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Lo spietato: recensione del film targato Netflix con Riccardo Scamarcio

Renato De Maria ci riporta nella Milano da bere degli anni '80

Lo spietato recensione. Dopo una breve parentesi di 3 giorni nelle sale italiane il film targato Netflix è finalmente sbarcato sulla piattaforma omonima. La famosa società di distribuzione è però intervenuta solo a riprese concluse e Lo spietato, prodotto da Rai Cinema, non era concepito per il piccolo schermo. Lasciandosi ispirare da Manager calibro 9 di Piero Colaprico e Luca Fazzo, Renato De Maria ripercorre la vita del pentito Saverio Morabito e il radicamento della mafia calabrese a Milano. Reduce da Italian Gangsters, documentario montato con spezzoni di numerosi B-movies italiani, il regista compie un altro passo nell’esplorazione della malavita italiana.

Santo Russo (Riccardo Scamarcio) è un giovane ragazzo calabrese che, a causa degli screzi tra il padre e la ‘ndrangheta, è costretto a trasferirsi nell’hinterland milanese. Qui imbocca un sentiero oscuro, crescendo fra piccoli furti e rapine arriva a scalare la vetta della mafia di Milano. Tra donne, soldi e violenza De Maria ci cala fra la sete che imperversava nella Milano da bere.

Milan l’è on gran Milan – Lo spietato recensioneLo spietato recensione

Troppo spesso Milano viene dimenticata nell’albo delle scenografie italiane, surclassata dalle più gettonate Roma o Firenze. Le rare volte in cui viene utilizzata si tende a tralasciare il reale significato di scenografia, che diventa invece un banale e uniforme sfondo delle azioni dei personaggi. Ebbene, questo ne Lo spietato non avviene. De Maria opera attraverso una maniacale cura per il dettaglio, ricreando in maniera ottima la Milano del boom economico che lo ha affascinato. Si spazia dalla scelta dei costumi alla ricostruzione degli interni, fino alla Lamborghini Diablo e alla Ferrari 308 GTB, automobili che hanno segnato l’immaginario di quegli anni. Anche la colonna sonora curata da Riccardo Sinigalla, già collaboratore di De Maria nell’ottimo Paz!, contribuisce alla totale immersione nel panorama milanese.

Il film ricopre un ampio arco di tempo ( dagli anni ’60 agli anni ’90) dandoci modo di osservare da vicino come cresce, insieme a Santo, il fenomeno dell’arrivismo sociale. Siamo nella Milano della percezione del benessere diffuso, dove l’ambizione regna sovrana. L’accuratezza storica messa in campo da De Maria non è infatti fine a se stessa, ma è essenziale per creare l’atmosfera di sete diffusa che andrebbe altrimenti persa. Le due cose vanno a pari passo, sostenendosi e intersecandosi per creare un comparto scenografico davvero ottimo. Le vicende malavitose sono infatti costantemente permeate da un’atmosfera sorniona e arrogante, dando vita a un binomio che si auto-alimenta.

La sete nella Milano da bere – Lo spietato recensioneLo spietato recensione

Il rampantismo arrivista e opulento della classe sociale emergente si erge come protagonista assoluto della pellicola. Partendo dal motto di Santo “Non fare mai niente per niente” si dirama la sua ascesa/discesa. Russo è il simbolo del nuovo self-made man: si è fatto da solo nonostante la pessima nomea ereditata dal padre. Spadafora, al contrario, è un figlio di papà che “non si suda nulla” e la contrapposizione nasce dunque  spontanea. La classe emergente, figlia del boom economico e più giovane e assetata, sovverte l’ordine naturale e si pone in cima alla catena alimentare.

