Intervista a Francesca Colucci: da Romulus a Un professore

FilmPost incontra Francesca Colucci, in una intensa intervista sui sogni, le speranze, l'amore per il cinema e la recitazione

Francesca Colucci è nel cast della nuova serie Rai Un professore. La giovane attrice è diretta da Alessandro D’Alatri, nella storia che vede Alessandro Gassmann come protagonista. L’attore interpreta il professore Dante, un uomo rivoluzionario e fuori dagli schemi. La sua Chicca si mostra bella e provocatoria, si tinge i capelli ogni giorno di un colore diverso, in accordo con il mood del momento. Questa sua apparenza così disinibita e trasgressiva nasconde, però, una grande insicurezza ma anche un talento artistico che Dante userà per impedirle di lasciare gli studi. Francesca Colucci è reduce dal successo della prima stagione dell’acclamata serie Romulus di Matteo Rovere. FilmPost la incontra per un’intensa intervista su i sogni, le speranze, l’amore per il Cinema, la passione per attrici indelebili come Anna Karina e Meryl Streep. 

FilmPost incontra Francesca Colucci 

Intervista a Francesca Colucci

Francesca Colucci è Chicca. Credits: Banijay Studios Italy, foto di Anna Camerlingo

Nella serie Un professore interpreti Chicca. Devo dirti che ho amato il look del tuo personaggio, mi ha ricordato Sex Education.

C’è un grande lavoro dietro la costruzione del look di Chicca. Dalla lunghezza della frangia, al suo colore fino agli abiti. La produzione ha fatto un lavoro pazzesco per il mio personaggio. Lavorando a questo ruolo, ho avuto l’occasione di vedere tanti film e tra i vari personaggi, c’era anche Maeve di Sex Education e Lisa di Ragazze interrotte. Vedermi fisicamente cambiata con gli abiti di Chicca ed il suo look, è stato molto forte.  Mi sono rivista più piccola. Ho lavorato su degli atteggiamenti da sedicenne. Ho attinto molto dai film, dalle serie, dalle persone che vedevo in giro, mentre passeggiavo.

In che modo hai costruito questo ruolo? 

All’inizio, avevo una mia idea che ho approfondito sul set. Alcune cose che mi ero prefissata su di lei sono andate a mutare, nel corso del tempo. Sai, è sempre diverso quando provi delle scene a casa e quando poi le provi sul set. Succede tutta un’altra cosa che, però, è autentica, è vera perché la stai sentendo. Ho seguito anche molto l’istinto. Inoltre, avevo anche la difficoltà del dialetto romano che non conoscevo. Mi sono impegnata tanto sulla lingua, ho cercato di instaurare un rapporto con tutti gli addetti ai lavori sul set, in modo che mi aiutassero con il dialetto, che mi facessero capire il tono giusto da usare. Ho cercato di dare il mio meglio.

Nel corso degli episodi, Chicca mostra delle insicurezze, uno scudo di protezione. Come ti sei avvicinata al suo carattere e cosa hai trovato della Francesca Colucci adolescente nel suo modo di porsi? 

Mi sono avvicinata alla me sedicenne. Non ero così aggressiva come Chicca. Nascondevo la mia emotività. Trattenevo tutto e ad un certo punto esplodevo. Ha inciso molto, nel mio modo di pormi, il fatto di vivere in un paese piccolo. Sicuramente, anche io, avevo una sorta di scudo da adolescente. Gli anni del liceo, per me, sono stati intensi. Quando ho avuto l’opportunità di raccontare Chicca, mi sono buttata al cento per cento nel ruolo. Chicca è molto diversa da me. Lei è una ragazza tosta, non ti vuole far vedere quanto sta male, è sempre forte. In questo mi ha davvero aiutata perché ho riscoperto dei lati di me fisicamente aggressivi.

Come persona, sono un’impulsiva quando si tratta di scelte. Se domani voglio partire, prendo e parto. Invece, Chicca agisce in modi fisico, pensa: ‘Mi hai fatto del male? Adesso, faccio del male a te’. Quando sono entrata in questo personaggio, mi sono detta in modo naturale: ‘Questa è Chicca. Parte da me ma è un’altra persona’. Ho vissuto qualcosa di molto intenso.

