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Judy: la recensione del biopic con Renée Zellweger

Renée Zellweger, intensa e struggente, nei panni di Judy Garland nel film di Rupert Goold

Arriverà nelle sale il 16 gennaio Judy, il biopic su Judy Garland diretto da Rupert Goold e con protagonista Renée Zellweger. Per questa performance, l’attrice si è aggiudicata il Golden Globe come Miglior attrice in un film drammatico. Judy, di cui vi proponiamo la nostra recensione, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma ed è uscito tra fine settembre e inizio ottobre nelle sale statunitensi ed inglesi. Il film (regista di True Story con James Franco e Jonah Hill) è l’adattamento cinematografico del dramma teatrale di Peter Quilter End of the Rainbow. Judy non fa mistero della sua impronta teatrale e racconta l’ultimo anno di vita della celebre interprete di Dorothy de Il mago di Oz.

La sceneggiatura si muove fra il 1968 (qualche mese prima della morte di Judy Garland) e il 1939, anno d’uscita de Il mago di Oz. Sotto la guida durissima di Louis B. Mayer, Judy Garland divenne una stella di fama mondiale e una creatura, sfruttata, della MGM. Il successo ottenuto col ruolo di Dorothy portò la giovanissima attrice in vetta trascinandola, nel contempo, nel baratro delle dipendenze da alcol e farmaci. Durante le riprese de Il mago di Oz Judy Garland fu costretta da Mayer ad assumere antidepressivi e sonniferi e a seguire una dieta ferrea. La Garland non riuscì mai a liberarsi dalle dipendenze e a vivere una vita “normale” dopo la vorticosa ascesa di inizio carriera. Il film di Rupert Goold racconta cos’è successo a Judy Garland alla fine dell’arcobaleno.

Indice:

La trama – Judy recensione

1968, Judy Garland (Renée Zellweger) è un’icona del cinema la cui carriera ha già avuto il picco più luminoso e che fatica a trovare un posto nello star system statunitense. Anche sul fronte privato la situazione non è rosea, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con l’ex marito Sidney Luft (Rufus Sewell). Per cercare di risollevarsi, affida i due figli al loro padre e vola a Londra, città in cui il mito legato alla sua figura sembra non essere tramontato. Il programma prevede una serie di concerti al Talk of the Town, il nightclub di cui è proprietario Bernard Delfont (Michael Gambon). A seguire Judy durante il tour c’è Rosalyn (Jessie Buckley) che, come assistente, cerca di tenere sotto controllo le dipendenze dell’attrice e di darle stabilità.

Fra alti e bassi Judy Garland alterna momenti in cui incanta il pubblico con le sue doti canore ad altri in cui sprofonda nel baratro di solitudine ed eccessi con cui convive sin dai tempi de Il mago di Oz. Nemmeno il matrimonio con Mickey Deans (Finn Wittrock) riesce a darle stabilità, mentre i figli lontani sembrano aver trovato un equilibrio anche senza la madre. Provata nello spirito e nel corpo, Judy Garland capisce che solo il pubblico può garantirle ancora l’affetto e le conferme che la vita non è più in grado di darle.

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End of the Rainbow

Come abbiamo accennato in apertura della nostra recensione, Judy ci racconta quello che è successo alla celebre attrice alla fine del suo personale arcobaleno. Il regista decide di non calcare troppo la mano, il dramma della star non viene esibito quanto lasciato percepire: la sensazione dominante è quella di trovarsi con la Garland sull’orlo di un precipizio. Le vicende personali e professionali di Judy Garland a fine carriera sono materia non facile da trattare e il tutto è messo in scena con una grande, apprezzabile delicatezza. L’occhio di Rupert Goold è benevolo, empatico e compassionevole nel senso etimologico del termine.

C’è compassione intesa come sofferenza condivisa: lo spettatore partecipa emotivamente ai drammi della protagonista, grazie soprattutto alla toccante interpretazione della Zellweger. Pur con le dovute libertà, gli eventi in scena sono quelli effettivamente accaduti e per lo più noti al pubblico. Judy Garland si ritrovò davvero in difficoltà economiche serie, con una situazione familiare precaria e a fare i conti con la parabola discendente di una fama una volta stellare. Con una materia del genere tra le mani sarebbe bastato pochissimo per scadere nel patetismo e in una rappresentazione del dolore fine a se stessa. Il film di Rupert Goold, rispettoso ed equilibrato, sfugge con intelligenza a questo pericolo.

Considerazioni tecniche – Judy recensione

Il biopic di Rupert Goold è un film con un evidente taglio teatrale, chiaro soprattutto nella costruzione delle sequenze. Esse sono per lo più di ampio respiro, concepite per essere quasi autosufficienti, proprio come a teatro. Scelta interessante questa da parte di Goold, coerente e perfetta per esaltare il talento interpretativo di Renée Zellweger. Per la sua interpretazione di Judy Garland, Renée Zellweger potrebbe aggiudicarsi il suo secondo Oscar dopo Ritorno a Cold Mountain. La performance dell’attrice è totale: nel corpo segnato e magrissimo, nei gesti nervosi, nell’espressione malinconica e nella voce. È la stessa Zellweger che interpreta le canzoni che sono al centro di diversi momenti fondamentali nel film. Il resto del cast non riesce a tenere il passo della protagonista, fatta eccezione per la brava Jessie Buckley nei panni dell’assistente Rosalyn.

Il personaggio di Rosalyn risulta ben scritto nella sua evoluzione da fredda custode di una diva instabile e a tratti ingestibile a figura affezionata e quasi familiare. È proprio all’interazione fra Judy e Rosalyn che sono affidati alcuni dei momenti più amaramente ironici del film. Come dicevamo in apertura della nostra recensione, Judy ha una struttura classica e lineare; i flashback del 1939 sono ben inseriti, forse un po’ troppo didascalici, ma utili per comprendere i tormenti della Garland a fine carriera e il portato psicologico di una fama travolgente in un contesto spietato. La musica, ovviamente, gioca un ruolo fondamentale e anche qui Renée Zellweger, intensa e struggente, divora il palcoscenico e incanta lo spettatore.

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Conclusioni

Arrivati alla fine della nostra recensione di Judy appare chiaro che è la performance di Renée Zellweger a fare la differenza in un film ben strutturato, piacevole nei toni e nella messa in scena, ma che non brilla per originalità. L’interpretazione della Zellweger è di quelle che lasciano il segno e che non rimangono confinate alle due ore di visione in sala. Judy è un film equilibrato e armonioso nella struttura, pacato ma efficace nei toni. Per tutta la durata del biopic, grazie soprattutto alla performance Renée Zellweger, si percepiscono tutta la solitudine e il tormento della Judy Garland donna e artista.

Non c’è dubbio, quindi, che Judy sia il film della Zellweger: è lei che porta sulle spalle il peso del personaggio e della storia. Il film si conclude con una malinconica interpretazione di Over the Rainbow che suona inequivocabile come il canto del cigno di chi è ben consapevole dell’avvicinarsi della fine. Così, Judy Garland chiede al pubblico di non dimenticarla; una richiesta carica allo stesso modo di speranza e di insicurezza. Renée Zellweger porta avanti la richiesta della Garland ed è di entrambe, spenti i riflettori del palcoscenico e riaccese le luci della sala, che si conserva il ricordo.

Judy

Voto - 7.5

7.5

Lati positivi

  • Renée Zellweger magnifica, brava Jessie Buckley
  • Equilibrio nei toni, ben strutturato

Lati negativi

  • Il resto del cast non regge il passo
  • Flashback troppo didascalici

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