Questa idea di imprenditorialità emergente è portata avanti molto bene da De Maria durante il film. Santo non è di certo l’imprenditore convenzionale che finge di essere, eppure ne addotta i principi. Testa infatti il suo prodotto  e ne regola il prezzo di conseguenza prima di metterlo sul mercato, il tutto grazie ai tossici-somelier. Questo positivo spirito imprenditoriale è però contraddistinto da un’ambizione insaziabile, finalizzata al solo accumulo di beni e allo status symbol che ne deriva. L’individualismo sfrenato del singolo per il singolo infatti catturerà progressivamente anche il nostro protagonista, dando inizio alla sua spirale discendente. La morsa che attanaglia i personaggi si stringerà  sempre maggiormente nel corso della pellicola, mostrando l’impossibilità di uscire dal giro mafioso. Ecco dunque che De Maria coadiuva questo messaggio con numerosi primi piani e inquadrature claustrofiche che intrappolano i personaggi sullo schermo.

E l’amore? – Lo spietato recensionelo spietato recensione

Santo Russo è in grado di amare? Un uomo così fortemente soggetto a meccaniche utilitaristiche è in grado di provare emozioni così forti e autentiche? Mariangela (Sara Serraiocco) crede di no. La moglie devota sostiene che l’eccessiva ambizione del marito gli renda impossibile amare qualcuno, compreso se stesso in quanto sogna costantemente di essere qualcun altro. Il personaggio messo in scena da Scamarcio è in primo luogo un trasformista. Forgiato dal carcere minorile, è stato assoggettato fin da ragazzino alla malavita milanese. Ha imparato che l’unico modo per sopravvivere è adattarsi, e ha iniziato il suo percorso camaleontico. Il suo trasformismo nasce come linguistico, spaziando dal calabrese al milanese fino ad arrivare al francese, e si evolve poi fino ad intaccare la sfera sentimentale. Ancora una volta entra in gioco la colonna sonora, perfetta per rendere il clima adatto grazie alle note di Malamore di Enzo Carella.

Accanto a Mariangela abbiamo dunque una seconda figura femminile: Annabelle (Marie-Ange Casta). A contrapporsi alla moglie e madre arriva la figura della amante sensuale, un’artista francese con la quale c’è immediatamente feeling. Entrambe sono fermamente convinte di conoscere intimamente Russo, ma la verità è che nessuna delle due lo conosce davvero. Mariangela ignora il lato malavitoso del marito e Annabelle quello più sentimentale, amando di fatto due uomini diversi. Il velo di incanto calato da Mariangela le impedisce di riconoscere i peccati del marito e Annabelle, complice una buona fotografia, si mostra per come è veramente: un concetto. L’ennesimo tentativo di fuga di Russo che, evadendo dalle responsabilità, si rifugia in un’altra vita. Santo è infatti un “irrisolto” e, mentre assistiamo alla rivincita di Mariangela e all’ascesa di Annabelle, lo osserviamo disgregarsi.

Conclusioni – Lo spietato recensione

Lo spietato recensione

Lo spietato si identifica fin dalle prime battute come una lettera d’amore ai film polizieschi anni ’80. Un omaggio a tutto tondo che non disdegna però di guardare al moderno. Per quanto si tratti di una gangster story dal gusto molto classico, la colonna sonora e la scenografia in primis rendono sicuramente questa pellicola un prodotto interessante. Traspare tutta la passione di De Maria che, pur non osando troppo, mette in scena anche alcune ottime trovate registiche grazie a un uso sapiente degli specchi. Un cast ben diretto si rivela anche molto in sintonia con Scamarcio che, seppur padrone del film, non mette in ombra le convincenti performance di Sara Serraiocco e Marie-Ange Casta. Di livello il tocco finale, con un’ultima zampata di Scamarcio che graffia lo schermo e saluta lo spettatore. In conclusione, Lo spietato è da vedere? “Ça va sans dire”.

Lo spietato

Scenografia - 7.5
Regia - 6.5
Colonna sonora - 7
Fotografia - 6.5
Recitazione - 7.5

7

Lati positivi

  • Ottima performance e alchimia del cast
  • Cura maniacale della scenografia e ricerca del dettaglio

Lati negativi

  • Si poteva osare maggiormente
  • Gangster story troppo classica

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