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Little Joe: recensione del thriller sci-fi di Jessica Hausner

Può una pianta rendere felice il proprio padrone senza controindicazioni?

Grazie allo slittamento delle uscite in sala di numerosi blockbuster e delle grandi produzioni internazionali, piccole opere poco conosciute nel nostro paese stanno trovando una buona distribuzione in questa calda e difficile estate. Tra essi uno dei titoli più interessanti in concorso allo scorso Festival di Cannes (che ricordiamo, non s è tenuto nel 2020). Parliamo di Little Joe, di cui vi parleremo in questa recensione. Il film di produzione austro-britannica è scritto e diretto dall’austriaca Jessica Hausner. La regista è nota soprattutto per il suo Lourdes, film che nel 2009 stupì positivamente la Mostra del cinema di Venezia. Il suo ultimo lavoro ha nettamente diviso sia pubblico che critica ed ha consacrato il talento dell’attrice inglese Emily Beecham (Ave, Cesare!), premiata a Cannes con il premio per la miglior attrice. Nel cast, tra i tanti, figurano anche Ben Whishaw (Skyfall) e Kerry Fox (Orso d’argento nel 2001 per Intimacy)

La ricercatrice Alice Woodard è un’esperta allevatrice di piante e specie vegetali. La donna lavora per la Planthouse, società che si occupa dello sviluppo di nuove specie collaborando con scienziati e ricercatori di tutto il mondo. Alice sta progettando una nuova e interessante pianta, che oltre alla sua bellezza possiede una caratteristica incredibile. Essa, se mantenuta alla giusta temperatura, nutrita a dovere e “coccolata” – parlandole e prendendosi cura di lei, ad esempio – può rendere felice il suo proprietario. Contro le politiche aziendali, però, Alice decide di portarne una a casa e regalarla a suo figlio Joe, battezzandola così “Little Joe”. Ma piano piano sia suo figlio che i suoi colleghi, tutti entrati a contatto diretto con la pianta, inizieranno a manifestare atteggiamenti distaccati e sospetti. La donna inizierà così a mettere in dubbio l’innocuità della nuova specie. Di seguito la recensione di Little Joe, di Jessica Hausner.

Indice

La piccola bottega degli ultracorpi – Little Joe, la recensione

Così come buona parte del cinema austriaco degli ultimi decenni (si veda fra tutti Michael Haneke), anche l’ultima opera di Jessica Hausner sfrutta il dubbio e il mistero per indagare sulla natura umana. Lo fa, però, attraverso uno stile visivo e una struttura narrativa per un certo verso, parzialmente, vicina all’horror. Perché ad un primo sguardo, anche superficiale, notiamo come in Little Joe ci sia molto sia de La piccola bottega degli orrori che de L’invasione degli ultracorpi. Una versione moderna di entrambi, chiamati in causa pur essendo diversi tra loro. Citazioni chiare ma mai esplicite anche grazie al lavoro fatto dalla regista – e sceneggiatrice del film – che confeziona un prodotto che ha pochi eguali. Non tanto per il ciò che racconta ma per il modo di concepire le scene e di lavorare sulle su di esse e sulle immagini, gli spazi ma soprattutto sulla tensione.

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Little Joe. Coop99, The Bureau, Essential Filmproduktion

Little Joe si distingue dai precedenti lavori dell’autrice e dai suoi parenti lontani (come i già citati film di Siegel e Corman), infatti, per la sua identità filmica e il suo linguaggio più vicini alla cinematografia greca contemporanea. C’è Lanthimos e c’è molto Makridis, pur senza – o almeno in quantità certamente minore – quel senso dell’umorismo nero e spietato. La Hausner parla con un ritmo volutamente cadenzato, quasi completamente privo di picchi tensivi e anti-climatico che non addormenta lo svolgimento ma, anzi, la rende peculiare e pienamente coerente con la vicenda narrata. Little Joe infatti non perde in nessuna occasione il suo focus, restando costantemente aggrappato alle sue dinamiche sia drammaturgiche che visive. Ed è questo uno dei pochi errori che si concede, perché così facendo sembra non aggiungere nulla ad una intreccio che avrebbe potuto osare maggiormente.

