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Mai raramente a volte sempre: recensione del film di Eliza Hittman

Il dramma teso e realistico di un'adolescente, una storia forte e scomoda

È arrivato nelle sale cinematografiche lo scorso 13 agosto Mai raramente a volte sempre, terzo lungometraggio della regista Eliza Hittman, di cui vi proponiamo la nostra recensione. Il film è stato presentato in anteprima a gennaio 2020 al Sundance Film Festival. Dopo la premiere al Sundance il film, in concorso alla 70° edizione del Festival di Berlino, ha vinto l’Orso d’argento, gran premio della giuria. La Hittman mostra con un taglio freddo, quasi chirurgico, ma carico di intensità emotiva, il dramma di un’adolescente. Un’adolescente come tante altre che dovrà affrontare senza rete di sicurezza alcuna un percorso durissimo. Mai raramente a volte sempre è uno di quei film che hanno qualcosa da dire, qualcosa da mostrare e su cui far riflettere lo spettatore.

Nel corso dei 100 minuti in cui si sviluppa la pellicola ci si ritrova spesso a disagio, scomodi sulla poltrona; per quello che la regista mostra e per come decide di mostrarlo. La storia raccontata è quella di Autumn (Sidney Flanigan), una diciassettenne della provincia americana che a seguito di una gravidanza indesiderata decide di abortire. Di nascosto dalla famiglia – una madre assente e un patrigno ostile e aggressivo – si reca a New York per interrompere la gravidanza accompagnata dalla cugina Skylar (Talia Ryder). L’occhio attento di Eliza Hittman porta lo spettatore nel viaggio di Autumn, un viaggio medico e psicologico, difficile e doloroso; il viaggio di una diciassettenne alle prese con un problema più grande di lei, da affrontare con le poche risorse – materiali e psicologiche – di cui dispone.

Indice:

Never, rarely, sometimes, always – Mai raramente a volte sempre, la recensione

Il titolo del film – tanto in inglese quanto in italiano – fa riferimento a una delle scene più forti e disturbanti dell’intera pellicola. Autumn è in clinica a New York, a colloquio con una psicologa incaricata di approfondire la storia clinica e personale della ragazza e di offrirle supporto e ascolto. Mai, raramente, a volte, sempre sono le opzioni di risposta possibili a domande tanto difficili e intime quanto necessarie. Il colloquio con la psicologa è uno dei momenti più significativi del film di Eliza Hittman, forse quello in cui lo spettatore entra maggiormente in empatia con la protagonista. I primi piani ravvicinatissimi indugiano sul volto di Autumn mentre, fuori campo, la psicologa pone le domande, distaccata ma rassicurante; il tutto senza alcuno stacco di montaggio, in un continuum che toglie il fiato.

La sequenza in questione è fondamentale perché, oltre la superficie del controllo burocratico, rappresenta un momento centrale di rivelazione per lo spettatore. Un momento reso ancor più drammatico e teso dalla sua enigmaticità. Le domande diventano sempre più scomode mentre le lacrime solcano il volto di Autumn, solitamente impassibile e quasi granitico. È in quell’istante che si insinua il sospetto che la gravidanza di Autumn possa essere il frutto di un abuso, una violenza sessuale forse subita in famiglia. Non c’è certezza, nulla viene rivelato esplicitamente; è proprio questa ambiguità che satura la sequenza di una tensione quasi insostenibile. Vedremo meglio nel corso della nostra recensione che Mai raramente a volte sempre si sviluppa su sequenze così costruite che risultano – singolarmente e nell’insieme – straordinariamente efficaci.