Intervista a Francesca Colucci

Francesca Colucci è Chicca. Credits: Banijay Studios Italy, foto di Anna Camerlingo

Immagino sempre il rapporto con un personaggio come un incontro/scontro…

Assolutamente sì. Perché quando interpreti un personaggio, vai a scoprire e riscoprire sempre delle parti di te. Alla base di ogni personaggio che inizi ad interpretare, devi mettere un po’ del tuo vissuto, della tua esperienza. Altrimenti ti riduci ad atteggiarti da personaggio ma non sei il personaggio. Lavorando su Chicca, mi sono soffermata su chi fosse al di fuori di quelle scene e di quelle parole. Ho ascoltato la musica romana, un po’ per imparare gli accenti, un po’ per riuscire ad entrare nel mondo di periferia. E tutto questo mi ha davvero aiutata. 

Quando ho capito che sul set avrei dovuto indossare pantaloncini corti e gonne per sei mesi, ho iniziato a mettere gli anfibi, i pantaloncini e le gonne corte anche quando uscivo. Pensavo: ‘Chissà come si muove’. E andavo in giro a fare delle passeggiate per Roma. Passo dopo passo, è stato tutto così naturale. Ho voluto dare un significato a tutto. Ho un raccoglitore gigante, dove ho raccolto tutto il lavoro che ho fatto su Chicca. Per esempio, Chicca ha vari smalti colorati. Ho attribuito ogni colore ad una persona della sua vita. Tutto mi è servito per restare dentro di lei, per avere qualcosa di fisico a cui aggrapparmi.

Come è stato lavorare con un regista come Alessandro D’Alatri? 

Il suo sorriso regala un calore ed un’energia incredibile. Durante il provino, ci siamo capiti subito con poche parole. Lui ha capito quello che volevo fare per Chicca e dove dovevamo arrivare. Entrambi abbiamo un grande amore per Napoli, abbiamo parlato a lungo dei teatri di Napoli e questa è una cosa che ci accomuna. Sul set, aveva sempre una grande carica ed è importante lavorare con un regista che ha tanta passione per il proprio lavoro. D’Alatri è una persona davvero accogliente ma non è un regista che si accontenta e questa è la cosa che più mi è piaciuta di lui. Se una scena non andava bene, non si andava avanti. E tutto questo non è scontato: ci teneva davvero a questo progetto e a creare una sintonia tra gli attori e la troupe. Siamo cresciuti tutti insieme. Aveva le idee chiare su ciò che voleva ed è stato importante per noi attori. Quando vedevo qualcosa che gli piaceva davvero tanto, capivo sempre di più la direzione che dovevo prendere per il mio personaggio.

Inoltre, hai preso parte alla serie Romulus. Che effetto ti ha fatto essere nel cast di un progetto così importante? 

Ho realizzato di essere all’interno del progetto, durante le prove quando ho aperto bocca per dire le mie battute. Non avevo ancora realizzato tutto. Quando la mia agente mi ha dato la notizia e mi ha detto che ero stata presa per questa serie, avevo vissuto una giornata particolare. Nelle ore precedenti, ero a Milano e mi chiedevo: ‘Cosa sto facendo? Sono pronta, non sono pronta?’. Queste sono le solite domande che un attore si fa per tutta la vita. Un attore non si sentirà mai pronto. Ed è anche questo il bello perché poi ti metti davvero in discussione quando incontri un personaggio.

E così, quando ho saputo di essere nel cast di Romulus, ridevo e piangevo contemporaneamente. Per me, è stata un’emozione fortissima. Quando ho fatto la prima prova con Matteo Rovere, avevo un po’ paura. Era il mio primo lavoro, non avevo mai fatto nulla. Poi, quando le prove sono andate avanti, mi sono resa conto di essere in un progetto unico e ne eravamo tutti consapevoli. Il regista ha curato nei minimi dettagli ogni cosa. Romulus è un progetto pazzesco.

Intervista a Francesca Colucci 

Intervista a Francesca Colucci

Francesca Colucci è Chicca in Un Professore. Credits: Banijay Studios Italy, foto di Anna Camerlingo

Quanto ti senti cambiata come attrice? 