L’inquietante far nulla

Ciò che rende la storia interessante non è tanto il soggetto vero e proprio ma il suo sviluppo. In poco più di 100 minuti Jessica Hausner espone un’idea lineare e priva di fronzoli ma non così semplice; pregna di una tensione costante che intensifica il carattere da thriller e cattura l’interesse. Ciò grazie alla messa in scena di un’atmosfera agghiacciante, fredda, distaccata e inquietante, quasi robotica, in cui tutto sembra artificiale e costruito ma che ben si confà al contesto scientifico. Dalla recitazione agli ambienti, ogni aspetto dell’opera conferisce ad essa un’aura misteriosa. C’è un evidente interesse nel voler ritrarre un determinato atteggiamento, un preciso distacco emotivo che man mano che il film va avanti diventa sempre più esasperato ed esplicito. E il pregio principale sta nel non infastidire mai con queste scelte ma anzi riuscire a costruire una propria identità.

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Little Joe. Coop99, The Bureau, Essential Filmproduktion

Pur con qualche incertezza, Little Joe è anche una piccola lezione sul tempo cinematografico, sullo scandire di quest’ultimo attraverso le immagini e la colonna sonora. Essa, nello specifico, è la vera artefice della tensione dall’inizio alla fine del film: un mix di suoni e versi animaleschi sempre improvvisi che come un metronomo ritmano le scene e ne accentuano il particolare carico emotivo. Qui la regia della Hausner gioca un ruolo essenziale; ogni scena diventa occasione per esplorare, per vagare nello spazio e tra gli ambienti, tra i volti, portando a dimenticarsi delle frasi e delle azioni, spesso fuori campo. La regista austriaca riesce a valorizzare nel migliore dei modi l’equilibrio formale del contesto visivo e narrativo per inquietare e accrescere il turbamento – nello spettatore così come nei protagonisti della vicenda. È un impianto visivo che lavora a sé, su un piano differente, ma che contribuisce come protagonista nella creazione dell’atmosfera.

Più scienza che fantascienza – Little Joe, la recensione

Little Joe affascina anche per il suo esser costantemente ingabbiato nei suoi interni (in un interessante parallelismo tra uomo e pianta); asfissianti ma funzionali all’impeccabile composizione estetica. Il valore visivo della splendida e ricercata fotografia, oltre che dei colori equilibratissimi nell’arredo, nel vestiario e nelle scenografie, si coniuga perfettamente con i toni di una recitazione fuori dagli schemi. Distaccamento e quasi disumanizzazione contraddistinguono infatti l’approccio attoriale perfettamente in accordo con il racconto e con ciò che vediamo attorno ai protagonisti. Emily Beecham nel ruolo di Alice, tra tutti, riesce a restituire una donna in pieno disagio psicologico, a metà tra il ruolo materno e quello lavorativo, attraverso pochi semplici gesti e sguardi. Disagio già espresso da un’atmosfera che sfrutta tutti gli elementi, compresi i membri del cast e il loro meccanico approcciarsi con ciò che li circonda, per attirare lo spettatore più di quanto non faccia la storia stessa.

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Essa pur non brillantissima, come già detto, gode però di una sceneggiatura che mixa sapientemente componenti di vario genere. Dal thriller al dramma familiare, passando per qualche fugace momento di umorismo e di accenno all’horror – tentativo, quest’ultimo, non proprio riuscito. Tanti elementi e generi ben esplorati e amalgamati. Perché anche se nessuno di essi riesce a prevalere, emerge un equilibrio che bilancia piacevolmente il meccanismo narrativo generale. Little Joe è un prodotto più che interessante, che per via delle sue particolarità riesce a far passare sopra qualche nota acerba e meno entusiasmante. Conturbante, seducente ma allo stesso tempo per certi versi disturbante, offre anche una serie di spunti di riflessione da non sottovalutare. Un’opera curiosa che mette in scena più scienza che fantascienza; sfruttando la prima per parlare di una pianta geneticamente modificata come specchio per l’essere umano, tra cambiamento, dubbio e introspezione psicologica.

Little Joe

Voto - 7.5

7.5

Lati positivi

  • Le prove attoriali di tutto il cast, specie quella di Emily Beecham
  • L’atmosfera di mistero ricreata grazie ad un'equilibrio formale tanto bilanciato quanto inquietante
  • Una colonna sonora sensazionale

Lati negativi

  • Uno sviluppo dell’intreccio poco articolato, che non sfrutta benissimo la componente horror
  • Il clima quasi robotico e artificiale, pur risultando una delle caratteristiche positive e peculiari dell’opera, potrebbe infastidire

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