si ritiene un ennesimo capolavoro, per goderne a pieno bisogna considerare che il regista si propone di realizzare una pellicola dotata non tanto di una razionale concatenazione di eventi, quanto piuttosto di uno sviluppo per immagini o, meglio ancora, per caratteri. Prendendo a modello il maestro Fellini, ma epurandolo dei tratti più grotteschi, Sorrentino dà corpo e anima ad una galleria di personaggi fragili, infelici, tristemente coscienti del proprio squallore esistenziale, eppure indisposti a riconoscerlo. Ora si fa sardonicamente beffe di essi, ora li guarda con tenerezza e comprensione. Nasce così una vivida empatia tra gli spettatori e quelle realissime maschere di perdenti alla deriva: ecco allora che prendono forma la bigotteria snob di Viola e Stefania (Pamela Villoresi e Galatea Ranzi), l’inquietudine del giovane Andrea (Luca Marinelli), il pieno disfacimento della cocainomane Lorena (Serena Grandi), il tacito assenso di Trumeau (Iaia Forte) ai tradimenti del marito fedifrago (Carlo Buccirosso). Per contro, spiccano su tutti la disillusa Ramona afflitta dal male di vivere (da applausi Sabrina Ferilli, ad oggi la più versatile attrice italiana) e l’aspirante drammaturgo Romano (un emozionante Carlo Verdone). Roma non offre soluzioni o possibilità di salvezza: saranno solo Ramona e Romano, facce di una stessa medaglia già dai rispettivi nomi (sostanzialmente anagrammi reciproci) a trovare l’unica soluzione nella fuga, più o meno radicale. Jep si appellerà, invece, al potere salvifico dell’immaginazione, perché per un’umanità al collasso la felicità è un trucco…è solo un trucco.

Ritratto di Paolo Sorrentino: alla corte del Genio.Infine, risale al 2015 il suo ultimo lungometraggio Youth, che segna una nuova collaborazione del regista con un cast hollywoodiano. Michael Caine e Harvey Keitel interpretano due amici di vecchia data in vacanza in un centro benessere della Svizzera. Musicista in pensione il primo, regista ancora attivo il secondo, avranno l’occasione per fare un bilancio delle proprie esistenze. In questo caso Sorrentino fa un mezzo passo falso: il soggetto è buono, ma la sceneggiatura finisce per essere troppo altalenante, sfociando in un finale poco ispirato e decisamente poco incisivo. Anche questo è un film di psicologie più che di intreccio, film sul peso dei ricordi, degli amori perduti e dei troppi fallimenti riportati. Il paradosso, tuttavia, è che le storie dei due anziani protagonisti finiscono per interessare molto meno di quelle dei due comprimari. Infatti, a rimanere nel cuore sono le crisi esistenziali della bella Rachel Weisz e del bravissimo Paul Dano. La prima è innamorata dell’amore nonché figlia devota ma giustamente rancorosa, il secondo è un attore insoddisfatto e deluso da sé stesso: emozionanti e strazianti, questi due personaggi si stagliano nella mente e non ne escono più. Per il resto il film funziona a intermittenza: ma la bellezza alle volte risiede proprio nell’imperfezione.

 

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