Lavorare su un set per mesi, mi ha sicuramente aiutata tanto a riuscire a lasciarmi andare. Spesso, quando studi in Accademia, ti fanno vedere il mondo del lavoro come un posto dove non puoi sbagliare, dove se sbagli, ti bruci. Ma non è così. A volte, proprio quando sbagli escono fuori delle cose interessanti da vivere. E tutto sembra più naturale e più vero. Ho un approccio diverso al verbo ‘sbagliare’, adesso. I difetti, gli errori sono le cose più interessanti per un personaggio. Da uno sbaglio che fai, puoi costruire un personaggio. 

Il personaggio che interpreti deve essere umano e vero, reale e naturale. Quando guardo un film o una serie, non devo vedere soltanto l’attore. Devo credere che quel personaggio esista davvero. Ho lasciato tante cose che volevo lasciar andare e aspettavo soltanto l’occasione per farlo. Spero che questi siano i primi gradini per andare sempre più avanti. Vorrei lavorare nel cinema, a teatro. Il cinema ha un potere fortissimo e per me, è importante scegliere i personaggi che voglio raccontare. Le persone possono rivedersi in quell’essere umano e lasci sempre qualcosa all’altro. Tutti ci siamo persi al Cinema, siamo entrati in un altro mondo, si è smosso qualcosa dentro di noi. Quando guardi un film, c’è sempre qualcosa che ti cambia. Due ore di una pellicola ti fanno crescere come essere umano. Per me, non è importante la quantità dei progetti che farò ma la qualità del messaggio che darò. 

Mi piace immaginare sempre gli attori come spettatori. Quali sono gli artisti che ti regalano una spinta in più, una carica maggiore per vivere il tuo mestiere con forza?

Penso che una delle prime attrici di cui mi sia davvero innamorata sia stata Anna Karina. Ha sempre avuto quell’alone di malinconia negli occhi e guardandola nei suoi film mi sono sempre chiesta: ‘Cosa ha vissuto questa donna?’. Ha sempre posseduto un alone di mistero, l’ho trovata magica sullo schermo. Amo Luca Marinelli. Non vedo l’ora di vedere Diabolik. Lui sceglie davvero i progetti che vuole fare, i personaggi che vuole raccontare. Non fa tutto, non cerca di fare qualsiasi cosa per la fama. Ogni ruolo che sceglie, lo sceglie per lasciare qualcosa. Anche Elio Germano riesce sempre a dare un peso ai lavori che fa, ai ruoli che interpreta. Adoro Meryl Streep. Riesce a fare un lavoro unico di caratterizzazione del personaggio. Non perde mai la sua identità e la sua verità, è pazzesca.

Quali sono le attrici, tue coetanee, che ammiri?  

Sono pazza di Zendaya. Sogno di lavorare con lei in futuro. Ho visto Malcom & Marie e piangevo per ogni sua parola. Quel film è incredibile. Ti fa capire quanto a volte non servano mille strategie per fare un film. Serve una storia, serve la verità anche cruda e rude. Ero dentro quella storia, in quei dialoghi, scritti da Dio. Amo queste storie dove devi vomitare tutto, dove devi mettere in gioco tutto il tuo vissuto. Vorrei fare progetti del genere. Mi piace pensare che più invecchierò più avrò un materiale emotivo dal quale poter attingere per fare questo tipo di progetti. Amo anche Margaret Qualley, Gaia Girace, Marianna Fontana. 

Avverto un grande amore da parte tua per questo mestiere. 

Ed è così. Sono innamorata del Cinema. Se un giorno smettessi di essere innamorata del mio lavoro, smetterei di farlo. Non vorrei entrare in dinamiche legate allo show business. Voglio raccontare delle storie che hanno un valore necessario. Voglio mettere tutta me stessa nei personaggi. Ed è questo il motivo per cui ho iniziato a recitare. Prima scrivevo, ho sempre scritto tutti i miei pensieri, belli e brutti. Però non mi bastava, ad un certo punto dovevo buttarli fuori, dovevo sfogarmi. Cercavo un ambiente protetto per farlo, un posto dove non ci fosse giudizio. E così ho iniziato a recitare. Adesso, mi rendo conto che più cresco, più lo faccio e più voglio mettere sempre più di me in questo lavoro: l’emotività, il corpo. Voglio cambiare completamente, anche fisicamente. L’arte diventa un modo di vedere la vita. 

 

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