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Mai raramente a volte sempre. Tango Entertainment, BBC Films, Mutressa Movies, Pastel Productions

Analisi – Mai raramente a volte sempre, la recensione

Mai raramente a volte sempre è un dramma realista, una sorta di racconto cronachistico che si sviluppa attorno a due piani principali. Da un lato seguiamo il percorso di Autumn, documentato tappa per tappa, dalla scoperta della gravidanza all’interruzione, senza che nulla venga tralasciato. Eliza Hittman sceglie di mostrare tutto senza alcun filtro narrativo, senza lasciar trapelare giudizi e raccontando la vicenda solo ed esclusivamente dal punto di vista della sua protagonista. Dall’altro si assiste allo sviluppo del rapporto tra Autumn e sua cugina Skylar; più che semplici parenti ma meno che amiche, le due ragazze affrontano il viaggio potendo contare solo su loro stesse. Autumn e Skylar parlano raramente, si scambiano pochi gesti affettuosi e sguardi fugaci ma estremamente profondi e carichi di significato. Gesti e sguardi che Hittman non manca di sottolineare con inquadrature che sono vere e proprie istantanee di stati d’animo, pensieri, emozioni.

Altro nucleo tematico centrale in Mai raramente a volte sempre è la rappresentazione di ciò che una giovane donna è costretta a sopportare quotidianamente. In una Grande Mela particolarmente grigia e caotica, Autumn e Skylar si muovono come prede. Con la valigia sempre in mano, le due ragazze fanno avanti e indietro spaesate per le stazioni della metropolitana e le strade; bersagli facili per le attenzioni indesiderate dei predatori. Nei loro occhi c’è rassegnazione, unita alla consapevolezza (agghiacciante) che non ci sia niente da fare, che è così che vanno le cose. Anche qui, Eliza Hittman riesce a trasmettere a chi guarda tutta l’angoscia, la tensione, il disagio delle due ragazze con una rappresentazione nuda e cruda – terribile, dei fatti.

La regia e il cast

Come già accennato nel corso della nostra recensione di Mai raramente a volte sempre, la regia di Eliza Hittman colpisce per il suo taglio cronachistico, asciutto e apparentemente gelido. Lo scopo della regista è quello di restituire un quadro il più realistico possibile delle situazioni in scena. Un obiettivo, questo, centrato in ogni singolo fotogramma della pellicola. Non c’è sensazionalismo di alcun tipo, non c’è bisogno di amplificare alcunché; Hittman racconta il dramma della protagonista con un realismo scomodo e doloroso. Il punto di vista della narrazione è quasi esclusivamente femminile, di Autumn in particolare. Le pochissime inquadrature e sequenze che suggeriscono un punto di vista maschile servono solo a sottolineare l’oggettificazione del corpo femminile in quanto tale. Le attrici esordienti Sidney Flanigan e Talia Ryder si rendono protagoniste di interpretazioni che non è esagerato definire perfette.

Il volto e il corpo di Sidney Flanigan, le sue espressioni, il tono della voce, raccontano una storia; una storia di dolore, solitudine, incoscienza e coraggio. Ancora una volta è da sottolineare la straordinaria intensità della scena del colloquio, di gran lunga la più significativa dell’intera pellicola. Colpisce particolarmente anche la prova di Ryan Eggold nel ruolo del patrigno di Autumn. Eggold è presente in pochissime sequenze, eppure riesce a trasmettere con forza tutta la carica aggressiva e la negatività del suo personaggio. La fotografia di Helene Louvart cattura e restituisce al meglio tutto il portato simbolico dei luoghi teatro della storia; ambienti freddi, spesso ostili, ancora una volta rappresentati all’insegna del massimo realismo. Concludiamo la nostra recensione sottolineando come Mai raramente a volte sempre sia davvero un film da non perdere, un film che rimane addosso e rappresenta la spinta necessaria per tornare al cinema.

mai raramente a volte sempre recensione
Mai raramente a volte sempre. Tango Entertainment, BBC Films, Mutressa Movies, Pastel Productions

 

Mai raramente a volte sempre

Voto - 8

8

Lati positivi

  • La regia di Eliza Hittman
  • Le interpretazioni delle due attrici esordienti

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