Flee: recensione del documentario candidato agli Oscar 2022

Il film di Jonas Poher Rasmussen candidato agli Oscar 2022

“Che cosa è per te casa?”. È questa la domanda che pone allo spettatore Jonas Poher Rasmussen nel suo documentario Flee di cui noi vi proponiamo la nostra recensione, candidato agli Oscar nelle categorie Miglior documentario,Miglior film d’animazione e Miglior film in lingua straniera. Molti vedono come la propria casa quella in cui nascono e crescono, quel nido pascoliano che ti proteggerà sempre e ti farà sentire al sicuro qualsiasi cosa accada nella tua vita. Ma cosa vuol dire casa per una persona – un bambino, in realtà – costretta a scappare dal suo territorio che viene bombardato, alla ricerca di un nuovo nido in un mondo che sembra scacciarti ogni volta che ti assesti? Questa è la storia di un compagno di liceo del regista Rasmussen emigrato dall’Afghanistan in Danimarca quando era solo un adolescente.

Indice

Il racconto di una fuga dall’Afghanistan – Flee recensione

Per mantenere la sua identità il più segreta possibile per motivi che poi vengono rivelati nel corso del documentario, Rasmussen sceglie di utilizzare degli pseudonimi per i protagonisti della sua storia, accompagnati dall’uso dell’animazione che protegge ancora di più le identità di Amin e dei suoi familiari. La voce però è la sua, quella del protagonista Amin, così come la tragica storia che con coraggio decide di raccontare per la prima volta. Conosciamo Amin quando si sdraia con il viso rivolto verso la telecamera e gli occhi chiusi, mentre cerca di ricordare l’inizio della sua storia.

Mentre Rasmussen registra, mostra al pubblico l’intera narrazione attraverso un cartone animato, che in qualche modo rappresenta la stessa coscienza di Amin e i suoi ricordi che si fanno strada sul grande schermo. La storia – alternata tra passato e presente – si muove avanti e indietro su una linea retta, ricordando un Amin bambino e adolescente che scappa dalla propria casa e scoprendo l’Amin adulto, innamorato del suo fidanzato e con una carriera che lo rende felice. Il documentario è una escalation di tensione, suspense e orrore di fronte a una storia che purtroppo sembra essere più attuale di quanto pensiamo.

Un’appassionante storia di amore e terrore – Flee recensione

flee recensione

Flee. Final Cut for Real

Flee racconta una storia purtroppo troppo moderna e sempre più urgente: la difficile situazione dei rifugiati sfollati a causa della guerra e di altre emergenze degli anni Ottanta. Non è solo la storia di Amin, ma è la sua e quella di quanti – come lui – hanno abbandonato il proprio nido natale per trovarne uno più sicuro in qualche parte nel mondo. Il racconto di Amin e della sua famiglia è molto semplice, per quanto distruttivo. Lo spettatore non può far altro che empatizzare con il protagonista, sperando che anche lui possa trovare finalmente la felicità. Il pubblico, si sente così parte del racconto ed entra in confidenza con il protagonista più di quanto possa credere.

Ogni racconto inizia allo stesso modo: lo spettatore che guarda dall’alto Amin, quasi a entrare direttamente nella sua testa, diventando parte attiva della storia, così come il regista Rasmussen. L’amicizia e la familiarità che lega il regista e il protagonista della storia consentono al racconto di diventare sempre più intimo, così da introdurre anche il pubblico all’interno della storia, che man mano diventa più intensa e appassionante. Flee non è un film, Flee è un flusso di ricordi delle persone che Amin ha amato nella sua vita tormentata, ricordi raccolti nel corso del tempo, racchiusi nel proprio inconscio e tenuti segreti per il bene di tutti, fino a quando il giovane non decide di raccontarsi finalmente ed esplodere in un arcobaleno di narrazione, mantenendo pur sempre il proprio pudore e la propria riservatezza.

