Finestkind: recensione del film sul rapporto padre-figlio su Paramount Plus

La nostra recensione di Finestkind, il nuovo film in onda su Paramount Plus

Il regista e sceneggiatore Brian Helgeland, con Finestkind torna dopo Legend, a distanza da 8 anni, a narrare rapporti difficili e conflittuali, in particolare quello tra fratelli e quello che intercorre tra padre e figlio. Con un cast che comprende Ben Foster, Jenna Ortega, Tommy Lee Jones e Toby Wallace, Finestkind (qui il trailer) è un film nettamente diviso in 2 parti ben distinte, una più profonda e familiare e l’altra più crime; entrambe che nel complesso funzionano.

Indice

Trama – Finestkind recensione

Finestkind

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Charlie è stato accettato all’università di Boston, alla facoltà di legge, ma i suoi interessi vanno da tutt’altra parte. Vuole riconciliarsi con il fratello Tom, figli della stessa madre ma con padri diversi e dallo stile di vita completamente opposto e che hanno dato quindi ai due figli delle vite del tutto differenti. Tom si è sempre impegnato nell’attività della pesca, vivendo con i suoi compagni sulle barche, in mare aperto, tra rischi e pericoli. Quando Charlie gli chiede di entrare anche egli in squadra, Tom accetta volentieri, per quanto non creda che il fratello sia realmente all’altezza di essere un pescatore.

Tutto cambia quando, durante un incarico, la Finestkind, la barca del padre di Tom viene intercettata in acque canadesi, dove Tom e gli altri si erano spinti nel tentativo di tornare a casa con il doppio del carico di pesce previsto. Con la barca sequestrata e un alto debito da pagare, Charlie cerca di trovare un modo per tirare Tom fuori dai guai, e soprattutto per sistemare le cose tra Tom e il padre, che hanno da sempre un rapporto conflittuale. Il tentativo di Charlie lo costringe però a legarsi a persone pericolose, a entrare in affari che non competono né a lui né a nessun altro membro della squadra.

Il rapporto padre-figlio e gli elementi del crime drama che arrivano all’improvviso – Finestkind recensione

Godibile e avvincente nella tensione che crea, il film di Brian Helgeland non ha una chiara connotazione narrativa, un difetto che nella trama lineare, con qualche colpo di scena e una successione degli eventi che convince e funziona, purtroppo salta all’occhio. Il problema principale di Finestkind, che lascia perplessi, nonostante un finale positivo ed esaltante, da tipico film statunitense, risiede nel genere. Perché dopo un’ora di film la storia cambia completamente stile e tono e da una trama sul rapporto tra fratelli e tra padre e figlio, si passa a un thriller dai toni cupi e dalle tinte crime.

Una malavita fin troppo cruda e densa di violenza, e che si aspetterebbe da un altro tipo di prodotto. Entrambe le metà del film funzionano, ma creano confusione su cosa realmente si stia guardando. Al centro c’è sicuramente la relazione che intercorre tra un padre e un figlio che hanno sempre avuto difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti. Persone che vivono le loro esistenze in solitudine, che nella propria squadra trovano degli amici, ma ognuno di loro ha la propria vita e la propria strada, una situazione che può far sentire qualcuno ancor più isolato, distante e diverso.

Finestkind

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L’ottima performance di Ben Foster rappresenta magistralmente questo tipo di uomo, che vive da solo, dedito al lavoro, a un’occupazione che spesso viene guardata da fuori con diffidenza, e che rende gli uomini di mare delle persone alle prese con un’esistenza così diversa da essere incomprensibile finché non la si vive. Il film sembra anche suggerire che in molti casi l’attività della pesca venga spesso sminuita. Il personaggio di Tom è freddo, serio, duro, deciso e severo, ma solo quando trascorre le sue giornate sulle barche, quando non deve confrontarsi con emozioni, difficoltà, affetti, consapevolezze e nuove sensibilità.

Un contrasto sicuramente già visto, ma che nel mondo della pesca, nella piccola cittadina circondata dal mare dove si vive solo del commercio di pesce, in particolare, di capesante, acquista un valore aggiunto, un’effettività narrativa che si esplicita poi nel rapporto padre-figlio, entrambi pescatori, entrambi che guidano una barca in particolare, riconosciuta e stimata. Nella grigia cittadina costiera tutto dipende da quegli stessi pescatori che, a volte, tanto si cerca di tenere a distanza, con una caratterizzazione data solo per sentito dire.

Conclusioni – Finestkind, la recensione

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Finestklind presenta un mondo e un universo comprensibile solo da coloro che lo provano sulla propria pelle, un lavoro faticoso e ricco di soddisfazioni e che non si limita mai a quanto si possa credere dall’esterno. Il film ben racconta le relazioni tra i personaggi, soprattutto tra i membri della squadra, tra botta e risposta in momenti di svago, riposo e divertimento e in situazioni più accese e problematiche. C’è un dolore negli occhi di Tom e di Charlie, anche quest’ultimo in conflitto con il proprio padre.

Legami burrascosi e saldi e che in maniera complementare, ma differente trovano il loro punto d’arrivo, la loro completa e reale definizione, che nulla potrà più ribaltare. Anche la parte crime si concentra su questo punto, ma per buona parte del film, la suspence sembra non arrivare mai a compimento: si pensa di essere di fronte a un survival movie, poi a un drama al maschile tra genitori e figli e alla fine a un crime d’azione. Nonostante questa poca chiarezza di genere e forse la chiusura di alcune storie eccessivamente fantasiosa, che stona completamente con tutto il resto, il film si fa seguire e, con qualche delusione, si avvale di un ottimo cast e di una buona tecnica.

Finestkind

Voto - 6.5

6.5

Lati positivi

  • Ottime interpretazioni che convincono e creano empatia con i personaggi
  • Un universo particolare presentato nella sua funzionale unicità

Lati negativi

  • Generi diversi che creano confusione

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