L’utilizzo dei colori nel documentario di Jonas Poher Rasmussen – Flee recensione

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Flee. Final Cut for Real

Amin racconta i suoi momenti di bambino in Afghanistan, quando libero correva in giro per le strade con l’abito da notte di sua sorella, mentre ascoltava la musica. Un giorno però la comunità è sconvolta dalla guerra civile e la famiglia dalla scomparsa del padre, preso dai Mujaheddin. Da lì la storia cambia completamente e diventa un susseguirsi di fughe verso un futuro migliore. Questo cambio di situazioni si vive anche con l’utilizzo della tavolozza dei colori della versione animata. Si passa da un beige e marroncino dell’Afghanistan – i colori caldi dei momenti felici del bambino – a un susseguirsi sempre più freddo di grigi e nero, sinonimo degli orrori che il giovane Amin ha dovuto sopportare.

Gli anni tetri passati in Russia sono caratterizzati da colori saturati, i movimenti dei personaggi diventano per lo più scattanti e le loro espressioni facciali quasi del tutto inesistenti. Il colore ritorna invece nel presente, quando Amin vive con il suo fidanzato Kasper e con lui cerca di costruirsi il proprio futuro con una nuova casa e una nuova stabilità, lontano dal passato, ma con la memoria sempre lì. I colori diventano vivi nella parte finale del documentario, quando si passa dall’animazione alla versione live action, trucco usato da Rasmussen per ricordare che questa è una storia reale, fatta da persone reali che hanno vissuto davvero quelle esperienze. Il regista ha voluto così sottolineare che come Amin tanti vivono la sua stessa situazione e di non rimanere indifferenti di fronte a questo tipo di esperienze.

Un caso unico agli Oscar 2022 – Flee recensione

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Flee. Final Cut for Real

Cos’è quindi casa? Per molti è il luogo in cui si è cresciuti, per altri è quello dove vivono le persone che amiamo o quella dove abbiamo deciso di andare a vivere e sentirci bene. Può essere un luogo o anche solo un gruppo di persone a cui siamo legati. Ma cos’è casa per una persona che è stata costretta fin da piccola a scappare e che – nonostante ormai sia cresciuta – deve continuare a vivere mentendo, costruendosi una realtà diversa da quella in cui era nato? Amin non ha più la sua vecchia casa, perché gli è stata strappata via troppo presto e in quella casa non potrà mai tornarci. Come lui tanti hanno vissuto in questa situazione e tanti ragazzini oggi sono come Amin. Sono i bambini dell’Afghanistan, quelli dell’Ucraina, quelli di ogni parte del mondo in cui altri decidono che la loro casa non va più bene per loro.

Flee non è solo un film, non è solo un documentario, non è solo un percorso al cinema di qualche ora. Flee è la realtà, è il mondo che credevamo di aver ormai superato e quello in cui molti sono ancora costretti a vivere. Flee è un caso unico nel suo genere. Un vero e proprio caso unico anche nell’Academy, quello di essere candidato in tre categorie così diverse. Eppure per Flee non è difficile essere un caso straordinario, anzi è un film fatto per essere ricordato, affinché la storia di Amin non venga dimenticata, e come lui quella di tante persone che nel passato e purtroppo anche nel presente sono scappate dalla propria casa di appartenenza, per crearne una che fosse lontana dalla propria sofferenza e a immagine del proprio sogno di vivere tranquilli.

Flee

Voto - 8.5

8.5

Lati positivi

  • Il documentario è un escalation di tensione, suspense e orrore di fronte a una storia che purtroppo sembra essere più attuale di quanto pensiamo
  • Lo spettatore non può far altro che empatizzare con il protagonista, sperando che anche lui possa trovare finalmente la felicità
  • L’amicizia e la familiarità che lega il regista e il protagonista della storia consente al racconto di diventare sempre più intimo, così da introdurre anche il pubblico all’interno della storia, che man mano diventa più intensa e appassionante

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